domenica 8 aprile 2018

LOTTA DI CLASSE (di Piero Nicola)


Che cosa c'è di meglio che una società costituita secondo l'apologo di Menenio Agrippa? Già in quel tempo remoto e alquanto felice per la formazione dei costumi romani, il console valoroso chiamato a comporre il conflitto tra i patrizi e la plebe, esprimeva l'idea di uno stato organico, scevro da divisioni - che in quel punto esplosero tra popolo e classe di governo (rispettivamente membra e stomaco), e che, per principio, sarebbero risultate deleterie riguardo a ogni contrapposizione di partito, laddove i veri organi dell'umano consorzio, indispensabili, gerarchicamente ordinati e complementari, dovrebbero per natura conciliare i vicendevoli diritti e doveri.
  La stessa apertura indiscriminata del potere a chiunque si dia alla politica e si iscriva a una setta, è contraria al sano funzionamento del corpo sociale. Costoro passano attraverso una fazione e una corruzione, quand'anche abbiano avuto patenti d'onestà e di capacità.
  Nella storia moderna e democratica abbiamo assistito alle lotte di classe e alle lotte di partiti, entrambe con esiti funesti, specie per quanto concerne la salute morale (concorrenza politica nel sedurre il popolo con leggi inique). Oltre alla losca concorrenza partitica, ci resta lo sciopero come mezzo troglodita per avere giustizia: uno scempio del diritto, e ci resta il potere mafioso: impotenza dello Stato.
  Ora però si è verificato un fatto nuovo. Lavoratori e proletari hanno smesso di concepire una classe oppressa e sfruttata. Il fenomeno è stato pure di genere americano. Ciascuno ha sperato di aver fortuna; in subordine, sperava di approfittare della ricchezza ovunque prosperasse. I partiti non rispecchiano più la difesa degli interessi contrastanti delle grandi categorie in cui si suddivide la popolazione. Alla sinistra oggi aderiscono poco gli operai e vi appartengano assa i grandi industriali. I movimenti cosiddetti populisti rappresentano gli scontenti, coloro che si sentono gabbati e i nostalgici (incluso il ceto medio), ma questi movimenti evitano di prendere di mira con chiarezza la ristretta società dominante, sostanzialmente tutta responsabile della conduzione generale, del convogliamento delle diverse azioni politiche a un risultato legislativo e governativo che giova alla casta privilegiata e la conserva.
  La plebe odierna, simile a quella tartassata dagli antichi creditori, e ritiratasi in sciopero sul Monte Sacro, avrebbe sacrosante ragioni per adunarsi e affamare lo stomaco, che pure le procura l'indispensabile sostentamento. Non è questione di socialismo o di comunismo, ma di sconfiggere un'oligarchia camuffata sotto le apparenze della democrazia popolare. Essa guasta la vita del consorzio civile, distrugge o lede i valori essenziali, spirituali, mentre sottomette il popolo con un sistema snervante, invadente, angustiante, desolante, fatto di bisogni materiali e viziosi, di consumi e di debiti che alimentano il potere. Questo stomaco patrizio somministra alle membra quel tanto per farle servire alla macchina economica, e le fa vivere in modo indegno, drogandone le anime. Questo stomaco non offre neppure l'alta ispirazione che offrì l'esercito romano, massime col suo ordine equestre e con i suoi condottieri.
  Dunque la giusta  e necessaria rivolta di classe, d'un'intera nazione contro un'oligarchia, che pratica un sofisticato ed empio schiavismo, non avviene perché la colpevole si dissimula, rimane senza volto, e nessuno ha avuto ancora la forza e le qualità per smascherarla, per definirlaa, per costringerla a correggersi o a subire la sostituzione.

Piero Nicola

venerdì 6 aprile 2018

VIBRAZIONI PERDUTE (di Piero Nicola)


  Le passioni, in particolare quelle amorose, continuano a dare prova di sé. Spesso i delitti passionali riportati dalla cronaca nera indicano la cima d'un iceberg fosco e bollente, nel livido mare sociale. Perciò sembra permangano gli impulsi del cuore e le menti da essi travolte senza che se ne smorzino le energie. Ma, volendo fare paragoni con epoche trascorse, un dato fisiologico contraddice questa presunzione di immutata vitalità. Abbiamo la statistica diminuzione della potenza e del seme maschile.
  Siamo scesi all'aspetto più animalesco della sostanza umana, sebbene non debba essere ignorata giacché lo spirito si regge sul vigore del sangue, senza il quale viene impedito, diminuito, almeno per quanti son privi dell'acquistata grazia ultraterrena.
  Orbene, le espressioni dello spirito, che la sussistente forza agitante le passioni può manifestare con qualche evidenza, segnano una marcato divario tra il presente e il passato.
  Già nella prima metà del secolo scorso si definivano come superate e risibili le idee e le reazioni psico-fisiche attribuite all'Ottocento. Negli anni Trenta del secolo scorso ormai le donne svenivano di rado, in Francia più non comparivano le ragazze clorotiche. E sarebbe sbagliato attribuire molta importanza al romanticismo, alle mode culturali e d'altro genere. Gli autori che testimoniarono i costumi ottocenteschi dovettero dare a personaggi e vicende una credibilità al di là del romanticismo. A dispetto del Secolo dei lumi, della rivoluzionaria Marianne a seno scoperto, in seguito, morire d'amore non fu un evento eccezionale. Donne amanti morivano non assassinate, non ree, non colpite da un'onta e bandite dalla società, ma a causa d'un amore impossibile, di un abbandono, talvolta aggravato da scrupoli.
  Allora, la Graziella di Alphonse de Lamartine, l'Enrichetta di Onoré de Balzac, perivano ripiegate sulla propria colpa, fosse quella, persino inconscia, di un esagerato attaccamento a una creatura, o fossero delusioni e rimorsi assolti dalle leggi umane. In vero, il Giglio della Valle essendo sposa e madre, alla fine confessa il suo amore per il giovane conte che frequentava la casa da amico di famiglia. Il suo femminile eroismo resta parziale, non avendo rinunciato a un'amicizia esteriore e pericolosa, non avendo allontanando il ragazzo adoratore. Questi giunse ad amare con venerazione platonica e non sforzò l'onesta resistenza della bella e angelica unita a un marito che la torturava.
  Sia il nobile Felice de Vandenesse, sia i protagonisti di Graziella non sono generati da corrente romantica, non sono legati a un'esaltata visione del mondo. Gli autori hanno trattato casi e personaggi verosimili. Del resto, critica e pubblico avrebbero denunciato l'artificio, ne avrebbero preso nota.
  Ne Il giglio nella valle, Balzac ricorda altre sorelle della sua eroina. Egli fa dire a Felice, rivolto alla signora cui narra la propria storia: "Quanti assassinii impuniti! Quale compiacenza per il vizio elegante! E quale assoluzione per l'omicidio causato dalle persecuzioni morali! Io non so qual mano vendicatrice alzò, tutto a un tratto, il sipario dipinto che copre la società. Io vidi parecchie di queste vittime che voi conoscete quanto me: la signora di Beauséant andata moribonda in Normandia [...] la duchessa di Langeais [...] lady Brandon [...] La nostra epoca è fertile in avvenimenti di questo genere. Chi non ha conosciuto quella povera giovane che si è avvelenata, vinta dalla gelosia [...] Chi non ha sentito un fremito di compassione pel destino di quella deliziosa giovinetta che, simile a un fiore punto da un tafano, è deperita in due anni di matrimonio, vittima della sua pudica ignoranza, vittima d'un miserabile al quale Ronquerolles, Montriveau e de Marsay danno la mano, perché serve ai loro progetti politici?
  "Chi non ha palpitato al racconto degli ultimi momenti di quella donna che nessuna preghiera ha potuto piegare e che non ha mai voluto rivedere suo marito dopo averne sì nobilmente pagati i debiti? La signora d'Aiglemont non ha forse veduto assai da vicino la morte, e vivrebbe essa senza le cure di mio fratello? Il mondo e la scienza sono complici di questi delitti [...] Pare che nessuno muoia di crepacuore, né di disperazione, né d'amore [...] La nuova nomenclatura ha delle parole ingegnose per tutto spiegare: la gastrite, la pericardite, le mille malattie di donna [...] Vi è forse al fondo di questa disgrazia una legge che non conosciamo? [...] Vi è forse una vita forte e velenosa che si pasce di tenere e dolci creature? Mio Dio! appartengo io dunque alla razza delle tigri?"
  Ciò non è poco, da parte d'un noto scrittore che stava componendo una monumentale Commedia umana, e quando l'ebbe assai ultimata non si smentì.
  Ora, se tralasciamo per un momento il lato triste e iniquo di tali sacrifici, bisogna ammettere che quelle moriture, che in minima parte erano soltanto succubi, dovevano avere una sensibilità, una finezza d'animo, una nobiltà del tutto scomparse. Concediamo pure qualche merito all'educazione e al rango, sebbene si trovassero esempi di grande generosità nella stessa borghesia (Eugenia Grandet). In ogni caso, simili esseri che si cimentano con la virtù morale e con l'ideale sono cancellati dalla terra. La causa dell'estinzione della razza eletta non la vedrei soltanto nella spenta religione e nelle seduzioni della libertà contemporanea. Certo il decadimento civile e della fede, la sostituzione dei valori, hanno avuto un peso notevole, ma le anime, pur viziate dal peccato, potrebbero tuttavia avere slanci, immaginazioni, aspirazioni, concezioni grandi, ambizioni assolute, pur rese distruttive dalla colpevolezza. Se oggi esse mancano del tutto, è perché manca la linfa vitale che le porta a esistenza, è perché questa razza umana si trova anzitutto spiritualmente estenuata. Scetticismo e edonismo non bastano a spiegare il fenomeno; anzi, la desolazione arrecata dal nichilismo dovrebbe essere terreno fertile per la ripresa delle ascese. Qualcosa del genere avvenne al tramonto delle civiltà, al declino dell'Impero Romano, in cui soltanto Dio suscitò la gloria dei martiri e dei confessori.

