venerdì 29 gennaio 2016

Stalin promotore di se stesso (di Marina Alberghini)


Edito nel 1937, il libretto di STALIN, Il trionfo della democrazia nell'URSS (Edizioni di Coltura Sociale Bruxelles) fu tradotto in italiano per essere distribuito nel 1944 da “L'Unità” ai "compagni" italiani beoti. È molto istruttivo. In esso si può leggere: «Il sogno di milioni di uomini onesti nei paesi capitalisti, è già realizzato nell’URSS (...). La democrazia nell’URSS (...) è la democrazia per i lavoratori, vale a dire la democrazia per tutti. (...) Il potere sovietico ha liquidato la disoccupazione, ha realizzato il diritto al lavoro, al riposo, all’istruzione, ha assicurato migliori condizioni materiali e culturali agli operai, ai contadini, agli intellettuali, ha assicurato la realizzazione del suffragio universale, diretto e uguale, con il voto segreto dei cittadini. E tutti questi sono fatti non promesse.»
Meraviglioso!
Peccato che i “fatti” furono ben altri. Il 1937 e gli anni che seguirono videro la spietata repressione fatta da Stalin su amici e compagni e soprattutto sul popolo russo specie ai kulaki. Anche ai contadini andò male, con un piano preciso a tavolino per cui ne morirono a milioni di fame. E a chi si oppose, tra i fondatori del Partito, come Gramsci e Trotskij, fu spazzato via come un insetto nocivo.
Noti anche i titoli degli altri libretti, tutti tradotti per casa nostra, particolarmente quel Per una vita bella felice!, sempre di Stalin... Bella sì... nei gulag!
Naturalmente le alte sfere del PCI, i varii Togliatti, Longo, Ingrao, ecc., che andavano spesso in Russia e ai Congressi staliniani sapevano tutto, ma da buoni servi del partito si adoperarono per promuovere questi libri sperando di consegnare a Stalin l'Italia. E ancora dobbiamo vedere "via Togliatti" nelle nostre strade!
Un’esagerazione? Non direi proprio, oggi dopo il crollo dell’URSS nel 1989 sappiamo molte verità.
Vediamo un poco cosa intendeva Stalin per “vita bella e felice”.
Tutto era cominciato fin dal 1918, quando uno dei capi della Ceka, il lettone Lacsis aveva detto in modo semplice e chiaro: «Non stiamo lottando contro persone “singole”. Siamo impegnati nel compito di sterminare la borghesia come classe sociale e non occorre che voi forniate le prove che questo o quell’individuo ha agito in maniera contraria agli interessi del popolo sovietico. La prima cosa che dovete chiedere a un arrestato è a quale classe appartiene? Qual è la sua origine sociale? Quale istruzione ha avuto? Qual è la sua professione? Queste sono le domande dalle quali deve dipendere il destino dell’imputato. Questa è la quintessenza del Terrore Rosso.»
Un discorso molto chiaro, che sfata il mito cui ci si tende ad aggrappare oggi,  dello “Stalin cattivo, gli altri buoni” che, d’altronde come anche per Hitler, ha fatto sempre molto comodo a quanti volevano farsi rilasciare un certificato di innocenza. E ci chiediamo, oggi, che differenza ci sia, a livello dell’orrore, tra  sterminare un’intera classe sociale o un’intero popolo come gli Ebrei... entrambe composte pressoché tutte di innocenti.
Il Terrore Rosso instaurato nel 1918, ossia l’ideologia  sterminazionistica che colpiva chi era colpevole semplicemente di “esistere”,  è ancora attuato in pieno in quel 1937 che sfornava, in tutte le lingue europee, quegli aurei libretti, e lo sarà per molti anni a venire.
