giovedì 23 novembre 2017

UNA SOCIETÀ ISTERICA TRA LUPANARE E VESPASIANO (di Emilio Biagini)

Due anni: 1957, 2016. Due versioni di una stessa opera: Testimone d’accusa di Agatha Christie, testimoniano una trasformazione epocale vertiginosa. La prima versione, in bianco e nero, interpretata da Marlene Dietrich, Tyrone Power e Charles Laughton, è luminosa e perfettamente chiara; la seconda, prodotta dalla mitica BBC, è, o dovrebbe essere a colori, se non vi dominassero le tenebre.



Tenebre che regnano in più di un senso, non solo perché lo schermo è buio e l’azione si svolge per lo più nella più impenetrabile oscurità, ma perché l’intera vicenda è immersa in una tenebra morale assolutamente satanica. Nel 1957 si contrapponevano il bene e il male, nel 2016 rimane solo il male, non vi è più un solo personaggio positivo; il male resta impunito e trionfa, e si permette pure di fare la morale, incolpando la “società”, mentre una innocente finisce sulla forca e l’avvocato che si è disperatamente battuto per l’accusato credendolo innocente, finisce suicida perché la moglie gli ha detto che non lo ama più.
La vittima del delitto, nel 1957 un’attempata vedova che ha la disgrazia di innamorarsi di un mascalzone, nel 2016 è diventata una ninfomane sempre a caccia di giovani uomini, la sua devota serva da simpatica vecchietta scozzese si è trasformata in una lesbica repressa, mentre abbondano scene di sesso che più esplicito non si potrebbe. Scomparso lo humour, che aveva una parte non piccola nel 1957, viene sostituito da uno horror assolutamente gratuito.
Per conseguire questo brillante risultato di vomitevole disordine morale, la trama del racconto è stata del tutto sovvertita. La sceneggiatura nel 1957 scorre in modo logico e coerente, quella del 2016 procede a singhiozzo, con ossessive ripetizioni della medesima scena e delle medesime battute. La recitazione del 1957 è misurata ed efficace, quella del 2016 è isterica e delirante; ogni dignità di comportamento è scomparsa, la maestà della legge è messa alla berlina, gli avvocati si agitano come istrioni da baraccone.
La recente produzione della BBC non è più Testimone d’accusa, non è neppure più un rifacimento moderno mal fatto, ma tutt’altra cosa, un prodotto di gran lunga più scadente, penoso, disgustoso: è rimasto il titolo per attirare gli estimatori dell’originale, e poco altro.
Mentre negli anni Cinquanta si avverte ancora la presenza di valori, nella versione odierna tutto è disintegrato: disintegrata la famiglia, devastata la stessa natura umana, perché l’uomo ha fatto un idolo di se stesso, non ha più nessun punto di riferimento, e gettando via la Fede ha perduto il suo centro, che è Dio, ed è solo, e gira a vuoto intorno a se stesso, distruggendo e distruggendosi.
Questo non stupisce affatto: cosa c’è in mezzo tra il 1957 e il 2016? Un anno diabolico: il mitico Sessantotto, quello della “liberazione” o meglio dello scatenamento degli istinti e dell’infamia, sulla scia di Cohn Bendit e di altri consimili pederasti confessi, con la tonaca pretesca (vedi don Milani) o senza tonaca. Si è così compiuta quella che Plinio Corrêa de Oliveira chiama la quarta rivoluzione (dopo quelle protestante, giacobina e comunista), la rivoluzione dove il disonore, da sempre compagno della rivoluzione, raggiunge il suo apice.
Nessuno può illudersi, naturalmente, che nel 1957 regnasse il bene e tutto fosse in ordine. Il marcio bolliva sotto la superficie, tre rivoluzioni avevano già compiuto le loro devastazioni; la cultura della morte, le trame gnostiche evoluzioniste, ambientaliste, abortiste, eutanasiche, mondialiste mandavano già i loro fetori, ma almeno regnava ancora una certa parvenza di ordine.
Nel rifacimento del 2016 ogni traccia di ordine è scomparsa, e questo caso non è che uno fra i tantissimi. Ogni volta che viene eseguita una riedizione (remake per gli anglofili) di un classico cinematografico, il crollo estetico, morale e di tenuta dei nervi salta immediatamente agli occhi. È lo specchio di una società isterica, sguazzante nel lupanare e nel vespasiano, che ha smarrito tutto quello che rende la vita degna di essere vissuta: fede, speranza, carità, onore, valori, civiltà, senso estetico, equilibrio, raziocinio, sanità mentale. Un mondo pienamente laicista, relativista, gnostico, putrefatto, in piena decomposizione, di cui i valenti anglosassoni, come sempre all’avanguardia nel “progresso”, ci indicano la strada, e mediante l’imposizione di storicismo e relativismo vorrebbero vietare qualsiasi giudizio morale.
Ma è col massimo disprezzo che vanno respinte le diffuse farneticazioni storicistiche e relativistiche, le quali tendono a minimizzare ogni condanna delle degenerazioni contemporanee additandola come effetto di incapacità dei “vecchi” di apprezzare le mirabilia del mitico “progresso”. No, la realtà è la realtà, i fatti sono fatti, la degenerazione e l’isterismo del mondo contemporaneo assatanato sono evidenti a chiunque abbia occhi e un po’ di ben dell’intelletto, compresi i giovani, almeno quelli non (ancora) instupiditi dalle deliranti “riforme” scolastiche, dai telefonini, dai vizi e dal frastuono mediatico mondialista.


Emilio Biagini

venerdì 10 novembre 2017

IL SUGGELLO DEL FRANCOBOLLO (di Piero Nicola)

  Il 31 ottobre scorso, a distanza d'un anno, allorché l'anno venne dedicato dal Vaticano (usurpato) alla commemorazione della Riforma luterana, lo stesso Stato della Chiesa (sotto occupazione profanatrice) ha emesso un francobollo intitolato il V Centenario della Riforma Protestante. Ai piedi di un Crocifisso di maniera stanno, da un lato, Filippo Melantone che mostra la Confessione di Augusta (testo ufficiale del protestantesimo al suo inizio) e, dall'altro lato, Martin Lutero che regge la Bibbia. Sullo sfondo: il profilo della città di Wittenberg. Il quadro commemorativo è completo. E carta canta, a dispetto della malizia dei prelati che non vogliono definire per iscritto la loro dottrina e concilierebbero, rendendola elastica, la vera dottrina con i loro detti e atti di manipolazione e di impostura. Quale più definitiva qualificazione dell'insegnamento bergogliano di questo soggetto filatelico?  
  Nei nostri ambienti, il fatto non è passato senza commento, ma non so se qualcuno abbia osservato che si tratta di una misura colma, oltre la quale è perfettamente inutile guardare. Qualunque cosa si faccia ancora da parte di Bergoglio e dei suoi satelliti - senza che si cospargano il capo di cenere per ravvedimento - sarà inezia degna di un non ti curar di lor, ma guarda e passa. Dio tradito coram populo, qualsiasi misericordia accordi agli autori di adulterazione del Vangelo in seno alla Chiesa, avrà giudicato l'enorme affronto recatoGli. Un novello Giuda ha venduto la Sposa di Cristo per trenta denari. E se finora egli non se ne dispera, e sarebbe in tempo per pentirsi senza impiccarsi, il gesto rimane nella storia inaudito e incancellabile.
  Quale sia stata l'empietà oltremodo sacrilega, sta pure sotto gli occhi di tutti. È la giustificazione dell'eresia e il rinnegamento della Chiesa, dei Vicari di Cristo, dei Concili che fulminarono di suprema autorità tale eresia luterana. Ci vuole forse di più per gridare al maggior delitto che si potesse commettere contro lo Spirito Santo, al peggior scandalo che si potesse dare ai credenti e al mondo intero, provenendo esso dal Trono di Pietro? Quando il Messia, gli Apostoli e i loro successori condannarono chi abusò, prima, del Vecchio Testamento, e poi, del Nuovo.
  A questo punto non mette conto scendere nel dettaglio, né enumerare i vari errori spacciati per verità dal Vaticano II, dai suoi autori e dei successivi custodi di esso, né denunciare le attuali nefandezze commesse presso gli Altari. Questa misura colma sintetizza tutta l'opera diabolica precedente e contemporanea, come fu detto che il modernismo sintetizzava l'insieme delle eresie. Sennonché il modernismo ha scalzato il clero ortodosso e imperversa nel Luogo Santo.
  Di fronte a tanta enormità non pochi tradizionalisti rimangono perplessi o turbati, domandandosi come Dio potrebbe astenersi dall'intervenire, dal castigare. Ma essi stessi sono colpiti dal castigo che non riconoscono, perché un castigo grande, evidente, un incendio di Sodoma e Gomorra sarebbe ancora una grazia, una luce, un evento miracoloso. Invece la massima punizione dell'empietà è lasciarla alle sue proprie tenebre. Un Diluvio spirituale si espande sulla terra, prodotto dagli stessi uomini apostati e dagli increduli fornicatori. In esso annegano le anime immeritevoli della Strage materiale, in esso naufragano le anime tiepide e dubbiose.


