domenica 15 febbraio 2015

PARLIAMO PURE DEL FESTIVAL (di Piero Nicola)

  Erano anni che non vedevo il Festival di San Remo, perché mi piace la musica vera, italiana, e credo di non pretendere troppo desiderando i motivi originali, inconfondibili, le canzoni ben strutturate e con parole pulite - riguardo ai versi mi accontento di una sequenza pulizia. Non trovando niente di tutto questo nella rassegna canora sanremese, è naturale che la snobbassi.
  Quest'anno m'era giunto all'orecchio che c'erano stati ripensamenti circa l'andamento assunto dal Festival, divenuto un pot-pourri spropositato e barboso. S'intende che, visti gli ultimi insuccessi, gli interessati cercavano di promuoverlo come rinnovato, ma, a cominciare dal conduttore, si manifestavano propositi di revisione sia della scaletta che delle selezioni, con l'intenzione di compiere passi indietro per un certo ritorno in patria e alla normalità.
  Sicché mi sono deciso ad affrontare ore di seduta benevola davanti all'ultima serata della trasmissione.
  Dirò subito che non ce l'ho fatta ad arrivare a vedere il vincitore. Tuttavia ho ascoltato sino all'ultimo concorrente in lizza.
  La prima impressione ricevuta dallo scenario non è stata affatto favorevole e non ha più ricevuto smentita. Secondo l'uso funereo oggi in voga, il vasto palco era dominato dal nero, da un blu cupo e da una miriade di fari nudi e crudi, con scarse varianti. L'imponenza del palcoscenico e dello sfondo, i movimenti agitati su di esso e qualche immagine ivi proiettata non risolvevano l'impressione del buio opprimente. Gli unici colori si dipingevano sui vestiti e sui volti delle due o tre assistenti del conduttore. Ma quella carina e aggraziata, benché spagnola, è comparsa poco, quasi perché non si sciupasse. Si alternavano invece una sgraziatella piuttosto maldestra e dall'aria indisponente e una giovane rozza, appena belloccia, altrettanto fuori posto. Entrambe si sono permesse o lo spirito di patata o quello inverecondo.
  Carlo Conti doveva supplire alla loro inadeguatezza e veniva da chiedersi come mai la scelta fosse
 caduta su di esse, con tutte le ragazze carine e sveglie che offre la piazza italiana. Ne dedurrei che anche il bravo Conti, nonostante le apparenze, rientri nella massa dei timidi. Egli rientra pure nella classe dei presentatori privi di signorilità. Del resto, dopo i campioni Buongiorno e Baudo, oggidì sarebbe chimerico aspettarsi di meglio. Per trovare un signore bisogna quasi risalire alla notte dei tempi, coè ai tempi di Tortora e di Nunzio Filogamo.
  Interpreti e canzoni. Se c'è stato qualche sforzo inteso al miglioramento, si è visto poco. Se vado a teatro per un'opera lirica melodica - e avremmo dovuto ritrovarci soprattutto nel campo dell'armonia - sarebbe insensato che debba ascoltare poche arie stiracchiate in mezzo a una tiritera di semplici recitativi. Ma è ciò che succede ormai da lunga pezza  con questi cantanti o cantautori. Mentre i brani orecchiabili, gli accompagnamenti di buona invenzione, cantabili, sono  banali e sovente rubati. Il rap, anche italiano, esula dal contesto. Allo stesso modo,  usare i ritmi e le grida del blues o qualcosa di simile alle ballate anglosassoni significa scimmiottare; non hanno niente a che vedere col nostro mondo, con le parole nostre.
  Ora, tutte queste pecche le ho ritrovate intatte a San Remo.
  Siamo ormai abituati alla gestualità dei cantanti, i quali gesticolano proprio, fanno smorfie tra il comico e il grottesco. La compostezza, possibile anche nella recita di espressioni drammatiche, non sanno proprio dove stia di casa. Lo spettacolo ne risulta involgarito. Invano, il Conti ha decantato la grazia fascinosa delle donne che si sono esibite, e anche il modo con cui erano acconciate.
  Ancora niente di nuovo.
  Lo spettacolo, nel suo insieme, è rimasto frammentario, disarmonico. Le varie interruzioni disturbavano la memorizzazione dei motivi trascorsi e rompevano il ritmo. Il che è grave per qualsiasi spettacolo, che allora si trasforma nel tipico polpettone.
  Oltre alle non lievi intromissioni pubblicitarie, si sono introdotti gli ospiti famosi e canori, i comici cabarettistici, agli attori hollywoodiani. Fra una battuta e l'altra, le oscenità negli intermezzi esilaranti hanno costretto il presentatore a dare segni di imbarazzo.
  Le usate volgarità e le lezioni di cattivi maestri sono emerse nei testi. Per non farsi mancare nulla, hanno invitato Platinette vestito da maschio; il quale, nel duetto con una femmina, ha proclamato il diritto all'ambiguità sessuale.
  L'emaciata, sfibrata e un po' frastornata Nannini, aveva un'enorme rassomiglianza con Pippo Franco, anche nel sorriso; che però, a differenza di quello dell'attore romano, presentava una sfumatura luciferina. Quanto alla voce, sono convinto che l'imitazione di Pippo avrebbe supplito egregiamente l'esibizione della pur consumata Gianna.
  Come ho detto all'inizio, dopo l'uscita dell'ultimo giovinetto compenetratosi nel mestiere di cantante alla moda, la misura era colma e ho spento l'apparecchio, meditando sulla somma che la Rai incassa mediante le telefonate dei volonterosi che partecipano alle votazioni da cui uscirà il vincitore.
  Mentre finisco di scrivere, ricordo che ad alcune ugole rispettabili non è stata resa giustizia dal loro impiego, eccezion fatta per il trio Volo, cui apprendo sia arrisa la meritata vittoria. Faccio dunque tanto di cappello alla compagine degli elettori, e tengo calcato in testa il copricapo davanti a quei personaggi di talk-show che hanno criticato i Volo, come la loro canzone, perché fuori del tempo: troppo sanremesi.


Piero Nicola

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