martedì 14 febbraio 2017

Domenico Longo, critico del fisco vorace

Qualificato studioso e intrepido esponente della destra popolare, oggi resa invisibile dalla fumosa e indecorosa presenza di brutte copie, il compianto Domenico Longo è stato uno fra i più lucidi e spietati critici della stupidità neocapitalistica e dei suoi soffocanti/asfissianti comandamenti.
 Un puntuale giudizio formulato da Longo decapita e ridicolizza i pensieri in umiliante, disastrosa circolazione nelle menti dei consumatori manipolati dai capitalisti vestiti di nuovo, come il Valentino di pascoliana memoria: E' assolutamente impensabile che si possa vivere al passo con i tempi senza avere il telefonino o l'autovettura o gli altri strumenti a cui la modernità s'ispira e su i quali poggiano i suoi presupposti. Tutti vanno a caricare il telefonino, così come tutti mettono il carburante nelle proprie vetture”.
 Refrattario alla implacabile censura attuata dagli scagnozzi dell'oligarchia democratica, atea e materialistica, Domenico Longo ha dimostrato e rappresentato magnificamente la perfetta distanza che corre tra gli indifesi contribuenti e un fisco in perpetua oscillazione tra demagogia, rapacità e soggezione ai dogmi del neocapitalismo.
 Di qui un approfondito, puntuale e impietoso esame dell'infelice rapporto instaurato tra i contribuenti italiano e il fisco. Rapporto che Longo ha descritto con singolare puntualità: “Quando si parla di evasione dobbiamo con rigore fare una doverosa distinzione e cioè dire che v'è l'evasione fiscale, quella vera, e che v'è l'evasione fiscale attuata per legittima difesa da esercenti deboli e da piccole e medie imprese aggredite spropositatamente da un fisco predone. La maggioranza di queste piccole imprese riesce a mantenersi in vita perché non ottempera a quanto previsto dalle inique leggi fiscali italiane”.
 A dimostrazione del tragicomico funzionamento del vorace fisco nazionale, Longo cita alcune storiche vischiosità, potenziali pagine di un calendario surrealista: “in materia fiscale paghiamo, su ogni litro di carburante, le accise per la guerra di Abissinia del 1935, per la crisi di Suez del 1956, per il disastro del Vajont del 1963, per l'alluvione di Firenze del 1966, per il terremoto del Belice del 1968, per il terremoto del Friuli del 1976, per il terremoto in Irpinia del 1980”.
 Le deprimenti e incubose statistiche riguardanti il numero dei fallimenti, dichiarati ogni anno dai tribunali italiani, confermano le ragioni di Longo e perciò pongono il problema (o il sogno) di fondare (finalmente) una destra capace di uscire dal porto delle nebbie progressive e di navigare, con la necessaria intrepidezza, nelle acque continuamente agitate dai macigni in caduta dai vertici del capitalismo e del socialismo.
 Refrattario ai peli, che il potere democratico posa sulla lingua dei giornalisti di servizio, affermava il Nostro coraggioso e compianto amico: “Sono tanti gli esponenti di governo, mascalzoni, disonesti, che continuano a farla franca e ad approfittare ai sacrifici della gente onesta, laboriosa, per assicurare a se stessi una condizione di opulenza addobbata di sfarzosità e privilegi”.
 L'umiliante naufragio della vecchia destra, oscillante tra il vuoto politico di Gianfranco Fini e l'affarismo dei Tulliani, conferma che aveva la ragione l'onesta, implacabile e purtroppo inascoltata critica di Longo.
 La rinascita di una destra fedele alla genuina tradizione italiana non può fare a meno della lezione che si legge nella magnifica biografia di Domenico Longo e nei suoi scritti, ispirati da un invincibile amore per la Patria italiana per la giustizia.

 Di tali indeclinabili valori è degna erede la sagace figlia di Domenico, Rosalia, direttrice della intrepida rivista L'Altra Voce, fondata dal padre negli ormai lontani anni Ottanta del Ventesimo secolo.