Piero Nicola

lunedì 6 novembre 2017

IL REGNO ECONOMICO (di Piero Nicola)

  Cadute le ideologie novecentesche, piovuto il discredito sulla politica e sulla classe dirigente, precipitate filosofia e religione nel nichilismo e nel solve ecumenico, lavoro e produzione in funzione della prosperità economica e del carpe diem edonistico, sembrano esaurire le aspettative popolari. Soltanto qualche popolo europeo, provocato dalla minaccia dell'immigrazione abusiva, ritrova la Patria e un poco Nostro Signore. In Cina, la Patria è quella colorata di mitologia comunista e provvida di efficienza economica. Se ieri cercarono di far attecchire laggiù la democrazia, stante la desolazione del maoismo, oggi il regime che funziona è diventato intangibile. Domani, a scadenza imprecisata, anch'esso andrà incontro alla sua decadenza. Ma in futuro potrebbe intervenire una guerra a ridare le carte ai contendenti, o a condurre all'ultima spiaggia.
  Per ora la Cina è il paese esemplare, essendo del tutto idoneo a svilupparsi materialmente. E la competizione mondiale si gioca affatto su questo piano materialistico.
  In un articolo pubblicato su Il Giornale il 29 ottobre, lo studioso Riccardo Ruggieri spiega il motivo dell'eccellenza cinese: la dittatura. Ciò non è per niente scandaloso, anzi risulta ragionevole. Poiché, a questo punto, lo Stato deve provvedere a soddisfare la mentalità e i desideri prevalenti dei cittadini, bisogna che esso agisca alla stregua di un'azienda. E l'azienda per sua natura è organizzata gerarchicamente, quasi come l'esercito: aliena dalla democrazia. Per dare frutto, l'impresa riposa su un solido organico e su un vertice avente pieni poteri; né sarà imbarazzata da scioperi e contestazioni dei dipendenti. Quando il vertice fallisce, la sostituzione diventa inevitabile, ma fintanto che regge, quasi nessuno trova da ridire.
  L'autore dell'articolo descrive lo stato-imprenditore e regolatore della società, vigente in Cina. Un unico Timoniere (Xi Jiuping), un Comitato ristretto, un solo partito monolitico, il potere giudiziario sottomesso al potere esecutivo. In tal guisa tutta l'economia e i bisogni sociali sono sotto controllo, ogni aggiustamento si attua con prontezza, la potenza militare (sempre necessaria) viene assicurata, le industrie strategiche sono in regime di monopolio. E i risultati appaiono evidenti.
  S'intende che un sistema politico efficace (giacché di politica sempre si tratta) non si giustifica con la sua sola efficacia. Anche il nazismo visse d'un successo cosiffatto, i tedeschi entusiasti o consenzienti. Il male può abitare nel totalitarismo in auge o in un regno assoluto comunque giustificato, come il Regno del Vaticano, istituito nientemeno che da Gesù Cristo. La Chiesa è pure uno Stato sovrano. Resta il fatto che il sistema strettamente gerarchico e autorevole, privo di contrasti  e di divisioni, assolve la sua funzione meglio di ogni altro. Del resto, le democrazie non hanno dato prova di sanare lo Stato e i costumi, semmai il contrario; tanto che oggi la maggioranza non vota alle elezioni o vota soprattutto per protestare.
  Ne viene che il male si rimedia soltanto con una giusta Costituzione, con leggi fondamentali e irrevocabili fatte rispettare da una potestà robusta, atta alla tutela del bene. Naturalmente il male pratico non sarebbe eliminato, data la debole natura umana. Ma lo Stato non sarebbe iniquo, quando i governanti dovessero per principio, volenti o nolenti, custodire la Verità (antidoto della corruzione), permettendo ai giusti di preservarsi e di contagiare gli iniqui, tenuti in soggezione.
  Riprendiamo l'esempio della Chiesa. I Pontefici inetti o corrotti (p.e. Alessandro VI) non poterono fare un danno eccessivo, avendo mantenuto il Deposito della Fede. Dopo di loro, la Sposa di Cristo ebbe modo di risollevarsi, maggiormente benefica. Soltanto gli occupanti del Trono di Pietro che hanno osato violare la Legge eterna, hanno prodotto la necessità d'un ripristino del Regno da essi usurpato: reso nocivo e inservibile, per quanto resti in piedi.


Piero Nicola

sabato 4 novembre 2017

Novantanove anni fa il 4 novembre 1918, giorno della nostra Vittoria nella Grande Guerra (di Paolo Pasqualucci)

Quand’ero ragazzo, negli anni Cinquanta del secolo scorso, il 4 di novembre era festa nazionale.  Allungava le festività religiose di Ognissanti e del Giorno dei Morti.  Si celebrava la vittoria nella I guerra mondiale:  correlativamente, il raggiungimento dell’Unità nazionale e l’opera valorosa delle Forze Armate.  Gran parte delle sinistre e parte consistente del mondo cattolico non l’hanno mai amata, questa celebrazione, troppo patriottica per i loro gusti.  La svalutazione progressiva, sul piano politico e culturale, dell’idea di Nazione, di Patria e di Vittoria militare, portato della decadenza generale dei costumi che affligge noi e tutto l’Occidente, fece sparire ogni riferimento alla Grande Guerra, riducendo la festa a Giornata delle Forze Armate, ed infine a cancellare la festività.  Oggi, in questa data, si rende omaggio, nelle dichiarazioni ufficiali, alle Forze Armate e all’Unità nazionale.  Della vittoria nella Grande Guerra si è persa definitivamente ogni traccia.
Si è pertanto avuta, in data odierna, giorno lavorativo, la consueta anonima cerimonia al Vittoriano, condita dai consueti messaggi di routine delle Autorità costituite. Il Presidente Mattarella ha ricordato “la conseguita completa Unità d’Italia” e “l’onore” che si deve rendere alle Forze Armate, con un “commosso pensiero a tutti coloro che si sono sacrificati sull’Altare della Patria e della nostra libertà, per l’edificazione di uno Stato democratico ed unito” (Corriere della Sera di oggi, 4 nov. 2017).
Il ministro della difesa, on. Roberta Pinotti, colei che vorrebbe istituire il “servizio civile” obbligatorio per tutti (sì, il servizio civile non quello militare) ha detto, sempre nell’estratto del Corriere della Sera, che “la comemorazione di quel doloroso periodo della nostra storia nazionale offre la possibilità per una riflessione più profonda sul valore della pace, anelito insopprimibile di ogni società civile, dovere ma anche diritto di ogni uomo, delle nuove generazioni, dei deboli e indifesi, di coloro che scappano dalle guerre, dei tanti rifiutati e oppressi.  Ed è in momenti come questo che dobbiamo rinnovare con forza il ricordo delle migliaia di Caduti sulle pietraie del Carso, sull’Isonzo, sul Grappa, sul Piave e in tanti altri luoghi entrati a far parte della nostra memoria collettiva”.
Avrà detto anche altre cose, l’onorevole ministro, nel suo messaggio.  Se questo ne è il nucleo, esso appare abbastanza singolare per un ministro della Difesa, delle Forze Armate.  Di quella terribile ma valorosa ed eroica epopea che fu la nostra Grande Guerra, sa dire solo che è stato “un doloroso periodo della nostra storia”.  Il dolore, dunque.  La riflessione sul dolore passato offre lo spunto per quella sul presente, rappresentato sempre dal dolore, che sarebbe quello delle categorie consacrate dalla retorica politicamente corretta dominante – le quali categorie si ritengono private del loro “diritto alla pace”:   ogni uomo in generale, i giovani, i deboli e gli indifesi, i profughi, i rifiutati ed oppressi.
C’è un po’ di tutto, nel materno abbraccio pinottiano, come si conviene ad una governante intrisa di “pluralismo”, anche sul piano strettamente culturale.  Un “diritto alla pace”, intrinseco ad ogni essere umano, non sapremmo per la verità come concepirlo, in termini propri, giuridici.  Ma tant’è. Il nostro bravo ministro, nel ricordare l’anniversario della Vittoria in una guerra mondiale di fondamentale importanza per la nostra stessa esistenza di popolo – se, nonostante tutto, esistiamo ancora come popolo e Stato unitario lo dobbiamo alla vittoria in quella guerra – sa parlare solo di pace e nei termini di quella  retorica sentimentale ed umanitaria con la quale si tentano oggi di occultare le gravi debolezze e lacune della nostra attuale classe di governo, incapace di difendere il territorio nazionale da una massiccia invasione afro-asiatica e musulmana, che nessuna emergenza cosiddetta umanitaria giustifica, dal momento che, nella massa che ci invade, i veri profughi sono solo una piccola minoranza.