Piero Nicola

venerdì 23 marzo 2018

LA GIORNATA DELL'AQUA (di Piero Nicola)


  Quasi ogni problema, vero o falso che sia, ha ricevuto la sua giornata democratica. A dire il vero, ultra-democratica, perché si suppone che i poteri eletti dal popolo, governanti e affini, non bastino a porre rimedio ai guai della società: bisogna che tutti, doverosamente e volonterosamente, manifestino a favore delle auspicabili soluzioni, che tutti celebrino memorie a rinverdire la civica sensibilità, che tutti partecipino attivamente a promuovere la buona causa, a sollecitare i responsabili. Passata la festa... ogni cosa torna come prima: nella dimenticanza dei più, toccati indirettamente, restando vive le noie di pochi che, in democrazia non contano. Ma guai seri pesano ormai sulla maggioranza, la quale non si presta più alle turlupinature e agli imbonimenti.
  Le giornate in onore di qualcosa o di qualcuno, le giornate dedicate a un tema sono numerose e sono le più varie, spesso insensate, truffaldine,  empie, inique. Loro funzione immancabile è quella di oscurare i santi sul calendario, di coprire le sante Feste.
  Come definire la giornata della pace se non una falsità ricoperta di buone intenzioni? Non v'è dubbio che la celebrazione del primo giorno dell'anno abbia un valore pacifista, ossia contrario alla realtà e alla giustizia. Da parte sua, l'occupante della cattedra di San Pietro non perde l'occasione per predicare azioni che nulla hanno a che vedere con la morale cristiana, come una pace che espone il gregge cattolico alle malefatte del Nemico e che disprezza l'Angelo protettore della Nazione.
  Dal 20 novembre 1989 ricorre la giornata mondiale dei diritti del fanciullo. L'occasione è buona per ribadire diritti simili a quelli dell'uomo, cioè non poco fantastici e fatti per rompersi il collo, essendo gli stessi della Rivoluzione dell'89, condannata per filo e per segno dai Papi, sino al 1958.
  L'8 marzo abbiamo avuto la giornata della donna. Altro strombazzamento di fanfaluche, di cui una enorme: la totale equiparazione dei due sessi, con giochi di prestigio per evitare l'assurdo e il ridicolo.
  A tale proposito, non si aspettano particolari ricorrenze per diffondere e ripetere il menzognero, ossessivo presupposto dell'uguaglianza di ciò che per natura e con ogni evidenza è disuguale. Ohibò, si tratta di esseri umani!
  In questi giorni di premiazione di lavori cinematografici con i David di Donatello, le belle e brave attrici impegnate, ossia comodamente sistemate nella bambagia del conformismo, ne hanno approfittato per un'ennesima, seria rivendicazione del rispetto dovuto alla femminile dignità. Però l'hanno fatto paragonando le espressioni verbali spettanti al sesso maschile con le medesime, di mutato significato, rivolte al gentil sesso; e hanno interpretato il mutamento come un inveterata offesa al sesso... debole. Così sono cadute nella stravaganza senza nome. Prendendo le frasi che si addicono all'uomo per mostrare come le stesse locuzioni si adattino male alla donna e suonino offensive per lei, queste argute signore dello spettacolo hanno voluto dimostrare l'affronto di un disuguale trattamento. In sostanza, pretenderebbero che i modi di dire della nostra lingua venissero modificati o annullati per via di una loro disparità di trattamento, viceversa affatto naturale. In sostanza, si intende affermare e imporre una parità inesistente.
  Se venisse soddisfatto il presunto diritto a un uso del lessico indifferente rispetto ai sessi, si avrebbe soltanto un impoverimento della lingua, mentre la diversità dei sessi, che come tale richiede diversità di riguardo linguistico, resterebbe quella di prima, salvo presupporre il genere umano una massa di ermafroditi. In certe segrete e potentissime stanze dei bottoni è probabile che si tenda a questa estremità, tuttavia la sua attuazione appare assai chimerica, dopo che l'America cerca di riappropriarsi della propria identità e mette in atto i dazi doganali, che mandano all'aria il disegno mondialistico. Similmente, in Europa, l'UE mondialista naviga in cattive acque, specie dopo la brexit, e dopo che consistenti masse popolari la stanno prendendo a calci.
  Una volta che la gente ha preso in uggia il manovratore, una volta che sospetta di lui e più non gli crede, tutto quanto minaccia di venire giù, tutto diventa losco, incluse le giornate consacrate, persino quelle che sarebbero consacrate bene, se non subissero la profanazione dei loro sacerdoti. L'insofferenza dimostrata alle elezioni è prova lampante dell'incredulità.
  Perciò le allegre attrici femministe, i cineasti, i conduttori televisivi, i politicanti devono stare all'erta, cominciando a guardarsi dal conformismo, dal cavalcare gli usati cavalli di battaglia: la gente non abbocca più, non li ama, specie la gioventù martoriata dalle disgregazioni familiari, dalle madri egoiste, che hanno approfittato dei propri diritti che vanno a scapito di quelli del babbo e, godendo delle libertà prettamente maschili, hanno fatto sfracelli.   
  Naturalmente i sondaggi, le spie evidenti dell'insofferenza, della sorda ribellione, della pentola sotto pressione, trasformeranno ancora una volta i marpioni politici in finti riformatori radicali, in vele che prendono il vento così come è girato; ma anche il mestiere di pompieri è divenuto rischioso, voltare gabbana non è sempre facile, l'avversario populista (non compromesso col defunto regime) sta pronto a ricordare la precedente militanza del girella.
  Prima della giornata dell'acqua, il 21 marzo c'è stata la giornata mondiale della poesia, stabilita dal un ente onusiano. A quanto pare si è svolta in sordina. Concorrenti e premiazioni: in una beata nuvola. I telegiornali non si sono azzardati a farne pubblicità. I manovratori stanno già sul chi vive, in bilico sul punto critico.
  Certo non siamo ancora giunti al pericolo di sollevamento. Diversi pregiudizi sono duri a morire. Molti credono che il difetto non stia nel manico, che l'apparecchio si possa aggiustare, una volta sostituiti i tecnici. Invece, stanti le legali aberrazioni prodotte dall'uso dell'apparecchio, ci vorrà del bello e del buono perché qualcuno lo faccia ancora funzionare in modo soddisfacente.