Piero Vassallo

domenica 12 febbraio 2017

Un'antologia curata da Sergio Pessot: "Fascismi nel mondo"

La definizione più profonda del fascismo è questa: il movimento politico  che va più francamente, più radicalmente verso la grande rivoluzione  dei costumi, nel senso di una restaurazione dei corpi - salute, dignità  pienezza ed eroismo – nel senso di una difesa dell'uomo contro la gran  città e contro la macchina.
 Pierre Drieu La Rochelle


L'intrepido e instancabile Marco Solfanelli, editore in Chieti, propone una voluminosa, avvincente e provocatoria antologia, Fascismi nel mondo (Solfanelli, Chieti 2017), realizzata, con singolare perizia e acribia dallo storico Sergio Pessot.
 La lettura delle trecento pagine della avvincente raccolta, curata e diligentemente commentata da Pessot, desta una pungente domande, che sfida la sorda, turibolante inflessibilità dei vu inizià?, attivi nella camarilla resistenziale: come è possibile respingere la cultura fascista nella morta gora dell'irrazionalismo, quando il pensiero dell'italianissimo Benito Mussolini si diffuse in tutto il mondo, ottenendo l'ammirato consenso di filosofi, giuristi, statisti e letterati di alto profilo?
 Ad esempio furono collaboratori e sinceri estimatori del duce italiano studiosi di alto ingegno, quali (fra i tanti) gli italiani Giovanni Gentile, Alfredo Rocco, Santi Romano, Carlo Costamagna, Luigi Pirandello, Giovanni Papini, Domenico Giuliotti, e gli stranieri Francisco Elias de Tejada, Ezra Pound, Knut Hamsun, Engelbert Dollfuss, Ernst Junger, Vintila Horia.
 Mussolini, inoltre, ha sostenuto e mobilitato i numerosi emarginati e/o perseguitati dall'oppressione, esercitata dalle concorrenti e concomitanti ideologie rivoluzionarie, liberalismo e socialismo, errori emanati (flesciati) dal ventre molle e tossico del sottosuolo massonico,
 Pessot propone, infatti, un lungo viaggio attraverso i movimenti politici, che hanno interpretato, con passione civile e con rigore teoretico, il malessere dei popoli oppressi dalle oligarchie rivoluzionarie, che erano (e sono tuttora) emanate e promosse dagli incubosi, intossicanti sistemi emanati dalle fantasticherie ideologiche del mondo moderno.
 La domanda che corre nelle numerose testimonianza, citate nel volume in questione, rinvia alle ragioni delle speranze, che il fascismo seminò nel cuore generoso della gioventù insorgente nelle nazioni tormentate dal capitalismo e frastornate dalle oligarchie illuminate.
 Gli autori citati da Pessot svelano la forte ragione, che muoveva la rivolta dei fascisti contro i poteri truffaldini, emanati dall'esoterismo, in circolazione nel sottosuolo della modernità, movimento nazista incluso, che imponevano istituzioni conformi alle esigenze di una spietata ed esosa oligarchia.
 Refrattario alle suggestioni diffuse dagli iniziati, il governo di Mussolini fu strenuamente impegnato a restaurare la dignità del popolo italiano, resistendo alle torbide suggestioni del romanticismo tedesco.
 Opportunamente Pessot cita un testo dello storico inglese Richard Lamb, in cui si dimostra la forte ostilità del governo fascista nei confronti del movimento hitleriano, espressione di una corrente di pensiero fedele agli oscuri miti della foresta, Avversione destata (nel luglio del 1934) dall'assassinio di Engelbert Dollfuss compiuto da agenti nazisti. Purtroppo la cialtroneria dei governi democratici isolò l'Italia di Mussolini, rendendo obbligatoria l'innaturale alleanza dell'Italia con la Germania nazista.
 I testi raccolti da Pessot tracciano il movimento di una storia italiana dal respiro universale, storia di una filosofia concepita e attuata quale progetto di un antemurale al materialismo democratico e al furente paganesimo di Germania, per poi cadere (prima di essere devastato dai bombardieri democratici) nella tela di ragno tessuta dalla collauda arte dell'inganno tedesco.