Allora, perché il 4 novembre?  Cos’è successo il 4 novembre?  Lo sa l’on. Roberta Pinotti? Immagino che siano in pochi a saperlo, visto che da anni non se ne parla mai, anche perché si insegnano da tempo falsità di ogni tipo sulla nostra partecipazione alla Grande Guerra.  Per esempio, che per noi essa sarebbe finita con la pesante sconfitta di Caporetto, dopo la quale saremmo arrivati alla vittoria, un anno dopo, solo perché sorretti dai nostri alleati franco-britannici, che ci avrebbero tolto le castagne dal fuoco.    
Invece, a due settimane circa da Caporetto, il nostro esercito (allora Regio Esercito) risuscitò sul Piave, sul Grappa e sugli Altipiani, contenendo da solo gli ultimi furiosi e decisivi assalti austro-tedeschi, sorretto alle spalle da undici preziose divisioni franco-britanniche accorse in riserva strategica, ridotte poi assai presto a cinque, le quali subentrarono  in linea dopo circa un mese, quando avevamo stabilizzato il fronte.  Risuscitò, con grande sorpresa del nemico, ma in realtà non era mai morto.  Aveva incassato un colpo da K.O., portato con estrema maestria dalle migliori divisioni tedesche e austro-ungariche, e tuttavia era riuscito ad assorbirlo.  Era stata distrutta a Caporetto l’ala sinistra della II armata, mal schierata nelle montagne isontine del Friuli del Nord-Est. Parte di quell’armata, dislocata più a sud, si ritirò in ordine, assieme alle altre due armate nostre, la III e la IV, non intralciate dalla marea dei profughi friulani.  I circa trecentomila prigionieri e molti fra gli altrettanti sbandati (poi recuperati) appartenevano in numero consistente alle sterminate retrovie caratteristiche di tutti gli eserciti moderni.
Dalla nostra vittoriosa “battaglia d’arresto” del novembre-dicemtre 1917, come si giunse al 4 novembre 1918?  Nel giugno del 1918, la Duplice Monarchia, uscita dalla guerra la Russia travolta nel gorgo della rivoluzione, in appoggio alle poderose offensive con le quali i tedeschi stavano tentando di vincere la guerra anche a Ovest, prima che si consolidasse il sempre più massiccio apporto americano in Francia,  tentò a sua volta di sfondare contro di noi, raccogliendo le sue logorate forze per un ultimo formidabile sforzo.  Si ebbe la grande Battaglia del Montello o seconda del Piave, che si concluse con un completo insuccesso austro-ungarico.  La testa di ponte larga 8 km e profonda 5 costituita al di qua del Piave, sulle alture del Montello, fu da noi contenuta in aspri combattimenti e l’Imperial-regio esercito fu costretto a ripassare il Piave.  Con quella fallita e sconsiderata offensiva, per di più mal condotta dall’inesperto imperatore Carlo d’Asburgo, l’Austria-Ungheria perse la guerra.  Dopo questa battaglia, cessarono del tutto i tentativi anglo-americani di indurre l’Austria-Ungheria ad una pace separata.  Gli Alleati avevano ormai la sensazione netta del crollo imminente del nemico.
La grave crisi interna dell’Impero, economica e spirituale, aumentò sempre di più.  L’esercito teneva ancora ma cominciò a disgregarsi nelle retrovie quando il fronte balcanico, tenuto soprattutto dalla Bulgaria, crollò all’improvviso alla fine del settembre 1918, aprendo agli eserciti alleati (tra i quali anche un corpo di spedizione italiano) dalla Grecia orientale la via verso Budapest, via che essi cominciarono ovviamente a percorrere,  non velocemente ma inesorabilmente.  A quel punto le divisioni ungheresi sul nostro fronte cominciarono ad agitarsi e a voler tornare a casa, per difendere la Patria in pericolo.
Con il nemico in crisi sempre più evidente, in condizioni di inferiorità anche per le munizioni e il vettovagliamento, e i tedeschi ormai in ritirata in Francia, ordinata anche se la loro linea non era più continua e mancavano riserve e munizioni, il nostro Comando Supremo si decise alla fine ad attaccare, in ritardo, il 24 ottobre e con il Piave in piena!  La Terza Battaglia del Piave o di Vittorio Veneto, durò cinque giorni effettivi, dal 24 al 28 ottobre, giorno nel quale l’VIII armata italiana, comandata dal generale Caviglia, appoggiata sulla destra dall’armata anglo-italiana del generale Cavan e sulla sinistra da quella franco-italiana del generale còrso Graziani, sfondò il centro dello schieramento nemico, puntando verso Vittorio Veneto e dividendo in due tronconi l’Imperial-regio.  Sul Grappa gli italiani non passarono e subirono le consuete, ingenti perdite, nei ripetuti assalti e contrassalti.  Ci riuscirono sul Piave, contro un nemico indubbiamente debilitato ma che si batté valorosamente sino all’ultimo, nonostante le defezioni di diversi reparti della seconda linea, soprattutto ungheresi e cèchi, a partire dal terzo giorno della battaglia, e nonostante la dissoluzione politico-amministrativa ormai inarrestabile dello Stato austro-ungarico.