L’Utopia leninista secondo la quale dopo lo sterminio delle classi che non facevano parte del proletariato (anche se in molti casi colpì anche  il proletariato) doveva succedere la dittatura di questi, che avrebbe aperto la via a una società senza classi dove ognuno avrebbe ricevuto e dato “secondo meriti e necessità”, stabiliti dall’Ente Supremo, ossia il Partito, si stava risolvendo in una carneficina e nel più spaventoso azzeramento dei diritti umani. E che farà impallidire quella nazista, se non altro perché durerà molto di più e fu particolarmente ripugnante perché rivolta contro il proprio popolo. Inoltre di fronte alle torture escogitate dai sovietici, per le quali rimandiamo al saggio di Marco Messeri, Utopia e Terrore, quelle naziste furono giochi puerili. Roba naif, anche se è ormai chiaro che i nazisti si ispirarono ai metodi di tortura e repressione sovietici specialmente per gli esperimenti sugli esseri umani.
In quel 1937 era infatti in atto quella che verrà chiamata la “dekulakizzazione”, ossia lo sterminio dei kulaki, piccoli proprietari terrieri e contadini (lo Zio Vania, per intenderci) che non avevano voluto regalare al partito i loro beni ereditati da generazioni. Due milioni  di loro furono deportati o uccisi sul posto, come già era stato per i Cosacchi, popolo antico e fiero che non voleva rinunciare alle sue origini.
Scrivono infatti gli autori del Libro nero del Comunismo: «Fin dal 1920 la “decosacchizzazione” corrisponde ampiamente alla definizione di genocidio: un’intera popolazione a forte base territoriale, i cosacchi, veniva sterminata in quanto tale, gli uomini fucilati, le donne, i vecchi e i bambini deportati, i paesi rasi al suolo o consegnati a nuovi occupanti non cosacchi. Lenin (...) proponeva di applicare al loro caso il trattamento che Gracchus Babeuf, l’“inventore” del comunismo moderno, aveva definito fin dal 1795 “popolicidio”. La “dekulakizzazione” del 1930-32 fu ripresa su ampia scala della decosacchizzazione: questa volta però fu rivendicata da Stalin la cui parola d’ordine (...) era “sterminare i kulak in quanto classe”. (...) La grande carestia ucraina del 1932-33 legata alla resistenza delle popolazioni rurali alla collettivizzazione, provocò in pochi mesi la morte di 6 milioni di persone. In questo caso, il genocidio “di classe” si confonde con il genocidio “di razza”: la morte per stenti di un bambino di un kulak ucraino deliberatamente ridotto alla fame dal regime stalinista “vale” la morte per stenti di un bambino ebreo del ghetto di Varsavia ridotto alla fame dal regime nazista
I genocidi comunisti proseguiranno con lo sterminio di polacchi, baltici, moldavi, bessarabi, ingusceti, cambogiani, ceceni, tibetani... Scrive giustamente Dominique Colas: «Arrogandosi la facoltà di conoscere l’evoluzione delle specie sociali, Lenin decise quali sono quelle che devono scomparire perché condannate dalla storia.» Le purghe si articolavano su due piani a seconda della classe sociale o le colpe eventuali, fra le quali la prima era essere nati nell’ambiente sbagliato. Per primi dunque venivano i kulaki, poi tutti i membri di partito non appartenenti a quello bolscevico, come i socialisti e i menscevichi, poi le ex Guardie Bianche, i funzionari zaristi sopravvissuti, i detenuti politici, coloro che erano considerati spie e terroristi. Dopo di che venivano quelle che erano considerate categorie contro rivoluzionarie, i polacchi, tedeschi, romeni, lettoni, estoni, finlandesi, greci, afghani, iraniani, cinesi, bulgari e macedoni. Seguivano le famiglie dei "nemici del popolo", poi i militanti dell’élite bolscevica, epurati periodicamente. Gironi del terrore. La classificazione dei "traditori" arrivò al delirio, era passibile di arresto che corrispondeva con l’estero, chi frequentava consoli stranieri, perfino chi conosceva l’esperanto o collezionava francobolli. Le "confessioni" venivano estorte con la tortura, fisica e mentale. Il 30 ottobre 2001, nella Giornata Russa del Ricordo, l’Accademico Aleksandr Iakovlev ricorderà commosso le 32 milioni di vittime del comunismo sovietico, tra i quali i morti di stenti nei gulag, in maggioranza prigionieri-bambini.