Piero Nicola

martedì 13 marzo 2018

CONFERME VATICANE (di Piero Nicola)


  Pur quando si è certi di un fatto storico, che anche prosegue nel presente, è confortante riceverne le conferme. E non tanto per se stessi, quanto per la persuasione degli indecisi, dei non rassegnati alla realtà.
  Vediamo di riassumere il fatto in questione: un caso di importanza massima per l'umanità, per il suo Sommo Bene e Giudice, che è Dio.
  Posto che la Chiesa, Corpo Mistico di Gesù Cristo, e massime il suo Vicario successore di Pietro, sono necessari alla salvezza dei fedeli e alla diffusione del Verbo nel mondo; posto che a tale sacro ministero e magistero è indispensabile la Verità, ossia la fedele trasmissione dei riti e del Vangelo, è chiaro che lo stravolgimento (eresia) dell'oggetto della Fede (Rivelazione), operato da chi occupa il seggio di papa o di gerarca ecclesiastico, rende lo strumento-Religione non solo inefficace, lo rende mezzo di perdizione, mezzo diabolico. Ciò, oggettivamente: che il tradimento sia consapevole o ignaro, colpevole o incolpevole.
  S'intende che, nonostante il tradimento, la Chiesa usurpata e martoriata non sparisce, né sparirà.
  Farei a meno di mostrare lo stravolgimento della dottrina indispensabile, l'eresia pratica, l'obbrobrio del Magistero pastorale e missionario. Troppe volte ho allegato le probanti argomentazioni di eminenti uomini di Chiesa e di teologi veritieri; io stesso mi posi all'opera che stabilisce come il Nemico abbia lavorato e viepiù lavori in Vaticano contro l'elementare volere di Dio, contro la sua misericordia e la sua giustizia, contro il suo amore rivolto a noi tutti.
  Tuttavia cercherò un compendio, alcune formulazioni del male primario commesso dai traditori.
  -  La relativizzazione della Legge di Dio e la conseguente mortifera indulgenza.
  -  La generale, universale mancanza di necessità del Battesimo e degli altri Sacramenti.
  - L'abolizione del male recato dai vari non cattolici in quanto tali (o dai falsi cattolici) e dell'obbligo di combatterlo, bensì con la separazione del gregge dagli erranti.
   -  La pervicacia con cui tali e altri mortiferi errori vengono spacciati sotto veste di misericordia e di carità, insieme alla negazione dei cattivi frutti prodotti dall'albero guasto.
  Tanto basta alla condanna senza appello. Beninteso: non andiamo contro ai servi di Dio come tali (sempreché ancora lo siano, grazie a valide ordinazioni e consacrazioni), ma puntiamo l'indice sui falsificatori del Decalogo e della funzione dei Sacramenti, mezzi della Grazia, senza la quale ci si perde.
  La conferma sopra menzionata viene oggi da una lettera di Ratzinger spedita alla Segreteria di Francesco I e resa nota dalla stampa. Benedetto XVI sostiene con forza la "continuità interiore" dei due pontificati: del suo e di quello di Bergoglio. E ha ragione, tanta ragione quanto aveva torto a rivendicare la continuità con il regno di Pio XII e antecessori. Il presunto papato bergogliano è conseguenza, è sviluppo del precedente, come entrambi lo sono dell'infausto Concilio Vaticano II.
  Coloro che ancora si illudevano sulla bastante ortodossia di Ratzinger possono mettersi l'animo in pace. "Papa Francesco è un uomo di profonda formazione filosofica e teologica" dichiara il predecessore emerito; tra di loro c'è soltanto una "differenza di stile e di temperamento". Ma si è formato "lo stolto pregiudizio per cui papa Francesco sarebbe solo un uomo pratico privo di particolare formazione teologica e filosofica".
  L'intervento avviene in concomitanza con la celebrazione del quinto anniversario dell'investitura di Francesco I, onorata dall'uscita di 11 volumi redatti da teologi di fama internazionale. La collana a cura di Roberto Repole, è intesa alla difesa dell'abusivo papa regnante, debolmente attaccato da sparsi prelati e preso di mira da isolate voci sincere, fuori dal coro.
  Che quei teologi siano di fama internazionale è una condizione che li squalifica automaticamente. La Scrittura ci avverte che l'onestà e la veridicità di chiunque si deve (oggi più che mai) all'avversione, alla persecuzione del mondo, non già alla sua stima. "Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti" (Lc. 6, 26).
  Il che vale per il cosiddetto Papa buono, per i suoi successori, per Madre Teresa di Calcutta, ecc.
  Se poi i conformisti laici e sedicenti cattolici tributano lodi a Santi certissimi, per esempio a San Francesco d'Assisi, la loro empietà ha occasione di manifestarsi nel peggiore dei modi. Quei santi vengono travisati e sfruttati a pro dell'eresia, mentre San Francesco fu un campione del combattimento contro gli eretici e celebrò i suoi monaci martiri andati a convertire gli infedeli. Invece Francesco I se la intende con i figli del peggior eresiarca: Lutero.
  Naturalmente ci sarà chi a furia di arzigogoli, di sofismi, di esegesi moderniste cercherà di negare la luce del sole, ma il sofisma bisogna che esista, bisogna che esista il male: privazione del bene, privazione di Dio, bisogna che il demonio svolga il suo mestiere.
  Sono stato troppo cauto prima, parlando di stravolgimento del Vangelo. In effetti si tratta di un vero capovolgimento, se un telegiornale, forte dell'implicita approvazione degli ascoltatori, ha chiamato a chiare lettere "velenosi" i piuttosto ortodossi tradizionalisti, critici di Bergoglio in seno alla pseudo-chiesa, quando il velenoso in ogni senso è proprio lui.

Piero Nicola

mercoledì 7 marzo 2018

La vittoriosa sconfitta dei grillini ovvero l'involontaria utilità degli arruffoni


E levò si tasca un foglio di carta rossa sul quale era scritto, in lettere maiuscole: qui sono stati i ragazzi della via Pal.
Ferenc Molnar


Augusto Del Noce e Giano Accame, due lungimiranti critici delle ideologie serotine e/o notturne, messe in circolo dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale, hanno elaborato una puntuale teoria sull'eterogenesi dei fini onirici, che turbano e scompongono i pensieri senili, in notturna agitazione fra i tardi promotori delle crisi epilettoidi, abusivamente definite progressi civili.
Motore delle ideologie intorno alla rivoluzione immaginaria era una furia ancestrale, del genere di quella in attività nelle sassaiole compiute dagli immaginari ragazzi della via Pal e narrate dal lacrimoso Ferenc Molnar.
Dopo le elezioni di domenica nella scena politica italiana ha fatto irruzione l'incubo di un vano programma, concepito dietro le quinte dell'avanspettacolo prima di irrompere nel sottobosco sociale.
Mossa da gridi infantili, il grillismo ha prodotto un concerto di parole, che abbassa il pensiero politico alla funzione spazzina di sollevare tempeste di foglie morte e volanti tra malumori, escandescenze e deliri politici.
Disgraziatamente il delirio grillino ottiene un consenso fecondato dal regresso economico e dalla corruzione civile. Si profila – ultimamente – il rischio rappresentato dalla costituzione di un governo capace di deliziare il malinconico Massimo Cacciari e (quel che è peggio) di sollevare la maligna e devastante risata dell'Europa spocchiosa sull'Italia, paese mandolinista, che esegue la musica grillina per far ballare il sottosviluppo.
Il colpo vibrato dall'ammirazione grillina del qualunquismo ateo, grazie a Dio, ha aperto gli occhi dei più attenti politici italiani, rendendoli finalmente capaci di riconoscere, nel gridato programma del comico genovese, il decomposto e brulicante cadavere dell'ideologismo illuminato.
Ora si tratta di capire che – dopo la ingloriosa discesa nel sottosuolo delle ideologie di stampo illuministico – è in atto la implacabile guerra tra il nichilismo da cabaret atlantico e la fede cristiana.
Dall'umiliante scenario, disegnato dal perpetuo, eterodiretto voto dei sonnambuli, si può uscire soltanto se i partiti della destra, contemplato il profilo della temibile minaccia all'orizzonte, osano avviare una spietata critica delle suggestioni piovute sull'Italia dalle nubi del laicismo europeo. L'alleanza tra la destra e il capitalismo deve essere rifiutata categoricamente. Di conseguenza i dirigenti della destra italiana devono uscire dal perdurante sonno finiano e scegliere tra il naufragio nelle acque infettate dal laicismo europeo – puntualmente rappresentato dal comico genovese – e la risalita sulla rischiosa barca di San Pietro.
La fioca risposta del perbenismo laico e democratico affonda miseramente nel frastuono destato da una cultura largamente finanziata dagli abitanti accucciati nella sentina della banca, sulla quale viaggiano gli usurai e i loro adulatori.