Ho ricordato sinteticamente quei drammatici eventi, al fine di arrivare nel modo dovuto al punto che ci interessa: solo alle 7 di mattina del 29 ottobre, quando l’esercito era ormai in rotta sul fronte del Piave, i Comandi austriaci presero i primi contatti con il Comando italiano, chiedendo un armistizio.  Precedentamente avevano tentato invano con gli americani, perdendo del tempo prezioso.  Iniziarono in tal modo convulsi negoziati che si conclusero con la firma dell’armistizio a Villa Giusti, presso Padova, il pomeriggio del 3 novembre, a valere dal pomeriggio (dalle 15) del 4 novembre successivo.  Ora, gli austriaci speravano giustamente di poter negoziare con noi termini onorevoli.  Ma non ci riuscirono.  Le condizioni di armistizio non erano decise dal Comando Supremo italiano o dai politici italiani isolatamente: erano prese dal Consiglio di guerra interalleato che risiedeva a Parigi, in quei drammatici frangenti riunito in seduta quasi permanente.  Fu tale Consiglio, che ricomprendeva le alte cariche politiche e militari dei ‘Quattro Grandi’, ad imporre la resa incondizionata, poiché tale fu l’armistizio che l’Austria-Ungheria dovette sottoscrivere.  Certo, l’Italia non si oppose.  La Battaglia di Vittorio Veneto portò alla dissoluzione dell’esercito austro-ungarico, in parte già iniziata:  gli diede il colpo di grazia, impedendo il disegno austriaco e tedesco di riportare la componente nazionale dell’esercito sui confini naturali, cioè sulle Alpi da un lato e sul Reno dall’altro, per cercare di resistere ancora e ottenere una resa meno dura.  Sparendo l’Imperial-regio  dalla scena, la via dell’invasione della Germania da sud era aperta a noi e ai nostri alleati e i tedeschi non avevano in pratica più truppe da opporre.  In tal modo, la Germania dovette anch’essa piegarsi ad accettare una resa incondizionata, sottoscritta l’11 novembre 1918.  
Questo dunque, in estrema sintesi, ciò che accadde il 4 novembre 1918, data indubbiamente significativa per noi italiani e che dovrebbe esser ricordata in modo degno.  Senza retorica e senza animosità per i nemici di un tempo ma con il pathos che la ricorrenza richiede, osando magari pronunciare le parole probite di guerra e vittoria.  
 Era la fine della guerra in Italia, dopo tre anni e mezzo di tremendi sacrifici umani e materiali.  Soprattutto, era la Vittoria, conseguita con l’eroico sacrificio di un’intera generazione.  Dopo Caporetto ci fu in tutto il Paese, anche nelle classi popolari, un grande slancio patriottico, per resistere all’invasione straniera e per vincere.  Come disse Benedetto Croce, dopo quella cocente sconfitta, solo allora quella guerra diventava nostra.  Combattevamo per la nostra terra, per riconquistarla e per l’onore nazionale, ingiustamente infangato da uno sciagurato Bollettino del Comando Supremo che, il giorno dopo lo sfondamento di Caporetto, ancora mal informato su quello che stava succedendo, diede la colpa del crollo locale ad una viltà dei soldati che in realtà non c’era stata (episodi di rese locali senza combattere ci furono dopo lo sfondamento, le cui cause furono soprattutto militari, nel clima di caos, di panico e di abbattimento subito creatosi, anche a causa della rivoluzionaria tattica del nemico, basata non più sui sanguinosi attacchi frontali ma sull’aggiramento veloce dei caposaldi e l’attacco di lato o da tergo, di sorpresa, condotto da truppe scelte).
Ma non si trattava solo della vittoria in quella guerra, fatto di per sé pur notevole per un popolo ed uno Stato di recente e tormentata formazione come il nostro.  Con quella prova, con quel sacrificio, riscattavamo moralmente noi stessi dalle dominazioni straniere che avevano infierito su di noi per tre secoli e mezzo.  Da quando, nelle sciagurate e crudeli Guerre d’Italia (1498-1559), Asburgo spagnoli e austriaci, francesi, svizzeri, da noi in nessun modo provocati, avevano fatto a pezzi il sistema degli Stati italiani indipendenti ma militarmente deboli e sempre divisi tra di loro.  Fu una grande tragedia, che non dobbiamo dimenticare. Riuscì a resistere solo la Repubblica di Venezia, spacciata alla fine del Settecento da Napoleone, dopo una lunga decadenza.  Le Guerre d’Italia le vinse su tutti la Spagna asburgica e quando il suo dominio finalmente si allentò, dopo altre guerre, si ebbe la prevalenza dell’Austria asburgica, rinnovatasi dopo l’intervallo napoleonico, che aveva annesso all’Impero francese parti consistenti del nostro Paese, riducendo le altre a Stati suoi satelliti.  L’Impero austriaco mai ci volle riconoscere il diritto ad essere non dico uno Stato indipendente suo alleato ma nemmeno un popolo degno di essere preso in considerazione. Eravamo, per tutti, solo una espressione geografica, “volgo disperso che nome non ha”, pascolo ubertoso per le politiche di potenza dei grandi Stati: e così avremmo dovuto rimanere, in eterno.   La lunga sequela delle “preponderanze straniere” (Cesare Balbo) fu per noi un’età di ripetuto sfruttamento economico e militare, di sudditanze umilianti, di umiliazioni a non finire. 
 Combattendo e vincendo la Grande Guerra, abbiamo pagato il prezzo di sangue che il nostro riscatto esigeva.  Perché quel sangue non sia stato versato invano, dobbiamo ora resistere con tutte le nostre forze all’ondata nichilista che vuole travolgerci, dall’interno e dall’esterno, ammantata di ipocrisie pseudo-umanitarie.  E tra i valori che dobbiamo recuperare, per resistere, il patriottismo, la fede nell’Italia patria comune e unitaria, da difendere in tutti i modi, occupa senz’altro un posto eminente.  In questo, ci ispiri, dunque, e ci sostenga il ricordo di questa data gloriosa, il 4 novembre, giorno della Vittoria della Patria, finalmente tutta unita nei suoi confini naturali.

Paolo  Pasqualucci,  sabato 4 novembre 2017 


Fonte:  iterpaolopasqualucci.blogspot.ie     

martedì 24 ottobre 2017

UNA DOMANDA ALLA SCIENZA (di Piero Nicola)

La scienza prosegue nelle sue indagini rivolte a scoprire, a spiegare l'universo e le sue leggi, sia nel microcosmo che nel macrocosmo. È un fatto naturale. Almeno dovrebbe esserlo qualora fosse in funzione della Verità, ovvero del bene dell'uomo e della gloria resa al Creatore.
  Purtroppo non è così quando, prescindendo da Dio e dalla metafisica, si agisce per altri scopi, che di necessità diventano cattivi, empi e luciferini.
  Si dirà che il progresso è sempre utile, giacché possono disporne anche i credenti fedeli.  Obietto che i buoni cristiani morti prima delle scoperte, non ne ebbero bisogno per salvarsi e per contribuire alla salvezza del prossimo. Ad ogni modo, la scienza attuale, volente o nolente, coltiva lo scientismo, che quanto meno è eretico; quanto meno essa inculca l'impressione che riuscirà a rivelare il mistero dell'esistente e a risolvere i problemi essenziali. Cosa affatto impossibile.
  Di tanto in tanto giunge la notizia della soluzione data a un enigma di cui la gente comune ignorava perfino l'esistenza. Il recentissimo presunto accertamento delle onde gravitazionali, sorprende coloro che a scuola appresero le leggi della gravitazione. Essi vengono a sapere che prima si brancolava nel buio, mancando il fondamento delle leggi di Keplero, pure inconfutabili. Vengono a sentire che la scoperta confermerebbe le teorie di Einstein. Forse i capitali investiti in questa ricerca non saranno stati spesi invano. Per adesso, i frutti sono più che altro platonici, e forse quei soldi serviti a costruire un impianto faraonico, potevano essere impiegati per alleviare la cresciuta povertà causata dalla crisi economica, e per combattere chi l'ha procurata.
  Ora, l'individuo terra terra, che non si fa incantare dai buchi neri, dalla meschina - di fronte ad essi - ventura missione degli astronauti su Marte (pianeta desolatissimo), individuo che scorda l'allunaggio e il mancato sfruttamento del nostro ingrato satellite, quest'uomo il quale, pur sognatore, da certi sogni prospettati non ricava un bel niente, può darsi che rivolto alla Scienza le domandi:
  "Come mai ti affanni per trovare una goccia d'acqua sul Pianeta Rosso, e hai già scartato gli altri pianeti per le loro atmosfere invivibili, e mi parli di galassie tremende e irraggiungibili, e non mi spieghi perché, in questo infinitesimo sistema solare, la terra è venuta fuori oltremodo differente, così unica, così ricca e vitale, così meravigliosamente combinata tra il benefico sole e le stelle?"
  Quando poi costui sia un cattolico, la domanda assume un valore quanto mai gratificante per lui, poiché la Scienza resta muta o, imbarazzata, adduce teorie e ipotesi labili come il vapore, soggette a ogni vento: schiacciate dalla Creazione.  


Piero Nicola

lunedì 23 ottobre 2017

GALANTINO E IL CONCILIO DI TRENTO (di Piero Nicola)