Come si è detto gli intellettuali e gli artisti furono particolarmente colpiti. «Il ceto contadino pagò di più ma altri gruppi, definiti “estranei” alla “nuova società socialista”, furono messi al bando, privati dei diritti civili, esclusi dal lavoro e dall’abitazione, esiliati, retrocessi nella scala sociale, come gli ex aristocratici, i membri del clero e delle professioni liberali, gli imprenditori privati, i commercianti e gli artigiani. Ma anche la gente comune delle città che non rientrava nella categoria “proletariato operaio protagonista dell’edificazione del socialismo”.»
In particolare l’intellighentia, che si era resa indipendente fin dal XIX secolo. Università, Istituti e Accademie furono decimati, così come gli ambienti scientifici e la quasi totalità degli astronomi del prestigioso Osservatorio di Pulkovo furono internati o giustiziati, così come oltre 2000 membri dell’Unione degli Scrittori. Ricordiamo anche gli infelici e geniali artisti del teatro ebraico russo, uccisi o deportati da Stalin nel dopoguerra. Forse per questo Stalin proclamava che «i nostri intellettuali sovietici sono degli intellettuali completamente nuovi.» Per forza! gli altri erano tutti morti o occupati a “rieducarsi” il cervello in luoghi ameni come i Gulag.
Ma forse si riferiva a intellettuali come Louis Aragon, a proposito del quale scrive giustamente Alain de Benoist: «Non si perdonerebbe mai a uno scrittore fascista di aver redatto un inno a gloria della Gestapo (caso che, del resto, non è mai accaduto) ma il fatto che Aragon abbia potuto cantare le virtù della Ghepeù non ha mai nuociuto minimamente alla sua reputazione.» Mica solo lui fu così stalinista, ma anche i nostri compagni italiani, primo fra tutti Togliatti che pure sapevano perfettamente quello che accadeva in Russia in quegli anni.
Viene da pensare alla giusta definizione che Andrè Frossart fa dei “crimini contro l’umanità”: «Si commette un crimine contro l’umanità quando si uccide qualcuno con il pretesto che è nato.»
 Che spesso si ritorsero contro i carnefici, tramutandoli in vittime. Migliaia di uomini del Comintern sparirono così, nel corso degli anni, in purghe continue e spaventose...[1]
Caddero i funzionari e i loro aiutanti, l’Internazionale comunista Giovanile, l’Internazionale sindacale rossa, il Soccorso rosso, l’Università comunista, le minoranze nazionali occidentali.
È stato chiesto ad Aleksandr Solzenicyn, dissidente, premio Nobel scampato ai Gulag: «I comunisti superstiti si indignano quando si mettono a confronto due totalitarismi del nostro tempo, quello comunista e quello nazifascista, e i loro inferni concentrazionari, il Gulag e il lager. (...) Secondo lei è giusto questo accostamento?»
«Il Gulag — risponde lo scrittore — scaturisce dall’interno del sistema comunista perché tale regime è talmente contrario alla natura umana da dovere applicare la massima pressione e violenza per costringere la società, il popolo, la gente, a percorrere quel cammino e la violenza esige anche i campi di concentramento, il Gulag. Così è avvenuto. Quanto al caso tedesco, sì tra i due sistemi c’è molto di comune e il sistema di Hitler sotto molti aspetti ha copiato i risultati di Lenin e Stalin, con la differenza che da noi il principio della persecuzione era di classe, mentre là era di razza. (...) Entrambi questi fenomeni, comunismo e razzismo, mettono a nudo il meccanismo totalitario che può ripetersi, sia pura in un’altra forma. Il parallelo fra i due fenomeni e la loro reciproca dipendenza è evidente.»