Piero Vassallo

martedì 6 marzo 2018

LA MOSSA DEL CAVALLO (di Piero Nicola)


  Scrissi questo articolo qualche tempo fa, e non lo proposi alla pubblicazione perché troppo vicino ad altri pezzi già inviati. Tuttavia credo abbia sempre qualcosa da dire, per cui mi sarebbe spiaciuto lasciarlo perdere.
  Di solito evito di soffermarmi su film per il cinematografo o per la televisione; di regola non intendo guardarli, essendo stanco di dover ripetere le stesse osservazioni, le stesse critiche allo stile, le stesse condanne dei contenuti. Pornografia propinata con pretesti, lenocinio di volgarità e di turpiloquio evitabili, immoralità e vano abbellimento dei vizi, della fornicazione caccosa:  gira e rigira si ritrova tutto ciò ad ammorbare l'atmosfera, senza che sia possibile riscatto di sorta grazie all'arte della rappresentazione.
  Ma in questi giorni una persona a me vicina, che ci tiene a vivere assai la vita sociale e a usufruire degli spettacoli (la cui rinuncia a me giova, anziché infondermi rammarichi), questa persona ha visto il filmato La mossa del cavallo, tratto da un racconto di Andrea Camilleri pubblicato nel 1999, e si è dichiarata soddisfatta, consigliandomi di non perderlo.
  Già pochi minuti innanzi la proiezione televisiva, il primo canale Rai aveva tessuto gli elogi del lavoro dei cineasti, dello scrittore siciliano, degli interpreti. Nel gioco alla tivù in cui un concorrente deve indovinare le attività delle persone che gli si presentano, era comparsa fra loro l'attrice giovane e carina, protagonista femminile del filmato, della cui pubblicità ella aveva costituito il motivo. Era venuta in abbigliamento modesto, mentre negli spezzoni di scene proiettate per saggio, il suo petto emergeva provocante, sebbene quel personaggio di vedova seducente non facesse ancora immaginare la sua prostituzione e l'esibizione di questa nei rapporti avuti con un parroco.
  Mette conto notare che simile oscenità libidinosa non sarebbe mai passata alla censura sino alla fine degli anni Cinquanta. E dirò, a chi mi compatisce facendo appello all'attuale comune senso del pudore, che me ne infischio, che compatisco lui, perché nudo disonesto e lascivia restano i medesimi per sempre e per chiunque, da Adamo in poi. Ma siamo precisi: all'epoca della benedetta censura, questa non escludeva le miserie, non tagliava alcuna situazione disonesta che fosse resa implicita o raffigurata decentemente e senza complicità o indulgenza riguardo a vizi e delitti.
  I più che boccacceschi episodi dello scambio delle grazie muliebri con i beni materiali del prete potevano benissimo essere resi con accenni, e si sarebbe persino ricavato maggior profitto per l'economia dell'intreccio eliminandoli o adoperando un diverso accidente.
  La vicenda poliziesca, nel siculo contesto mafioso, comincia con l'arrivo di un ispettore del macinato, sul quale bisogna pagare un'imposta che si presume iniqua, ma importante per le finanze statali. Il giovane funzionario di famiglia siciliana proviene da Genova dove è cresciuto, sostituisce il suo predecessore corrotto e fatto fuori per essersi opposto a interessi illeciti. L'usciere che riceve il nuovo arrivato è l'umile rappresentante dell'omertà rivestita di buon senso. Il delegato di polizia è al servizio del capoccia latifondista e cerca di dissuadere l'ispettore, che intende mettere ordine e giustizia, nondimeno fra i suoi collaboratori malfidati, dispersi sul territorio. Il superiore in grado, l'intendente di Finanza, è colluso col grande malvivente. I carabinieri sembrano dover adattarsi al malcostume. In seguito, anche il prefetto appare rassegnato. Resisterà invece il pubblico ministero, che persegue la colpevolezza dei delinquenti; ma alla fine è costretto ad augurarsi, soltanto, la sconfitta del capo mafioso, per ottenere la quale occorre risalire a lui con l'imputazione, mentre costui si difende procurando la morte dei suoi strumenti compromessi e divenuti pericolosi. Ad ogni modo, mandare in galera una colonna della società criminale risolve ben poco. Oggi ne sappiamo qualcosa.
  A tale proposito non resisto alla tentazione di andare fuori tema: ci sono storici illustri che disprezzano lo Stato della Chiesa perché subì il brigantaggio. Essi salverebbero questa democrazia italiana che è molto più infestata, ospitando mafie formidabili e droga a go-go.
  Or dunque, l'ispettore dei mulini viene incolpato dell'uccisione del parroco, invece assassinato da un cugino pazzoide. I cugini avevano avuto una questione d'interesse, e lo squilibrato aveva perso la causa. Lo ha mosso a commettere il delitto l'avvocato del gran capo mafioso. Qui sorge il punto debole. L'omicidio del sacerdote, predisposto per la levata di mezzo del giovane, venuto dal Nord a rompere le uova nel paniere, avrebbe dovuto svolgersi in una circostanza prevista e non fortuita. Viceversa le coincidenze giungono eccezionali. Il parroco, non si capisce come, si è trovato in aperta campagna boscosa, e lì lo ha colpito la micidiale revolverata. Contemporaneamente è accaduto il transito solitario dell'ispettore a cavallo. Sappiamo che si recava a compiere le verifiche spingendosi sui luoghi della molitura, per diffidenza verso i suoi sottoposti. Ma ci è stato anche detto che si rifiutava di preavvertire chiunque riguardo alle proprie ispezioni. Egli, messo in allarme dallo sparo dell'attentatore, subito dileguatosi, ha sparato a sua volta alle ombre, per poi rinvenire il morente sacerdote, dimenticando presso di lui la rivoltella.
  La macchinazione ai danni del protagonista reca con sé ulteriori artifici. Egli è andato dal delegato a denunciare l'assassinio. Ha raccolto dalle labbra dell'agonizzante il nome del suo uccisore, ma, approfittando della sua scarsa conoscenza del dialetto, gli inquirenti smontano la comprensione di quel nome, ritenuta scorretta. I sospetti gravanti sull'interrogato sarebbero avvalorati dalla sua denunciata scoperta d'un mulino clandestino, allestito provvisoriamente in aperta campagna, di cui però non si rinvenne traccia. Il caso accredita l'accusa di invenzioni fantasiose, come quella del ritrovamento del prete nella boscaglia, del quale pure non si è vista ombra di cadavere.
  L'azzeccagarbugli al servizio del capoccia ha fatto trasportare la salma in casa dell'ispettore. Questi, dopo essere svenuto per il trauma causatogli dall'arresto, eseguito per i gravi indizi raccolti a suo carico, viene rianimato somministrandogli nel contempo un barbiturico. Rimesso in libertà provvisoria, giunge nella sua abitazione del tutto stordito, incapace di reagire di fronte all'incontro col morto. Si trarrà successivamente d'impaccio dimostrando che la giacca, da lui stesa sul ferito a morte, si è macchiata di sangue, mentre, se avesse compiuto l'omicidio fra le pareti domestiche, non avrebbe coperto il defunto con l'indumento.
  Inoltre, l'aver i malfattori messo nell'alloggio dell'accusato le cose pregiate del prete, ricevute dalla vedovella in cambio dei suoi favori accordatigli, e l'aver dovuto togliere perciò quest'ultima dalla circolazione, appaiono manovre sproporzionate, poco verosimili. Il gioco non valeva la candela, ossia tanto daffare e rischio al fine di creare una debole prova a carico, un movente malamente spiegato dal fatto che la poco di buono era proprietaria della casa presa in affitto dall'imputato, sicché i due avrebbero dovuto intendersela ed essere stati complici. La prova decisiva dell'innocenza verrà con l'eliminazione del cugino che ha accoppato il parente ecclesiastico e che, messo alle strette, avrebbe potuto cantare.
  La macchinosità è quasi necessaria a ogni trama gialla. Si può riconoscere che sceneggiatura, regia e attori abbiano ovviato abbastanza ai difetti, essendo non poco aiutati dal mezzo cinematografico. Con la sua realistica ripresa, esso rende spesso credibile l'inverosimile.
  Ma la pecca maggiore è costituita dalla mancanza di un personaggio piuttosto buono o redento nella società siciliana di fine Ottocento. Le pie donne, in chiesa e affacciate alla sacrestia, hanno un'aria equivoca di beghine. Si direbbe normale, benché assuefatta all'ambiente anomalo, soltanto la famiglia del barbiere, cugino primo dell'ispettore, stranamente da lui ignorato prima del suo arrivo nell'isola e casualmente incontrato nella barbieria.
    Facendo ritorno in ufficio, dopo essersi destreggiato (mossa del cavallo) secondo gli accorgimenti d'uso locale, il giovanotto abbraccia il suo aiutante, di cui all'inizio rifiutò il comportamento omertoso e retrogrado. Ma a parte lui, in conclusione, l'orizzonte tutto fosco della Trinacria resta privo d'un solo, possibile, soggetto che si distingua per rettitudine e coraggio.