Dopo il distacco, il clero eminente continua imperterrito la sua marcia di allontanamento dal Signore. Basterebbero le innumerevoli prove della violazione della Verità per ritenere debito e definitivo il ripudio dei responsabili. Soltanto un loro ravvedimento potrebbe essere preso in considerazione. Tuttavia certe remore tengono ancora molti in sospeso e nell'indugio. Perciò conviene seguire il disgraziato cammino degli apostati che, come ai tempi dell'arianesimo trionfante, detengono il possesso delle chiese.
  La Pontificia Università Lateranense, definita da G.P. II "l'università del Papa", fondata nel 1773 da Clemente XIV, ha tenuto di recente un convegno sulla "Passione per Spiritualità e teologia della Riforma a 500 anni dal suo albeggiare".
  Sarebbe offensivo per la capacità di intendere di chi legge ogni commento inteso a mettere in evidenza la riabilitazione del luteranesimo, anzi il suo apprezzamento.
  Il Segretario della CEI, Galantino, è intervenuto e, citando l'iniziatore della Riforma, ha riferito un suo detto: "Mi sono schierato contro tutti i papisti, contro il Papa e le indulgenze, ma solo predicando la Parola di Dio. E quando io dormivo la Parola di Dio operava tali cose che il Papa è caduto".
  Di nuovo la volontà di giustificare Lutero appare troppo evidente per essere sottolineata. Lo straordinario è che sarebbe come se un giudice d'appello assolvesse un criminale condannato per le prove inconfutabili del suo delitto, adducendo a discolpa una dichiarata buona intenzione del reo. Un verdetto inappellabile è stato emesso dal Concilio di Trento, che fulminò di anatema le proposizioni di Lutero. Perciò assolvere o scusare l'eresiarca scomunicato, significa demolire non solo l'autorità del Pontefice, ma anche il Concilio di Trento. In verità, poco importa l'animo del monaco rivoluzionario, importa la sua dottrina sacrilega mantenuta dai suoi seguaci e oggi scusata. In vero è come se il custode della morale scusasse il delitto. Ma qui il custode dovrebbe essere il Vicario di Cristo e il delitto negato l'offesa enorme recata a Dio. Assurdità!
  Nell'affermazione riportata dal Galantino ci sono le contraddizioni che stritolano gli usurpatori degli altari e dei pulpiti. Poiché fa comodo, l'autorità pontificia viene da essi mantenuta, salvo inficiarla quando il violatore è un fratello separato (leggi: eretico). L'autore delle tesi di Wittenberg  "contro il Papa" screditò il Papa in materia di fede e di morale. Inoltre, nominando la predicazione della "Parola di Dio", non è affatto lecito prescindere dal contenuto di tale annunzio, quand'anche fosse stato fatto in buona fede. Il che sarebbe pure da escludersi, avendo l'imputato rifiutato l'obbedienza e la resipiscenza.
  Le affermazioni del Segretario della CEI sono pertanto false in modo risibile, sostenibili solo rivolgendosi a un consesso di sprovveduti e di sofisti da dozzina, che si arrampicano disperatamente sugli specchi onde non rinunciare alle loro misere convenienze morali e materiali.
  Galantino prosegue la perorazione a vantaggio dell'a suo tempo incompreso e scomunicato: "La riforma avviata da Martin Lutero 500 anni fa è stata un evento dello Spirito Santo".
  Dicono che nello scorcio dell'800, allorché uno spettacolino teatrale stava naufragando, si facessero entrare in scena Mazzini o Garibaldi. L'accostamento può sembrare blasfemo; ma,  data la profanazione dello Spirito Santo, anche in documenti conciliari in cui lo si adopera per rendere valide le religioni eretiche, come è possibile che si tratti ancora del Paraclito: fatto servire per benedire l'errore e l'empietà?
  Quanto all'"evento dello Spirito Santo" in quel frangente storico, ciò è vero in un senso opposto a quello suggerito. La dolorosa rivolta protestante servì - al pari di altre tremende eresie - al consolidamento della Rivelazione e al risanamento dei costumi ecclesiastici, intervenendo la Terza Persona della Trinità.
  Galantino ricorda che Francesco I a Lund "ha firmato la dichiarazione congiunta per superare i pregiudizi vicendevoli che ancora dividono cattolici e protestanti". E Lutero "volle rinnovare la Chiesa, non dividerla".
  La scempiaggine non ha requie. Quei "pregiudizi" e quell'"ancora" relativi alla divisione superabile, quel "volle rinnovare", comportano una rafforzata negazione sia dell'autorità pontificia (a meno di non mantenerla soltanto per Bergoglio e immediati predecessori), sia del Concilio di Trento e dei dogmi contrari all'eresia.
  Ed ecco l'infantile scappatoia: "La Chiesa è sempre da riformare mai da deformare".
  Dopo averla deformata quanto mai, si viene a sostenere che l'intento fu e resta soltanto quello di riformarla. Persino con l'uso del termine ambiguo riformare, si insinua la malizia che adonesta la Riforma.
  La campagna pro Lutero la ritroviamo sul foglietto stampato dalle Paoline per la messa dello scorso 1° ottobre, con un elogio a monaco eresiarca e alla sua apertura allo straniero (nell'ambito della propaganda per lo ius soli). - Fonte: Il Giornale del 21.10.2017.
  Però già Benedetto XVI, il 23 settembre 2011 a Erfurt, fu comprensivo verso Lutero a motivo della sua supposta buona intenzione!


Piero Nicola

sabato 7 ottobre 2017

ORIGINE DELL'“AMORIS LAETITIA” (di Piero Nicola)

Si potrebbe credere che gli errori dell'Amoris laetitia, come altri gravi (per esempio concernenti la stima dimostrata ai luterani, o quelli che riguardano l'astensione dal giudizio sui pubblici peccatori i cui atti gridano vendetta al cospetto di Dio), siano novità introdotte dall'attuale insediato sulla cattedra di Piero. Non è così. Le ultime infedeltà grosse e tremende sono figlie delle affermazioni eterodosse inserite nel Deposito della Fede. Non essendosi posto mano al risanamento del Deposito, chi lo detiene ha agio di trarne mostruosità.
  Potrei rifarmi dall'ultimo Concilio neomodernista. Invece considero un testo di certo meditato e recente, stabilito dal Vaticano per l'insegnamento della dottrina a tutti i fedeli: il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana in luglio 2005.
  Al  n. 372, "Che cos'è la coscienza morale?" risponde: "La coscienza morale, presente nell'intimo della persona, è un giudizio della ragione, che, al momento opportuno, ingiunge all'uomo di compiere il bene e di evitare il male. Grazie ad essa, la persona umana percepisce la qualità morale di un atto da compiere o già compiuto, permettendole di assumerne la responsabilità. Quando ascolta la coscienza morale, l'uomo prudente può sentire la voce di Dio che gli parla".
  Poiché si tratta dell'uomo in generale, non indicato come cattolico osservante, né altrimenti battezzato di fresco, risulterebbe che egli ha facoltà di servirsi della propria coscienza per distinguere il bene dal male e comportarsi da responsabile. Avremmo senza ombra di dubbio una proposizione eretica conforme al pelagianesimo, che voleva l'essere umano, anche non battezzato, anche privo della Grazia santificante, anche senza la Chiesa, in grado di concepire la verità morale e di salvarsi. In altri termini, stando a questo punto del Catechismo, tutti possederebbero una coscienza efficiente, né erronea, né adulterata colpevolmente.
  Era troppo, e bisognava rimediare.
  Per intanto, al n. 373, il catechismo prepara l'intangibilità della coscienza con la domanda: "Che cosa implica la dignità della persona nei confronti della coscienza morale?" Risposta: "La dignità della persona umana [dovuta alla somiglianza col Creatore, vien detto in precedenza, omettendo che la nostra dignità è rovinata dal peccato originale o profanata da quello attuale, mentre quella di creatura appartiene a Dio come la nostra vita, e possiamo onorarla o offenderla] implica la rettitudine della coscienza morale (che cioè sia in accordo con ciò che è giusto e buono secondo la ragione e la Legge divina). A motivo della stessa dignità personale, l'uomo non deve essere costretto ad agire contro coscienza e non si deve neppure impedirgli, entro i limiti del bene comune, di operare in conformità ad essa, soprattutto in campo religioso".
  Qui sorge una netta contraddizione, che passerà come inesistente, presumendosi l'impossibilità d'una caduta  in questo importante magistero. Ammettendo che l'uomo, il quale si appella alla propria coscienza, possa violare il "bene comune", la sua coscienza non è sempre valida, egli può compiere il male altresì "in campo religioso" corrompendo il prossimo, quand'anche sia in buona fede. E non si vede in che modo un atto eretico o di empietà possa essere tollerabile e meno dannoso d'una lesione recata all'ordine civile. La vera Chiesa infatti non tollerò mai il contagio dell'eresia, comunque prodotto, e condannò la libertà religiosa.
  Poi si riconosce meglio che c'è anche una coscienza morale non retta e non veritiera. N. 374. "Come si forma la coscienza morale perché sia retta e veritiera?" Risposta: "La coscienza morale retta e veritiera si forma con l'educazione, con l'assimilazione della Parola di Dio e dell'insegnamento della Chiesa. È sorretta dai doni dello Spirito Santo e aiutata dai consigli di persone sagge. Inoltre giovano molto alla formazione morale la preghiera e l'esame di coscienza".
  Sembrerebbe che per avere una coscienza valevole occorra essere diligenti membri della Chiesa. Però questa condizione, non espressamente definita, può essere tralasciata considerando la dignità personale originaria, supposta sempre efficiente (errore risibile, ma ribadito in modo disastroso).
  Al n. 375 si tratta delle norme che la coscienza "deve sempre seguire". Se ne approfitta per annettervi la seguente eresia: "La carità passa sempre attraverso il rispetto del prossimo e della sua coscienza, anche se questo non significa accettare come un bene ciò che è oggettivamente un male".
  In altri termini, si afferma che la coscienza è buona, inviolabile, pur essendo erronea e producendo un male. Grazie a questa presunta sacralità della coscienza (in virtù della sua connessione con la dignità innata - sia onorata o infangata) si rispetta l'autore del male, che non viene accettato.
  N. 376. "La coscienza morale può emettere giudizi erronei?" Domanda superflua, dopo le premesse. Risposta: "La persona  deve sempre obbedire al giudizio certo della propria coscienza, ma può emettere anche giudizi erronei, per cause non sempre esenti da colpevolezza personale. Non è però imputabile alla persona il male compiuto per ignoranza involontaria, anche se esso resta oggettivamente un male. È quindi necessario adoperarsi per correggere la coscienza morale dai suoi errori".
  Siamo giunti all'evenienza di una coscienza affetta da "colpevolezza personale". Ma, essendo ciò possibile, è impossibile che la coscienza sia per natura connessa alla divina dignità personale, che la renderebbe intangibile.
  Che uno non sia in buona fede avendo una coscienza erronea, da lui dichiarata veridica, è sovente impossibile stabilirlo. E allora,  non dovendosi condannarlo né riprenderlo per il suo errore, si sostiene, a motivo della sua dignità (purché non abbia turbato l'ordine pubblico), sarà ritenuto non colpevole fino a prova contraria; potrà aver calpestato la Legge di Dio e essere ciononostante giustificato.
  C'è la prescrizione di "adoprarsi per correggere la coscienza morale dai suoi errori". Come farlo, se bisogna avere "rispetto del prossimo e della sua coscienza"? Mettiamo che la Chiesa (questa pseudo-chiesa) abbia la facoltà di istruire moralmente il fedele, inducendolo a vedere la sua trasgressione. Questa non potrà essergli imputata a colpa senza che se ne abbiano le prove. Nondimeno, avvenuta l'istruzione o la correzione, rimane il principio della coscienza sovrana e intangibile. L'autorità ecclesiastica e divina è decaduta ed è omessa nello stesso Catechismo, secondo un concetto modernista. Serve a poco la contraddizione per cui, al n. 185, la dottrina infallibile obbliga i fedeli.
  Al n. 358 troviamo: "Qual è la radice della dignità umana?" "La dignità della persona umana si radica nella creazione ad immagine e somiglianza di Dio. Dotata di un'anima spirituale e immortale, d'intelligenza e di libera volontà la persona umana è ordinata a Dio e chiamata, con la sua anima e il suo corpo, alla beatitudine eterna".
  Dio vuole che tutti si salvino, però non battezzati, eretici e figli della Chiesa in peccato mortale non hanno, o hanno perduto, l'adesione alla dignità originaria, sono indegni destinati all'inferno, sono in potere di satana, sono mele marce possibilmente da risanare.  Pertanto, venendo meno la sacra dignità (attitudine al riscatto rovinata dal peccato, affidata alla personale responsabilità variamente indegna e bisognosa di misericordia), viene meno la presunta base della sacra coscienza: viceversa soggetta ad essere abusata dal suo possessore. Ma questa teologia dogmatica è stravolta dai nuovi teologi, che si sono guardati bene dal formulare una nuova dogmatica in materia.
  Il medesimo Catechismo (n. 337 seg.) ribadisce i precetti sul matrimonio, le colpe delle sue violazioni e come porvi rimedio. Contrapponendo tali asserzioni alla Amoris laetitia, sorge infrangibile contro di essa l'accusa di eresia. Non importa. Una volta fissato il principio dell'intangibilità della coscienza, nessuna norma ha più valore oggettivo e inderogabile; purché non turbi l'ordine della pseudo-chiesa.