 I nazisti adottarono rapidamente i metodi sovietici. In nessuna altra parte Lenin, Trotskij e Stalin ebbero discepoli più docili dei nazisti. E un altro dissidente illustre, Vladimir Bukowskij, scrittore, e presidente dei Comitati per le Libertà, nel corso di una assemblea tenutasi a Roma dal 1° al 3 marzo 2003, ha detto fra l’altro: «Quando vedo giovani che portano sulla maglietta la falce e il martello capisco che non sanno quello che vuol dire. Mai girerebbero con la svastica. Ma i colpevoli dei crimini comunisti non sono mai stati processati i milioni e milioni di vittime del sistema comunista non le conosce nessuno e quindi non hanno portato una lezione. Così gli errori si possono ripetere. Possiamo dire oggi che l’utopia genera mostri. Gli utopisti non accettano la natura umana, se si ribella c’è la repressione. Il primo gulag fu puramente intellettuale, dividendo la gente fra amici e nemici, poi si è trasformato in sistema politico. E attenzione, è un errore e un alibi dare tutte le colpe a Stalin. Tutti erano colpevoli.»
In effetti Lenin già nel 1920 additava alle associazioni giovanili che la dittatura comunista era «Potere conquistato e sostenuto dalla violenza del proletariato contro la borghesia.» E sosteneva: «In linea di principio noi non abbiamo mai rinunciato e non possiamo rinunciare al terrorismo.»
Consigliando menzogna e calunnia come arma politica.
Tutto nasce dunque da Lenin, ma con Stalin si instaura quello che verrà chiamato "Il culto della personalità". Egli veniva definito "un classico della filosofia marxista”. Nel 1934-36 la storia viene statalizzata e relativizzata: i fatti esistono solo quando ne parla Stalin e soltanto nella versione fornita da lui. E se Stalin dichiara: «I barbari e gli schiavi travolsero fragorosamente l’impero romano», il professore che si permetta di far notare agli studenti che, dopo la ribellione di Spartaco, l’impero romano è sopravvissuto per altri cinquecentocinquant’anni, finisce in prigione. E se Stalin casualmente si lasciava sfuggire che "sembra che il popolo azerbaigiano derivi dai medi", i linguisti ricercheranno per quindici anni vocaboli medi nella lingua di quel popolo, anche se la lingua meda è una lingua mitica.
Così come gli spetta  lo scettro del Regno del Terrore che vede il suo più spaventoso inizio proprio negli anni Trenta, e che continuò poi dopo la guerra in tutti i paesi satelliti. Gli arresti erano pianificati, preferibilmente notturni .
In quel 1937, dunque, i Gulag lavoravano già a pieno ritmo e contenevano dai cinque ai sei milioni di persone, arrivate fin là in vagoni piombati, spremute fino all’osso e alla morte da un lavoro inumano, in un clima che arrivava punte di 50° sotto zero, in condizioni di fame e di stenti   identiche a quelle dei loro confratelli nei lager nazisti. Dispiace che oggi si diano enormi spazi ai lager e non si parli mai dei gulag, che non furono da meno. Come la ferocia di entrambi i dittatori.
Fino al 1953 la personificazione stessa del Terrore Rosso sarà Stalin che, a differenza di Hitler che delegava la repressione a sottoposti come Himmler, ne sarà l’ideatore e l’organizzatore. Firmerà personalmente le liste delle migliaia di persone mandate a morte, in un clima da guerra civile costante e senza batter ciglio programmerà un’immane carestia che ucciderà milioni di persone, semplicemente per rieducare e stroncare la resistenza nelle campagne.  
Nel Regno del Terrore l’essere umano si trasforma in una astrazione, sia che lo sterminio riguardi gli eretici, una razza o una classe sociale. Il percorso psicologico è lo stesso, in tutte le dittature. Anche Gorki, oltre a Hitler, parlerà di “esseri inferiori sul piano fisico e sociale”.