Piero Nicola

giovedì 22 febbraio 2018

MARTIRE DELLA VERITÀ (di Piero Nicola)


«Raguardami Pietro vergine e martire, che col sangue suo die' lume nelle tenebre delle molte eresie; che tanto l'ebbe in odio, che se ne dispose a lassarvi la vita. E, mentre che visse, l'exercizio suo non er'altro che orare, predicare, disputare con gli eretici e confessare, annunziando la verità e dilatando la fede senza veruno timore. Ché non tanto ch'egli la confessasse nella vita sua, ma infine a l'ultimo della vita. Unde, nella extremità della morte, venendoli meno la voce e lo 'nchiostro, avendo ricevuto il colpo, egli intinse il dito nel sangue suo: non ha carta questo glorioso martire, e però s'inchina e scrive in terra confessando la fede, cioè il Credo in Deum. El cuore suo ardeva nella fornace della mia carità, e però non allentò e' passi voltando il capo adietro sapendo che doveva morire (però che, prima che egli morisse, gli revelai la morte sua), ma come vero cavaliere, senza timore servile, egli esce fuore in sul campo della bactaglia.»
  Sono queste parole di Dio, nella rivelazione privata che Egli fece a Santa Caterina da Siena (1347-1380), la quale dettò quanto aveva appreso a chi scrisse il Libro della Divina Dottrina o Dialogo della Divina Provvidenza.
  Il Pietro che il Signore ricorda - insieme ad altri santi difensori della fede come Tommaso d'Aquino, Francesco e Domenico - alla grande suora domenicana Caterina, nacque a Verona all'inizio del '200 in una famiglia di eretici. Sin da fanciullo, testimoniò il credo cattolico ai suoi congiunti, che sperarono invano in un suo ripensamento. Andato a Bologna per frequentare l'Università, entrò nell'Ordine Domenicano, il cui Fondatore era ancora vivo. Dal 1232 Pietro divenne inviato pontificio a Milano, dove fondò le Società della Fede e le Confraternite Mariane per la difesa della dottrina contro gli eretici. Sarà priore ad Asti e poi a Piacenza, sempre predicando per confutare e condannare l'errore dei catari. Eserciterà il suo apostolato a Firenze, a Roma, nelle Marche e nella Romagna. Nel 1251 fu nominato priore a Como e inquisitore pontificio a Milano. Il dovere compiuto nell'esigere il rispetto e l'applicazione dei decreti papali, e il successo della sua predicazione accompagnata da miracoli, gli attirarono la feroce avversione dei ghibellini e dei catari. Nella domenica delle Palme del 1252, predisse dal pulpito la propria uccisione per mano degli eretici, rivelando bensì che li avrebbe combattuti più da morto che da vivo.
  Le sette di Milano e di altre città lombarde decisero di inviare due sicari per sopprimere Pietro da Verona. Essi lo raggiunsero il 6 aprile mentre era in viaggio da Como a Milano. Si conoscono i nomi degli incaricati dell'omicidio: Pietro da Balsamo detto Carino e Albertino Porro da Lentate. Quest'ultimo si ravvide per tempo e non prese parte all'assassinio. Il Carino spaccò la testa del martire con una roncola e lo colpì nel petto con un coltellaccio.
  Il corpo di Pietro, trasportato a Milano, ebbe esequie grandiose e fu sepolto presso il convento di S. Eustorgio. Quel giorno avvennero diversi miracoli. Il frate eretico Daniele da Giussano, che aveva contribuito a ordire la trama omicida, e lo stesso Carino si convertirono; in seguito entrarono essi stessi nell'Ordine Domenicano. Il 9 marzo 1253, Innocenzo IV canonizzò Pietro da Verona e ne istituì la festa il 29 aprile.
  Il culto di questo religioso, che si immolò per l'integrità della fede, si diffuse in tutto il mondo. Molte città lo elessero loro protettore. Celebri artisti quali il Beato Angelico e il Tiziano lo raffigurarono per la venerazione dei fedeli. Le sue reliquie, racchiuse nel monumento sepolcrale dovuto a Giovanni Balduccio da Pisa, si trovano nella Cappella Portinari intitolata al Santo, la quale è compresa nella basilica di Sant'Eustorgio.

  Nel Libro della Divina Dottrina procurato dalla Compatrona d'Italia, al punto della virtù dell'obbedienza il Signore tratta degli ordini monastici, detti "navicelle", e mostra la bellezza delle loro regole stabilite dai fondatori «che erano facti tempio di Spirito Sancto.» Tutti, a partire da Benedetto, diedero un particolare indirizzo sorretto dalla carità, e «la navicella del padre tuo Domenico, dilecto figliuolo mio, egli l'ordinò con ordine perfecto, ché volse che attendessero solo a l'onore di me e salute de l'anime col lume della scienzia [...] per più proprio suo obiecto prese il lume della scienzia, per stirpare gli errori che a quello tempo erano levati. Egli prese l'officio del Verbo, unigenito mio Figliuolo. Drictamente nel mondo pareva uno apostolo: con tanta verità e lume seminava la parola mia, levando la tenebre e donando la luce. Egli fu uno lume, che Io porsi al mondo col mezzo di Maria, messo nel Corpo mistico della sancta Chiesa come stirpatore de l'eresie.»
  «... nel principio suo [l'ordine] era uno fiore: anco c'erano uomini di grande perfectione: parevano uno sancto Pavolo, con tanto lume che a l'occhio loro non si parava tenebre d'errore che non si dissolvesse.
  «Raguarda il glorioso Tommaso [...] Questi che fu una luce ardentissima, che rende lume ne l'ordine suo e del Corpo mistico della sancta Chiesa, spegnendo le tenebre de l'eresia.»
  Dopodiché, nessuno può mettere in dubbio la divina condanna dell'errore e il dovere di confutare e contrastare gli eretici, avvelenatori di anime. Ma il Concilio Vaticano II, in particolare nella Dichiarazione Nostra Aetate, dichiara:
  «Gli uomini attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell'uomo: la natura dell'uomo, il senso e il fine della vita, il bene e il peccato, l'origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l'ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo.»
  Nessuna incertezza sulla falsità dell'osservazione, poiché la dottrina cattolica risponde con chiarezza a tali "enigmi", a differenza delle altre religioni, sprovviste dell'unica Verità tratta dal sacro Deposito.
  Lo stesso documento prosegue, andando di male in peggio: «La Chiesa cattolica [...] considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano [perciò con errore] da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini.»
  Così non può essere la «Chiesa cattolica»: essa combatte ogni errore e non commette la falsità obbrobriosa di considerare rispettabile e riflettente la verità una dottrina che è guasta.
  «La Chiesa esecra [...] qualsiasi discriminazione tra gli uomini [...] per motivi di [...] religione.»
  Siffatta condanna, insieme alla professione di laicismo della Dichiarazione Dignitatis Humanae: «Questo diritto della persona umana alla libertà religiosa deve essere riconosciuto e sancito come diritto civile nell'ordinamento giuridico della società,» rigetta l'inimicizia voluta, per principio, dal Signore nei confronti delle eresie e dei rimanenti culti estranei alla Sposa di Cristo.
  Ora, dopo la conciliare negazione (inequivocabile) della necessaria difesa dagli eretici, dopo la conciliare messa al bando della predicazione intesa a distruggere con la Verità gli errori diffusi dalle dottrine erronee, è stupefacente come, nel 1970, Paolo VI, a cinque anni dal suo aver approvato il Concilio (mai da lui smentito in alcuna sua parte), abbia fatto dottore della Chiesa Santa Caterina da Siena. Invero, le contraddizioni di Paolo VI ebbero a fioccare in vari modi. In questo caso però, appare scandaloso l'aver ignorato il santo insegnamento sull'eresia (del resto, ben definito nella Rivelazione), palesemente esposto nel Dialogo della Divina Provvidenza. In altri termini, Paolo VI non poté onorare il sapere teologico di Caterina, senza smentirsi riguardo a certa teologia sostenuta dal Concilio. Tuttavia egli non la emendò, non si ricredette.
  «Caterina ritornava a Siena [...] per proseguire il suo colloquio con l'Eterno, dettando il meraviglioso Dialogo della Divina Provvidenza, frutto del suo continuo insegnamento attraverso le lettere e di tutte le sue esperienze mistiche; il Dialogo è il vero "libro" di Caterina.» Enciclopedia Cattolica, vol. III, col. 1154.