  Sento che Bergoglio ha già risposto ai suoi accusatori che il documento oggetto di contestazione da lui approvato, è in ordine con la dottrina tradizionale della Chiesa, con san Tommaso d'Aquino, e bisogna saper leggere, leggere tutto per bene.
  Può darsi che vi siano delle asserzioni giuste, che contraddicono quelle errate. È il solito espediente degli eresiarchi: tengono in serbo - pubblicate nella loro dottrina ma quasi nascoste - espressioni corrette con cui tappare la bocca all'obiezione ortodossa; tuttavia non si curano di emendare l'errore perpetrato, né badano alla contraddizione e all'ambiguità che distruggono il vero, pronti a sfoderare un sofisma per smentire i rigorosi formalisti. E infine le incongruenze, di non semplice connessione e comprensione, sono peggiori della netta proposizione eretica (meglio confutabile): difendono l'eresia spacciata, anziché indebolirla,essa farà maggior presa su molti grazie all'astuzia; diversamente: sfiducia nella Sposa di Cristo inattendibile e perdita della fede.
  Si pensi che dopo aver difeso a spada tratta la libertà delle coscienze erranti (n. 364: "l'imputabilità e la responsabilità di un'azione possono essere sminuite e talvolta annullate [...] dalla violenza subita, dal timore..."; n. 365: "il diritto all'esercizio della libertà è proprio di ogni uomo, in quanto è inseparabile dalla sua dignità... pertanto tale diritto va sempre rispettato, particolarmente in campo morale e religioso...") in Appendice, a pag. 178, tra le Sette opere di misericordia spirituale, ricompare "Ammonire i peccatori". Precetto negato a iosa, con argomenti e nei fatti, in nome della libera coscienza, nondimeno da Madre Teresa di Calcutta, proclamata santa.
  Ora, la scocciata risposta di Francesco I riposa sull'asserzione seguente: "Voglio ribadire con chiarezza che la morale dell'Amoris laetitia è tomista, quella del grande Tommaso. Potete parlarne con un grande teologo [...] il cardinal Schömborn". Il quale, in proposito, dichiara essere "funzione propria del magistero vivente, interpretare autenticamente la Parola di Dio, scritta e trasmessa". Sicché, per esempio, "noi leggiamo [...] il Vaticano I alla luce del Vaticano II".
  D'altronde il Catechismo attuale dice, al n. 15, che: "tutto il Popolo di Dio, con il senso soprannaturale della fede, sorretto dallo Spirito Santo e guidato dal Magistero della Chiesa, accoglie la Rivelazione divina, sempre più la comprende e la applica alla vita".
  Non dice che la maggiore comprensione debba essere uno sviluppo semplice e rigoroso della prima sufficiente comprensione, restando fermi i dogmi. I dogmi non vi sono mai neppure nominati. Dunque l'asserita continuità dottrinale resta affidata alla spiegazione dell'ultimo magistero, che in effetti interpreta il Deposito della Fede in modo eretico, violentando i dogmi.
  Così è questione finita. La confutazione della Correctio filialis, che pone l'eresia delle 7 proposizioni attribuite Bergoglio, è bell'e fatta:
1. "Una persona giustificata non ha la forza con la grazia di Dio di adempiere i comandamenti oggettivi della legge divina".
  Come si fa a sapere se uno, quando trasgredisce, ha la giustificazione e la grazia? Quelli che non le hanno a causa di circostanze avverse ("violenza", "timore") dovrebbero essere messi tra i reprobi?
2. I divorziati risposati che vivono more uxorio possono non essere in peccato mortale. - Perché no? Chi può entrare nelle loro coscienze? Come escludere che esistano serie circostanze a giustificarli?
3. "Un cristiano può avere la piena conoscenza di una legge divina e volontariamente può scegliere di violarla in materia grave, ma non essere in stato di peccato mortale".
   Inutile insistere: si dà il caso che ciò avvenga, e se ne tiene conto. De resto, alla gravità della "materia" si contrappone la gravità dei dolori e degli incomodi. Il foro interiore di quel cristiano resta la misura, svelata o incognita, della sua innocenza o colpevolezza. Sussistendo l'incertezza del giudizio sulla gravità del peccato, occorre credergli, occorre assolverlo, persino allorché per scrupolo egli si accusa.
4. "Una persona, mentre obbedisce alla legge divina, può peccare contro Dio in virtù di quella stessa obbedienza".
  L'accusato dirà di non capire il fallo attribuitogli, di non aver pronunciato tale arzigogolo. Egli non ha criticato chi obbedisce alla legge divina, ha assolto chi sembra disobbedire e pare abbia sufficienti attenuanti, che lo rendono degno della misericordia.
5. "La coscienza può giudicare veramente e correttamente che talvolta gli atti sessuali tra persone che hanno contratto matrimonio civile, quantunque uno dei due o entrambi siano sacramentalmente sposati con un'altra persona, sono moralmente buoni, richiesti o comandati da Dio".
  La replica sarà che solo Dio è giudice delle anime.
6. "I principi morali e le verità morali contenute nella Divina Rivelazione e nella legge naturale non includono proibizioni negative che vietano assolutamente particolari generi di azioni che per il loro oggetto sono sempre gravemente illecite".
  Si farebbe più presto imputando all'Amoris laetitia d'avere, in buona sostanza, affermato che la Legge divina ha un valore pedagogico non assoluto, non potendo giudicare le coscienze, il ministro di Dio non potendone scrutare il santuario, dovendo invece tener conto degli elementi di discolpa.
  Ma questa eresia è già stata sostenuta, in vario modo essenzialmente, dal magistero a partire da Giovanni XXIII e dal Concilio sino al Catechismo oggi in vigore. E fa specie che i dotti difensori dell'ortodossia, coraggiosi - benché filiali - accusatori di Bergoglio, soltanto adesso e soltanto a lui contestino errori presenti e palesi da molto tempo nell'ammaestramento e nel governo esercitati dagli occupanti le mura della Chiesa.
  Infine, come possono i circa 60 firmatari della Correctio filialis addossare l'eresia a qualcuno, a Bergoglio, quando essa è stata abolita da lunga pezza? Essa non figura più nel Catechismo e non può essere contemplata né li né altrove dalla psuedo-chiesa, dal momento che questa ha tolto agli eretici il loro nome e il loro essere, prestando alle loro chiese un'idoneità dottrinale, attribuendo loro l'assistenza dello Spirito Santo, considerandole vie di salvezza grate al Signore. Perciò questo enorme tradimento di Cristo, dovrebbe essere anzitutto denunciato.