La somiglianza con Hitler è ancora più impressionante quando Gorkij vorrà istituire l’Istituto Russo di Medicina Sperimentale, che vedrà la luce nel 1933: «Si avvicina l’ora in cui la scienza interpellerà imperiosamente gli esseri cosiddetti (sic!) normali: vogliamo che tutte le malattie, gli handicap, le imperfezioni, la senilità e la morte prematura dell’organismo siano studiati minuziosamente e con precisione? Questo studio non potrebbe essere effettuato con esperimenti su cani, conigli e cavie. È indispensabile l’esperimento sull’uomo (...). Occorreranno centinaia di unità umane, sarà un vero servizio reso all’umanità e sarà evidentemente più importante e utile dello sterminio di decine di milioni di esseri sani per la comodità di una classe miserabile, psicologicamente e moralmente degenerata, di predatori e parassiti.»
Sostituiamo “classe” a “razza” e siamo al summit dell’astrazione orrorifica... e ad Hitler. Cambia solo lo stile: brutale ferocia negli slavi, pignoleria metodica e allucinante nei tedeschi. Lo stile, ma non le parole: racconta Vasilij Grossman, la cui madre fu uccisa dai nazi ed è autore  del Libro nero sullo sterminio degli Ebrei in Unione Sovietica, che per far uccidere i kulaki si doveva dire, semplicemente, che “non erano esseri umani”, come gli Ebrei. Lo stile e non il tempo. Il nazismo è durato una manciata di anni, il comunismo quasi un centinaio e ancora persiste in qualche infelice zona del pianeta, con gli stessi metodi.
Ci si può chiedere con Vittorio Strada: perché «uno dei più tremendi crimini del XX secolo, l’Olocausto, è stato oggetto di un numero assai alto di documentazioni e analisi, restando al centro dell’attenzione, e della deprecazione, come lo era stato nei decenni precedenti. Invece il Gulag, un crimine analogo, per quanto dotato di una sua peculiarità, ma anche più grave del precedente in senso quantitativo, e cioè per numero di vittime, per durata ed estensione, non occupa nell’attenzione pubblica e nelle ricerche storiche un posto paragonabile a quello dell’Olocausto?»
Qualcuno ci aveva provato. David Rousset, per esempio, un militante della sinistra francese  che alla fine del 1945 aveva denunciato il lager di Buchenwald in cui era stato rinchiuso, scrivendo L’univers concentrationnaire e Les jours de notre morts, ma nel 1949 aveva pubblicato una nota su “analoghi” campi di concentramento in URSS lanciando un appello in cui chiedeva l’istituzione di una commissione d’inchiesta sui campi di concentramento nel mondo e in particolare in Unione Sovietica. Venne accusato di essere un traditore, provocatore, denigratore del socialismo, cripto-fascista, e Sartre in persona lo attaccherà in “Temps Modernes", in un editoriale firmato con Merleau-Ponty nel gennaio del 1950 nel quale viene stabilito una volta per tutte  la distinzione netta fra i "campi" nazisti e quelli sovietici, che in fondo servivano a "rieducare" al socialismo, perla dell’umanità. Il testo, all’epoca in cui è scritto, prende un’importanza capitale. Perchè è proprio in quel periodo che molti Occidentali cominciano a scoprire gli orrori del sistema sovietico, anche per le testimonianze degli scampati, così ai comunisti e ai loro complici Sartre e Merleau-Ponty offriranno un appoggio insperato e importante, anche perché loro sostengono che il comunismo non può essere giudicato perché "portatore di valori", valori che i suoi avversari non hanno. Il povero Rousset verrà così trascinato davanti a un tribunale come “falsificatore.” E dei Gulag per decenni non si parlerà più.