Piero Nicola

mercoledì 21 febbraio 2018

FACILE PROFEZIA (di Piero Nicola)


Tutto dipende da una presunzione: quella di avere mantenuto autorità e popolarità. Perché costoro smarriscono la visione obiettiva? Perché accecandosi non vedono il proprio fallimento, la loro vita pubblica finita nel discredito, le loro convinzioni perite miseramente.
  Sicuro: sto parlando di politica. Il fatto nascosto agli occhi di quegli ottimati è il rifiuto opposto dalla maggioranza degli elettori alla classe partitica, ovvero al sistema instaurato che la mantiene al potere. Lo dimostrano le percentuali dei votanti, di quelli che votano turandosi il naso, di quelli che votano partiti supposti anti-sistema.
  Perciò è sorprendente come i grandi capi rappresentativi del sistema, avendo ricoperto o ricoprendo le massime cariche, si spendano nell'appoggiare candidati e partiti; e tanto più sprovveduti sono questi ultimi, che accettano tale sorta di sostegno.
  Quando Barack Obama si prodigò per raccomandare Hillary Clinton all'elettorato statunitense affinché venisse eletta presidente degli USA, entrambi non dovettero rendersi conto del sentimento disilluso e rivoluzionario che animava la gran parte degli americani. Non capirono che molti volevano voltar pagina, farla finita con i soliti slogan ingannevoli; non capirono che si era sfogliata l'indoratura dei sogni e dei miraggi, della cui apparenza, quasi fosse sostanza, il loro paese aveva saputo gloriarsi per secoli. Forse la Clinton non sarebbe riuscita comunque a fingere un programma atto a ridare agli Stati Uniti la vernice e quel poco di giustizia del passato, ma è certo che Obama le nocque, togliendo ogni speranza a quanti erano nostalgici e desideravano maggior cura del generale benessere, maggiori possibilità di promozione individuale, e difesa dell'integrità, degli interessi, dell'orgoglio nazionali.
  Veniamo agli affari nostri. Il mite presidente Mattarella, l'ex presidente Napolitano, comunista convertito al mondialismo, e Prodi, veterano dei palazzi del potere, che da Bologna la grassa rilascia saggezza professorale, queste tre colonne vetuste fanno un'assidua propaganda a favore del partito renziano. Così, contribuiscono alla sua rovina. Da parte loro, né il fiorentino né il suo concorrente Gentiloni hanno appreso la lezione del referendum, che è stata una generica bocciatura, per rimediare alla quale sarebbe occorsa una sterzata forte e decisa, mentre essi ripetono il frusto vanto della ripresa economica, cui il loro governo avrebbe dato impulso, talché sarebbe un male grande cambiare rotta. La massa non vede benefici da nessuna parte, vorrebbe un cambiamento efficace, non senza un certo ritorno ai tempi migliori, alla perduta stabilità. La massa se ne infischia altamente dei progressi ottenuti con i novelli, presunti diritti civili, ed è a metà diffidente a metà insofferente verso la UE, verso la solidarietà con gli emigranti, verso il fantasioso vantaggio che essi ci porterebbero, verso le promesse di integrazione e di regolazione dei ricevimenti dal mare. Alla massa non sfugge più la smaccata propaganda pro-governativa messa in atto dalle televisioni, è infastidita dalla retorica di regime, dalla libera informazione che in qualche modo mostra piaghe cui non fanno mai riscontro leggi sane, sani provvedimenti. Tutto ciò, proprio come è successo in America.
  Qui però stiamo sotto la UE, e sia Grillo che Berlusconi non hanno niente a che vedere con il Tycoon. Berlusconi guarda ancora ai moderati, che ormai sono una minoranza aderente a partitini settari; egli ha preso per alleati questi ultimi, che di certo gli legheranno le mani o lo tradiranno; è andato a Bruxelles a render conto ai grossi burocrati, che, se non eseguirà i loro ordini, gli faranno un'altra volta lo sgambetto. Nemmeno lui ha capito l'antifona ventilata dal popolo, confuso sì, maggioranza abbastanza silenziosa, va bene, ma intimamente rivoluzionaria e decisamente ricalcitrante.

Piero Nicola

mercoledì 14 febbraio 2018

Storia: 89 anni fa , 11 febbraio 1929, la ‘Conciliazione’ tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica (di Paolo Pasqualucci)

Fino agli anni Settanta circa del secolo scorso l’11 febbraio era festa nazionale.  Oggi, l’evento non solo non si celebra ma sembra esser caduto del tutto in oblìo.  Si è trattato di un fatto storico assai importante per il nostro Paese e, indirettamente, anche per il resto della cattolicità.  Finiva la grave tensione, che durava dal 1870, tra la Chiesa e lo Stato unitario italiano, dopo che quest’ultimo aveva tolto con la forza alla Chiesa il potere temporale e, pur nel mantenimento della religione cattolica quale unica religione ufficiale dello Stato, aveva introdotto leggi eversive dei beni ecclesiastici e il matrimonio civile (fallì, invece, anche per l’opposizione del Re, il tentativo di introdurre il divorzio).  La Chiesa cessava di rivendicare la restituzione del dominio temporale di un tempo, mettendo una pietra sopra il passato e riconoscendo lo Stato italiano.

I. Per la composizione della “questione romana” e il raggiungimento della desiderata “conciliazione” con la Chiesa, come tutti sanno furono determinanti la volontà e l’impegno personale di Benito Mussolini, l’ex-socialista rivoluzionario in gioventù romagnolo mangiapreti, da quasi sette anni capo del governo, non ancora “duce” stivalato e osannato da oceaniche e imperiali quanto effimere adunate.
[Vedi sul punto l’opera di colui che giustamente è considerato il massimo storico del fascismo: Renzo De Felice, Mussolini il fascista. II. L’organizzazione dello Stato fascista. 1925-1929, Einaudi, Torino, 1968, Cap. Quinto: La Conciliazione, pp. 382-436.  “Con i patti del Laterano Mussolini conseguì un successo – forse il più vero e importante di tutta la sua carriera politica – che da un giorno all’altro ne aumentò il prestigio in tutto il mondo…”, op. cit., p. 382. Corsivo mio].