Piero Nicola

martedì 3 ottobre 2017

La manfrina antifascista

Oggidì il fascismo (ammesso che l'onorevole Giorgia Meloni sia fascista o fascistottarda piuttosto che cripto o tarda finiana) non è un serio, incombente pericolo.
Qualificati politologi sostengono, concordemente, che non è necessario rammentare che al presente sono sconosciute e per la maggioranza degli italiani perfino incomprensibili le circostanze storiche, le idee e gli stati d'animo, che, nel primo dopoguerra, hanno suscitato e in qualche modo incoraggiato e giustificato la vincente azione del partito di Benito Mussolini.
A cauti passi – tuttavia – gli storici, che hanno considerato e meditato seriamente i fatti propriamente detti, avviano una puntuale revisione della storia del Novecento italiano, proponendo un abbassamento delle unidirezionali sentenze sulla guerra civile.
Il fascismo appartiene interamente al passato dunque l'antifascismo oggidì ha tanta attualità quanta ne potrebbe vantare l'azione di un partito ghibellino, governato (regnante in Vaticano un improbabile guelfo) dalla germanica cancelliera Angelica Merkel.
Robustissima e mutante (trans politica) la domina teutonica (ex comunista), che (pur avendone i requisiti fisici e mentali) non fa ridere l'ammansito e addomesticato popolo tedesco.
E' pertanto lecito sostenere che sarebbe utile considerare i cambiamenti avvenuti nella scena filosofica postmoderna, dunque preservare la politologia dalle ottenebranti e depistanti suggestioni dell'anacronismo, ossia dalla tentazione di usare, quali parametri dell'attualità spensante intorno alle salme delle ideologie, pensieri e fatti inattuali, in ultima analisi appartenenti a un passato, che è – per obbligante e categorica definizione - irrevocabile.
La ventennale storia del fascismo infine appartiene all'irripetibile passato e come tale andrebbe letta sine ira et studio. Di qui l'esigenza di uscire da una lettura polemica e irosa di fatti storici, che la scolastica, generata dal progressismo retroattivo, consegna e affida al partito dei passatisti militanti (a sinistra e al centro liberale).
La storia del ventennio fascista deve pertanto incominciare dall'espulsione della pretesa – strutturalmente irrazionale - di trascinare nel presente idee e fatti appratenti al passato. Si pensi alla polemica antifascista che, sotto l'impulso dell'irrealtà, ha proiettato nel passato – facendone quasi il temibile e agguerrito erede del duce di Predappio – una foglia al vento quale è stato il politicamente (auto)emarginato Gianfranco Fini.
Dopo le indispensabili messe a punto è forse possibile proporre una lettura storica e non più politica del ventennio di Mussolini, delle sue felici imprese, dei suoi gravi errori e della sua tragica fine.
Non si può negare seriamente che Mussolini riuscì nell'impresa di trasformare l'Italietta dei liberali in una nazione capace di condurre splendide imprese: la pacificazione nazionale, il concordato con la Chiesa cattolica (non è certo per un caso che la giovane classe dirigente democristiana – Moro e Fanfani, ad esempio - ebbe un passato in camicia nera), la gigantesca impresa della bonifica pontina, l'attivazione di un sistema sociale (che il regime degli antifascisti non ha osato debilitare, prima che su di esso precipitasse, dall'estero, la sciagura del neoliberalismo), il rinnovamento della scuola e la sua apertura alle c.d. classi subalterne, l'attivazione di una grandiosa campagna contro le malattie sociali, la civilizzazione della Libia (sulla cui memoria i libici – se potessero conoscere la storia – dovrebbero manifestare le ragioni del loro rimpianto), l'avveniristica progettazione e costruzione di autostrade, e infine la proiezione del mondo di una splendida immagine dell'Italia.
Errori capitali e imperdonabili furono la promulgazione delle leggi razziali, l'abolizione del sistema elettorale (da cui il fascismo avrebbe ottenuto strepitosi consensi) e l'alleanza con i parenti serpenti di Germania, una decisione contraria per diametrum, ai giudizi beffardi e devastanti, che Mussolini aveva espresso su Adolf Hitler, sul suo partito e sul suo popolo (lo ha rammentato, sviluppando un tema di Renzo De Felice, Fabio Andriola autore di un fondamentale saggio su Mussolini nemico di Hitler (Piemme, Milano 1997) puntualmente censurato dai severi vigilanti progressisti).
Mussolini era perfettamente consapevole dell'oscurità incombente sul partito nazionalsocialista, cui si avvicinò spinto dalla cieca avversione delle cancellerie di Francia e Germania e dalla impellente necessità di importare le materie prime indispensabili all'industria italiana.
Ad attenuazione del fatale, imperdonabile errore commesso da Mussolini alleato della Germania di Hitler, è doveroso rammentare l'ostilità delle democrazie massoniche e anti italiane, che nell'inseguimento corsaro dell'odio (antifascista e anti italiano) superarono (in larga misura) l'Unione Sovietica.
Al seguito dello storico (antifascista ma onesto e veridico) Renzo De Felice, è ora necessario uscire dalla sentenza settaria che, nel fascismo, contempla esclusivamente una malattia morale. Il futuro della storiografia proporrà il ristabilimento della verità che - nel concordato con la Santa Sede – manifesta la dura negazione fascista della mefitica cultura dei lumi e l'implacabile avversione alla sozza e criminosa cialtroneria degli iniziati ai misteri dei muratori. Negazioni che – in un futuro disintossicato dagli ambidestri pregiudizi settari – dovranno bilanciare gli errori del regime fascista ed essere iscritte nella colonna dei meriti di Benito Mussolini.