 Ma anche Churchill protesterà accusando i Soviet «di aver ricacciato l’uomo della Civiltà del XX secolo in una condizione di barbarie peggiore dell’ età della pietra.» Egualmente il lavaggio del cervello, la “rieducazione” praticata agli artisti e agli intellettuali nei Gulag dovrebbe essere presente alla coscienza morale di ognuno proprio come gli orrori dei lager nazisti perché non sappiamo quanti frutti del pensiero creativo, dell’arte, abbia così perduto l’umanità. Concludiamo con ciò che scrive Stèphane Courtois, uno degli autori de Il libro nero del comunismo: «Al di là dei crimini individuali dei singoli massacri legati a circostanze particolari, i regimi comunisti, per consolidare il loro potere, hanno fatto del crimine di massa un autentico sistema di governo. (...) Nessuna delle esperienze comuniste che hanno conosciuto una certa popolarità in Occidente è sfuggita a questa legge: né la Cina del Grande Timoniere, né la Corea di Kim II Sung, né il Vietnam del “gentile zio Ho” o la Cuba del pirotecnico Fidel, affiancato da Che Guevara il puro, senza dimenticare l’Etiopia di Menghistu, l’Angola di Neto, e l’Afghanistan di Njibullah. (...) Non è nostra intenzione istituire in questa sede chissà quale macabra aritmetica comparativa, né tenere una contabilità rigorosa dell’orrore o stabilire una gerarchia della crudeltà. Ma i fatti parlano chiaro e mostrano che i crimini commessi dai regimi comunisti riguardano circa 100 milioni di persone contro i circa 25 milioni di vittime  del nazismo. Questa semplice constatazione deve quantomeno indurre a riflettere sulla somiglianza fra il regime che a partire dal 1945 venne considerato il più criminale del secolo, e un sistema comunista che ha conservato fino al 1991 piena legittimità internazionale e che a tutt’oggi è al potere in alcuni paesi e continua ad avere sostenitori in tutto il mondo.»
Quindi il discorse de “compagni che sbagliano” è pura ipocrisia!
Sempre nel 1937 Stalin proclamava nel suo VIII  Congresso che «La Costituzione dell’URSS è nel mondo l’unica Costituzione democratica fino in fondo.» Una asserzione che resterà eguale per circa settant’anni e che, in alcuni casi, lo è ancora.
Sempre dal Libro nero del comunismo, forniamo una nota ancora approssimativa per difetto degli eccidi: URSS, 20 milioni di morti; CINA, 65 milioni di morti; VIETNAM, 1 milione di morti; COREA DEL NORD, 2 milioni di morti;  CAMBOGIA, 2 milioni di morti; EUROPA DELL’EST, 1 milione di morti; AMERICA LATINA, 150.000 morti;  AFRICA, 1 milione 700.000 morti; AFGHANISTAN, 1 milione 500.000 morti;  MOVIMENTO COMUNISTA INTERNAZIONALE E PARTITI COMUNISTI NON AL POTERE, circa 10000 morti. Totale, circa 100 milioni di morti. Ma la stima sta salendo.
Scrisse il politologo Antonio Socci: «Lo studio statistico di Paul Paillat e Alfred Sauvy pubblicato su “Population” ha calcolato piuttosto  150 milioni di vittime. Stima che il celebre sinologo Ladany definì realistica.» E il mondo è ancora in attesa di un rapporto sugli orrori del PC cinese di Mao.

Tornando dunque a quell’aureo libretto stracolmo di falsità e a tutti quelli che lo seguirono, specie durante le  elezioni del 1948 quando i nostri comunisti che-ricordiamo-sapevano la verità (allora e anche come tutti quelli che li seguirono)  speravano vincesse il comunismo, cosa dobbiamo aggiungere? Solo una preghiera di ringraziamento a Dio, che ci protesse con quel grande uomo che fu Alcide de Gasperi.

Marina Alberghini





[1]
                         Nel 1965 Branko Lazic tentò una prima analisi dello sterminio degli uomini del Comintern, “Martyrologe du Comintern” (in “Le contrat social”,  n. 6, Nov. Dic. 1965). Boris Suvarin concluse i suoi “Commentaires sur le martyrologe”, che seguivano al saggio di Lazic, con un pensiero sui modesti collaboratori del Comintern, vittime delle grandi purghe: «I più sono scomparsi in questo massacro del Comintern che è stato solo una parte di un massacro immenso, quello di milioni di operai e contadini laboriosi, immolati senza motivo da una tirannide che si definiva “proletaria”.»

Nessun commento:

Posta un commento