II. Ma in cosa consistono quelli che vengono chiamati i Patti Lateranensi, dal momento che furono firmati, appunto l’11 febbraio del 29, nel Palazzo del Laterano tra Mussolini e il cardinale Gasparri?  Forse è utile rinfrescare la memoria.
Si tratta di due documenti, espressione di due atti diversi, tra loro collegati e interdipendenti, stipulati tra la S. Sede e lo Stato italiano:  il Trattato e il Concordato.
Col primo si è determinata e stabilita di comune accordo la posizione e il regime giuridico speciale della S. Sede stessa quale ente sovrano della Chiesa cattolica in Italia e nei confronti dell’ordinamento statale e si è composta la cruciale Questione romana vertente fra le due autorità.  Con il secondo si è fissata e disciplinata la posizione e il regime giuridico della religione e della Chiesa cattolica in Italia.
Nel Trattato viene ricostituito il potere temporale del Papa nella forma di un microstato (la Città del Vaticano), con aggiunti vari immobili di proprietà della S. Sede dotati di extra-territorialità e/o di esenzione dall’espropriazione forzata e dai contributi.  Si tratta di uno Stato a tutti gli effetti, in modo da garantire al Pontefice la piena libertà di soggetto giuridico indipendente e sovrano dal punto di vista del diritto internazionale.  
Con la  Convenzione finanziaria allegata, lo Stato italiano versava alla S. Sede, allo scambio delle ratifiche del Trattato, la somma di 750 milioni di lire in contanti (al potere d’acquisto del 1929) e di 1 miliardo in consolidato al 5%.  Tale somma la S. Sede, che aveva inizialmente richiesto circa 3 miliardi di lire, ha dichiarato di accettare “a definitiva sistemazione dei suoi rapporti finanziari con l’Italia in dipendenza degli avvenimenti del 1870”.  Essa accettava il risarcimento con la seguente motivazione: a) per la perdita del Patrimonio di S. Pietro costituito dagli antichi Stati pontifici; b) per la perdita dei beni degli enti ecclesiastici incamerati dallo Stato con le leggi eversive.  Il Papa, Pio XI, si accontentava di una somma forfettaria, tenendo conto della difficile situazione economica mondiale e italiana di quel periodo e mosso da benevolenza nei confronti del popolo italiano.
 [I dati esposti nel § 2 li ho ripresi da:  Pietro Agostino D’Avack, Lezioni di diritto ecclesiastico italiano.  Le fonti, Giuffrè editore, Milano, 1962, cap. 6, Le fonti di origine pattizia II. I patti lateranensi, p. 147 ss.]

III.  Giova ricordare, a questo punto, la Premessa ed alcuni articoli del Trattato.

“In nome della Santissima Trinità.
Premesso:
Che la Santa Sede e l’Italia hanno riconosciuto la convenienza di eliminare ogni ragione di dissidio fra loro esistente con l’addivenire ad una sistemazione definitiva dei reciproci rapporti, che sia conforme a giustizia ed alla dignità delle due Alte Parti e che, assicurando alla Santa Sede in modo stabile una condizione di fatto e di diritto la quale Le garantisca l’assoluta indipendenza per l’adempimento della Sua alta missione nel mondo, consenta alla Santa Sede stessa di riconoscere composta in modo definitivo ed irrevocabile la “questione romana”, sorta nel 1870 con l’annessione di Roma al Regno d’Italia sotto la dinastia di Casa Savoia;
Che dovendosi, per assicurare alla Santa Sede l’assoluta e visibile indipendenza, garantirLe una sovranità indiscutibile pur nel campo internazionale, si è ravvisata la necessità di costituire, con particolari modalità, la Città del Vaticano, riconoscendo sulla medesima alla Santa Sede la piena proprietà e l’esclusiva ed assoluta potestà e giurisdizione sovrana;
Sua Santità il Sommo Pontefice Pio XI e Sua Maestà Vittorio Emanuele III, Re d’Italia, hanno risoluto di stipulare un Trattato […] Hanno convenuto negli articoli seguenti:

1.  L’Italia riconosce e riafferma il principio consacrato nell’art. 1 dello Statuto del Regno 4 marzo 1848, pel quale la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato.
2. L’Italia riconosce la sovranità della Santa Sede nel campo internazionale come attributo inerente alla sua natura, in conformità alla sua tradizione ed alle esigenze della sua missione nel mondo.
3.  L’Italia riconosce alla Santa Sede la piena proprietà e la esclusiva ed assoluta potestà e giurisdizione sovrana sul Vaticano, com’è attualmente costituito, con tutte le sue pertinenze e dotazioni, creandosi per tal modo la Città del Vaticano per gli speciali fini e con le modalità di cui al presente Trattato […].
4.  La sovranità e la giurisdizione esclusiva, che l’Italia riconosce alla Santa Sede sulla Città del Vaticano, importa che nella medesima non possa esplicarsi alcuna ingerenza da parte del Governo italiano e che non vi sia altra autorità che quella della Santa Sede.
[Omissis]
8.  L’Italia, considerando sacra ed inviolabile la persona del Sommo Pontefice, dichiara punibile l’attentato contro di Essa e la provocazione a commetterlo con le stesse pene stabilite per l’attentato e la provocazione a commetterlo contro la persona del Re del Presidente della Repubblica.
Le offese e le ingiurie pubbliche commesse nel territorio italiano contro la persona del Sommo Pontefice con discorsi, con fatti e con scritti, sono punite come le offese e le ingiurie alla persona del Re  del Presidente della Repubblica”. 
[Omissis]
Il Trattato constava di 27 articoli e Quattro Allegati.

IV.  Del Concordato voglio solo ricordare una novità importantissima, che metteva fine al regime di solo matrimonio civile riconosciuto dallo Stato, introdotto con il nuovo Codice Civile, a partire dal 1° gennaio 1886, quando governava la c.d. Sinistra storica. Ora lo Stato riconosceva il matrimonio religioso (secondo il diritto canonico), concedendo al sacerdote celebrante anche la mansione di ufficiale dello stato civile, dal momento che poteva egli stesso provvedere al deposito dell’atto di matrimonio (regime di matrimonio concordatario, ritoccato per alcuni aspetti dall’Accordo del 1984, art. 8).

V.  L’art. 7.2  della Costituzione della Repubblica Italiana ha confermato i Patti Lateranensi nella loro qualità di strumento che regola i rapporti tra lo Stato e la Chiesa.  Essi possono esser modificati con l’accordo delle due parti senza che si debba ricorrere a revisione della Costituzione. Il 18 febbrario 1984 fu sottoscritto un Accordo in 14 articoli, con Protocollo addizionale di 7 articoli, firmato in Roma (se non erro, dall’on. Bettino Craxi e dal cardinale Casaroli, segretario di Stato) apportante modificazioni al Concordato lateranense del ’29.  Con tale accordo la Chiesa ottenne determinati vantaggi, su questioni che l’interessavano.   Però fece alcune importanti e gravi concessioni.
L’art. 1 di detto Accordo recita: 
“La Repubblica italiana e la Santa Sede riaffermano che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti ed alla reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese”.
Tale articolo è preceduto da un breve preambolo intessuto di citazioni del Concilio Vaticano II (art. 6 della Dichiarazione Dignitatis humanae sulla libertà religiosa, che parla della tutela inviolabile dei diritti dell’uomo; art. 76 della costituzione Gaudium et Spes, nel quale la Chiesa rivendica il suo diritto ad esercitare la sua missione “a servizio delle persone umane” in una “società pluralistica”; e del nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983, c. 3).  Nel Protocollo Addizionale si dà una sorta di intepretazione autentica di alcuni articoli dell’Accordo.  In relazione all’art. 1 appena citato si afferma: 
“si considera non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti Lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano”.
Nello spirito apertamente richiamato del Vaticano II, la Chiesa affermava ora esser la sua missione quella di collaborare con lo Stato “per il bene del paese e per la promozione dell’uomo”:  con uno Stato laico che promuoveva “il bene dell’uomo” in prospettiva apertamente antropocentrica e totalmente indifferente, quando non ostile, alle finalità proprie della Chiesa cattolica. Coerentemente a questa impostazione suicida, il Vaticano accettava, con piena sua soddisfazione, che nel Protocollo Addizionale si cancellasse ogni riferimento alla religione cattolica quale unica religione dello Stato italiano (come stabilito dallo Statuto Albertino, mantenuto dallo Stato fascista, per il quale le altre religioni erano culti tollerati o ammessi, a seconda della dizione preferita).
Coerentemente con questa impostazione, l’art. 4 dell’Accordo annacqua il carattere sacro della città di Roma, sede del Papato, ampiamente riconosciuto e tutelato dallo Stato fascista.
Recita infatti l’art. 4 dell’Accordo :
“La Repubblica italiana riconosce il particolare significato che Roma, sede vescovile del Sommo Pontefice, ha per la cattolicità”.
L’art. 1.2 del Concordato lateranense del ’29, diceva invece, in modo molto più forte ed incisivo:
“In considerazione del carattere sacro della Città Eterna, sede vescovile del Sommo Pontefice, centro del mondo cattolico e meta di pellegrinaggi, il Governo italiano avrà cura di impedire in Roma tutto ciò che possa essere in contrasto col detto carattere”.
E questa “cura”, come sappiamo, fu messa scrupolosamente in atto.  Del resto, sino alla prima metà degli anni sessanta del secolo scorso, nel centro di Roma i night-clubs, sorti tutti nel dopoguerra nella zona di via Veneto, erano pochissimi e, credo, alquanto castigati.
[I testi dei Patti Lateranensi e del successivo Accordo con Protocollo Aggiuntivo, li ho citati da:  Giovanni Barberini (a cura di), Raccolta di fonti normative di diritto ecclesiastico, 4a ediz. riveduta e ampliata, G. Giappichelli Editore, Torino, 1997, pp. 31-59].