Piero Vassallo

venerdì 22 settembre 2017

I NOSTRI VALORI (di Piero Nicola)

  Leggo questo titolo su un giornale di presunta destra: "Minniti avvisa gli islamici: Adeguatevi ai nostri valori". Non perdo tempo col contenuto dell'articolo: mi chiedo quali siano oggi i nostri valori ufficiali e generali. E trovo solo degli anti-valori o disvalori assolutamente egemoni.
  In che cosa dovrebbero credere, adeguandosi, non soltanto gli islamici, ma anche tutti gli altri? Forse nel principio della partitocrazia faziosa e corrotta, inetta anche perché deve fare soprattutto i propri interessi? Partitocrazia screditata dal comportamento dello stesso popolo italiano, il quale, se va a votare, preferisce il voto di protesta.
  Perché poi gli stranieri dovrebbero aver fiducia nella civiltà di gente che rinnega la propria identità e le proprie tradizioni, posponendole al presunto bene di un consorzio civile multietnico, dove ogni credenza e costume viene sono posto sullo stesso piano? E gli islamici potrebbero mai accogliere l'uguaglianza dei sessi, gli uguali diritti di ogni tendenza sessuale? Potrebbero accettare le leggi che generano l'occidentale famiglia allargata? Quale rispetto o attrattiva esercita sui non cattolici un cattolicesimo (religione italiana) che, snervato e snaturato, in sostanza rinuncia a sé stesso, ovvero a essere depositario della Verità? I non cattolici possono soltanto star larghi nelle loro convinzioni, senza aderire né al nostro nuovo credo e alla relativa morale, né alla vecchia dottrina (salvo le mosche bianche come il battezzato Magdi Cristiano Allam) e, quindi, senza stimare le nostre tradizioni cristiane, la nostra civiltà autentica. Il buonismo invalso, concretato dalle leggi molli, per giunta male interpretate, male eseguite, risolto in una tolleranza indebita: questo disordine inguaribile, quale adesione può suscitare, se non nei delinquenti?
  Allora dove sta la possibile condivisione dei valori? Che cosa abbiamo da dare che valga, che sia ideale per gli stranieri? Perché meravigliarsi se essi formano delle colonie, se tanti finiscono fuorilegge e la loro gioventù, gli elementi fanatici, vanno a parare nell'estremismo integralista (permesso dal Corano) ovvero terrorista? Sono inutili le intimazioni e le minacce, quando non si riesce a persuadere, quando si offre un esempio così basso, una vita così iniqua e disperata (nichilismo). Siccome l'italiano è sceso a tal punto nella melma, quasi al di sotto di qualsiasi altra nazione, appare inutile pretendere che i nuovi arrivati rinneghino la loro differenza.
  Medico, guarisci te stesso. Comincia col riprenderti.


Piero Nicola

sabato 16 settembre 2017

PRINCIPI ELASTICI (di Piero Nicola)

Avete notato come il nostro Presidente del Consiglio e Francesco I vanno di pari passo? Che pensiero e azione di Bergoglio fossero sintonizzati sulla stessa lunghezza d'onda dei magni poteri mondani già si sapeva, tuttavia il capo in Vaticano, sino al suo rinnovato indirizzo sull'immigrazione, dava ancora a vedere un'autonomia morale colorata di cristianesimo. Circa l'indipendenza spirituale non se ne parla, essendosi la Chiesa declassata da depositaria della Verità a religione dialogante, che riconosce le molteplici confessioni come se non fossero erranti: Abolizione pratica del dogma sull'eresia.
  Rivenendo alla morale e alle sue sentenze, la politica governativa è passata dall'intangibile e illimitata accoglienza degli stranieri (giunti sul sacro suolo della Patria con qualsiasi mezzo e senza alcun vaglio preventivo per distinguere gli aventi qualche diritto di rifugiati dai semplici clandestini), è dunque passata da tale apertura (bensì sfornita di efficaci rimpatri successivi, legalmente previsti) a una certa regola restrittiva da imporre alle navi dei presunti soccorritori, collaboranti con i criminali che esercitano la tratta di africani e asiatici. Il ministro dell'Interno, uscito in avanscoperta, ha trattato con i capi libici per la limitazione degli imbarchi e dei trasbordi degli emigranti, nonché la riduzione dei flussi di genti provenienti dal centro dell'Africa. Dopo che egli ha assorbito gli strali degli scandalizzati umanitari d'ogni specie, Renzi e Gentiloni sono intervenuti a spiegare che è umano fare sì che i poveri neri siano aiutati a casa loro, e non si espongano ai pericoli del viaggio migratorio, e non debbano abbandonare le loro radici e i loro cari. Renzi ha ricordato che l'aveva sempre detto di voler aiutare i miseri là dove vivevano. Le organizzazioni che andavano a prelevare i naufraghi fin dentro le acque libiche, previo appuntamento preso con gli scafisti, hanno presto cessato di protestare, si sono ritirate dal traffico e, dopo anni, si sono accorte che i campi di raccolta dei destinati a sbarcare in Italia erano orribili luoghi di prigionia. La UE e lo stesso ONU si sono mostrati comprensivi delle buone ragioni per cui è stato effettuato un contenimento dell'invasione dei profughi e dei disgraziati, tanto più che il principio della loro accoglienza resta intatto. Ma di fatto anche Bruxelles ha ripiegato; "ha fatto marcia indietro" avrebbe detto la stampa di grande diffusione, se si fosse trattato del signor Trump, cattivone privo di attenuanti.
  La UE e gli stati europei che contano hanno convenuto che la massa degli extracomunitari da noi ospitati deve essere in congrua parte ridistribuita nelle altre nazioni dell'Unione. Si è parlato di rivedere il Trattato di Dublino, che prevede che la gestione degli immigrati debba essere a carico del paese che li ha ricevuti. Parole buone, intenti encomiabili. Gentiloni, andato nei paesi dell'Est europeo meno intransigenti in materia di immigrazione per aprirvi una breccia, ha ricevuto comprensione per le sue belle frasi emanate dal podio, diffuse dai canali televisivi. Ma, in sostanza, quei duri di cuore continuano ad essere fiscali, attaccati alle regole.
  Intanto qui le tivù e i giornali filogovernativi hanno trovato ragionevole che l'accoglienza degli stranieri perseguitati e disagiati debba risolversi in una degna integrazione. Occorre evitare che si generino emarginati e poveri in contrasto con i poveri italiani, per cui è giusto che l'afflusso sulle nostre coste venga moderato così da poter sistemare i nuovi arrivati. Il presidente della Repubblica ha concordato, migliorando con la sua pacata saggezza il pensiero un poco discorde manifestato in precedenza.
  Uno solo mancava alla generale concordia, alla conversione - che dico? - all'acquisto di una più meditata bontà, che lo slancio generoso aveva un po' fatto smarrire.
  Così è giunta l'ora di Bergoglio. Egli ha semplicemente condiviso la ragionevolezza del potere civile, ponendo in non cale la predica reiterata circa i muri da abbattere, i ponti da gettare, le porte aperte senza condizione, come è incondizionata la sua misericordia.
  Alcuni pignoli si sono chiesti in che modo si giustifichi una simile inversione di rotta. Di certo non si può credere a un indurimento del suo cuore. Noi siamo convinti che non sia in questione una rinuncia all'importazione di masse d'altra fede e d'altri costumi, assai diversi dai nostri, una rinuncia al bene della diversità. Deve trattarsi di una stasi necessaria, mentre il processo della convivenza multirazziale e multiculturale continua a fare il suo corso. Tuttavia la domanda dei sofistici merita un approfondimento. La risposta sta nella democrazia, che a volte dimostra un'insufficienza. Il difetto non consiste già nella disuguaglianza morale e di competenze dei cittadini elettori,  nemmeno nella gara spregiudicata dei candidati all'elezione, ma nella sussistente, irragionevole mutevolezza popolare, nei rigurgiti d'una presunzione di capire al di là del giusto. Un tempo circolava lo stupido adagio contadino: scarpe grosse e cervello fino. In effetti questo popolo ancora soggetto a ricadere nell'immaturità, brontolone e emotivo, talvolta pretende di avere più intelligenza e maggiori conoscenze dei conduttori televisivi e dei loro ospiti esperti, e persino più criterio del papa. Siccome poi ci sono partiti populisti che, essendo all'opposizione, sobillano e traviano la gente, ecco che le lezioni diventano una grana grossa per i partiti accreditati presso le massime autorità in campo europeo e mondiale.
  Ne consegue che i sondaggi di opinione fanno testo, quando risulta che molti, troppi non si persuadono più che conviene ospitare lo straniero e farsi da parte per fargli posto, perché ne verranno grandi vantaggi materiali e morali.
  Tutto qui. La gente non ha ancora imparato a vedere lontano, a stare al passo coi tempi, a credere abbastanza nella fraternità, dopo aver creduto nella libertà e nell'uguaglianza. Perciò l'elettorato va assecondato nelle sue paure, in attesa che la sua maturazione giunga a compimento. Intanto i populismi lasciano il tempo che trovano, sorgono e tramontano presto. Intanto, per il bene delle sue anime il benemerito Begoglio aggiusta la dottrina, ora in un senso ora nell'altro, secondo che tira il vento dei sondaggi di opinione.


Piero Nicola