VI.  Voglio concludere questa breve rievocazione  con alcune citazioni dal menzionato capitolo di Renzo De Felice sulla Conciliazione.
Pio XI si era giustamente opposto alla ventilata revisione della legislazione ecclesiastica esistente da parte del governo italiano, mai accettata dai Papi: si trattava della legislazione detta delle Guarentigie, stabilita dopo l’annessione di Roma al Regno d’Italia, a garanzia della libertà e indipendenza economica del Pontefice; però stabilita unilateralmente dallo Stato italiano e senza riconoscere alcun potere temporale al Papa, come se potesse esser concepito quale sovrano senza Stato.
Mussolini prese posizione contro le polemiche che l’atteggiamento del Papa aveva provocato, con una celebre lettera al Guardasigilli Alfredo Rocco, il 4 maggio 1926.  Egli mostrava di  comprendere e giustificare appieno il punto di vista del Pontefice.

“La Santa Sede, scriveva egli, pur apprezzando il profondo mutamento di indirizzo, che il trionfo del Fascismo ha segnato nella politica religiosa dello Stato italiano, reputa che una sistemazione soddisfacente dei rapporti tra la Chiesa Cattolica e lo Stato in Italia non possa conseguirsi, se non per via di accordo bilaterale, e che un accordo di tal fatta presuppone risoluto, d’intesa tra le due Potestà, il problema della sistemazione giuridica della Santa Sede, come organo centrale, e pertanto, di sua natura supernazionale, della Chiesa, il quale, per decreto della Provvidenza divina ha sede in Italia.
Il regime fascista, superando in questo, come in ogni altro campo, le pregiudiziali del liberalismo, ha ripudiato così il principio dell’agnosticismo religioso dello Stato, come quello di una separazione tra Chiesa e Stato, altrettanto assurda quanto la separazione tra spirito e materia…È logico pertanto che il Governo Fascista giudichi con piena serenità le attuali manifestazioni della Santa Sede, e le reputi degne della più attenta considerazione…Giunte le cose al punto, in cui il tempo e il procedere della storia, e l’evoluzione spirituale e politica del popolo italiano le hanno condotte, reputo non inutile che tu, coi mezzi di informazione di cui disponi, prenda riservatamente notizia del punto di vista odierno della Santa Sede, intorno alle forme che potrebbe assumere una soddisfacente sistemazione giuridica dei suoi rapporti con lo Stato italiano”. [ De Felice, op. cit., pp. 389-390].
Con questa lettera, che mise immediatamente in moto Alfredo Rocco, si iniziò il processo che quasi tre anni dopo si sarebbe concluso con i Patti Lateranensi.  Nella fase finale, le trattative, sempre riservate, furono condotte personalmente da Mussolini. 
Com’è noto, i Patti furono occasione immediata di accese polemiche, anche nell’ambito della schieramento fascista, nel quale era presente da sempre una robusta componente anticlericale.  Ci furono successivamente incomprensioni e conflitti, anche seri, con la Santa Sede a proposito delle organizzazioni giovanili cattoliche.  Tra i cattolici, se la maggioranza gioì, ci fu tuttavia chi pensò che la Chiesa avesse concesso troppo al regime o, addirittura, avesse “capitolato” nei suoi confronti.  Quest’opinione fu espressa da ambienti del cattolicesimo francese, per i quali la Chiesa, appunto “capitolando” nei confronti del regime, si era messa sotto “la protezione italiana”, come scrisse Maurras su ‘L’Action Française’ del 14 febbraio 1929 [De Felice, op. cit., p. 423, nota n. 1]. 
Ma si poteva davvero ritenere, aggiungo io, che il mettersi sotto “la protezione” temporale dell’Italia (se si vuole usare quest’immagine)  comportasse una diminuzione dell’universalità della Chiesa cattolica e di Roma, in quanto capitale del cattolicesimo? Poteva sembrare, superficialmente, che la Chiesa si fosse messa ora sotto la “protezione” dello Stato italiano.  In realtà, da un punto di vista superiore, era vero il contrario:  era lo Stato italiano che ora, riconoscendo e riparando certi suoi errori e venendo perdonato dalla Chiesa per le offese e malefatte risorgimentali e postrisorgimentali, ritornava ad esser spiritualmente “protetto” (se così vogliamo dire) dal caritatevole e materno benvolere della Chiesa.
A proposito delle summenzionate polemiche, si veda quest’ultima citazione, sempre dall’opera di De Felice.
“Non meno soddisfatto e conciliante si era mostrato Mussolini quando – il 10 marzo [1929], in occasione della prima ‘assemblea quinquennale del regime’- aveva per la prima volta pubblicamente parlato dei patti.  Questi, aveva detto , erano “equi e precisi” e avevano creato tra l’Italia e la Santa Sede una situazione “di differenziazione e di lealtà”:
“Io penso, disse, e non sembri assurdo, che solo in regime di concordato si realizza la logica, normale, benefica separazione tra Chiesa e Stato, la distinzione, cioè, tra i compiti, le attribuzioni dell’una e dell’altro.  Ognuno coi suoi diritti, coi suoi doveri, con la sua potestà, coi suoi confini.  Solo con questa premessa si può, in taluni campi, praticare una collaborazione da sovranità a sovranità.
Parlare di vincitori o di vinti è puerile:  si parli di assoluta equità dell’accordo che sana reciprocamente de jure un’ormai definitiva, ma sempre pericolosa e comunque penosa situazione di fatto.  L’accordo è sempre meglio del dissidio; il buon vicinato è sempre da preferirsi alla guerra”.
E, pur mettendo in chiaro che il riconoscimento alla Chiesa cattolica di “un posto preminente nella vita religiosa del popolo italiano”non significava persecuzione, soppressione o anche solo vessazione degli altri culti, aveva annunciato che lo Stato fascista non era tenuto – “come si pretenderebbe dalle vaghe superstiti cellule demomassoniche”- a conservare tutte le misure di una legislazione “che fu il prodotto di un determinato periodo storico”e che spesso erano col tempo diventate delle semplici finzioni”.  [De Felice, op. cit., pp. 427-428]. 
Il giorno dopo, 11 marzo, ‘L’Osservatore Romano’ definì le parole del “duce””obbiettive ed esaurienti”[De Felice, op. cit., p. 427, nota n. 2].

La valutazione mussoliniana del significato autentico dei Patti, condivisa dal Vaticano, mostrava che il loro spirito non era affatto quello di fornire alla Chiesa una semplice “protezione” nel temporale, quasi la Chiesa fosse un soggetto inferiore a quello statale e bisognoso pertanto della sua protezione.  Anche se, dal punto di vista materiale e organizzativo, lo Stato italiano veniva a “proteggere” la Chiesa in quanto piccolissimo Stato enclave al suo interno (la polizia italiana poteva entrare nella Città del Vaticano ma solo su richiesta della stessa autorità vaticana, art. 3.2 del Trattato), lo spirito e la finalità dei Patti era quello di riconoscere  nella Chiesa, in conformità alla sua natura, la più completa autonomia, libertà e sovranità temporale; cioè la realtà insopprimibile di un’istituzione che, nella sua assoluta indipendenza di compiuto ordinamento giuridico, non aveva bisogno di alcuna “protezione” né da parte dello Stato italiano né di altri.  

Paolo Pasqualucci, domenica 11 febbraio 2018


[fonte:  iterpaolopasqualucci.blogspot.ie]