Piero Vassallo

martedì 7 febbraio 2017

Viaggio intorno alla pastorale talismanica

Una pseudo-pastorale della famiglia vuole piacere al mondo, alla  opinione pubblica, ai potenti di questo mondo, anziché alla chiara  ed esigente verità di Cristo.   I propagatori clericali di tale pseudo-pastorale  mostrano un amore al mondo che è sempre paura del mondo  e complesso d'inferiorità nei confronti del mondo.
 Athanasius Schnreider vescovo ausiliare della diocesi di Astana


 Insigne studioso e strenuo difensore della verità cattolica, che è calunniata, aggredita e alterata dai furori in ebollizione nelle pentole arroventate dal delirio iniziatico e del buonismo pseudo-ecumenico, Guido Vignelli è l'autore di un avvincente saggio, “Sei parole talismaniche”, in questi giorni edito in Roma a cura della animosa e strenua associazione cattolica Tradizione Famiglia Proprietà. Tale associazione contesta la teologia buonista, che promuove la tendenza (anarcoide) ad assolvere il trasgressore della morale e a contestare i tribunali ecclesiastici e le leggi da loro interpretate e applicate. 
 Vignelli va dritto al cuore del problema che affligge la cultura cattolica del post-concilio ed afferma, risolutamente, che “la nuova pastorale tende a concepire la parola misericordia come espressione di una carità che si pone in concorrenza o in alternativa con la verità. Spesso ci si preoccupa di ammonire che la verità non deve essere separata dalla misericordia, il che è vero; San Paolo avverte ce pieno compimento della legge è la carità (Rom., 13,1) per cui bisogna fare la carità nella verità (Ef., 4,16). Tuttavia talvolta si pretende che fare la verità non sia di per sé un'azione misericordiosa, per cui si debba bilanciarla o addirittura correggerla esternamente con la misericordia, il che suppone una misericordia estranea alla verità, realizzando quindi proprio quella separazione che si diceva di vole evitare”.
 Rigorosa è la puntuale confutazione della pastorale novista, influenzata dal pregiudizio buonista, secondo cui è finalmente esclusa la emarginazione di ciò che un tempo era giudicato irregolare o immorale: “oggi va incluso a pari titolo e senza condizioni, non solo nella società ma anche nella Chiesa”.
 Il furore inclusivo altera la vista e appesantisce la ragione dei pastori modernizzanti inducendoli a credere (osserva Vignelli) “che ormai sia difficilissimo trovare coppie o famiglie perfette in ogni aspetto. Pertanto, un sano realismo richiede di rassegnarsi alla crescente prevalenza di coppie e famiglie imperfette, con le quali la società e la Chiesa devono pur convivere”,
 Insieme con l'esuberante e sfrenato buonismo, figura della carità capovolta nel cimitero degli illuminati, procede la rivoluzione del vocabolario ecclesiastico, “ad esempio una coppia che vive in stato scandaloso di concubinato non può essere qualificata come meramente imperfetta, ma deve essere giudicata come immorale in quanto pubblica peccatrice”.
 Ridotta a scaramuccia cortese la guerra cattolica contro l'eresia e i mali che essa – infallibilmente – produce si rovescia nel teatrino dell'arrendevole buonismo.
 Di qui l'apprezzamento, che i cattolici refrattari alle suggestioni confusionarie e cineree emanate dalla teologia progressista, tributano ad autori refrattari (al pari di Guido Vignelli) al canto arrogante e sguaiato (ma esausto e obsoleto) delle sirene arruolate dai promotori del delirio teologico. Un fiume di parole rumorose, che sono emanate dal vano desiderio di stupire gli esausti tifosi dell'apostasia e di piantare il vessillo del nulla sulle rovine del mondo moderno.

Piero Vassallo

TRUMP VERIDICO (di Piero Nicola)

È successo un fatto inaudito: il Capo dello Stato della maggiore Repubblica presidenziale ha detto una verità che accusa di delitto i suoi predecessori, praticamente dichiarando guerra ai suoi oppositori e al sistema politico e dirigenziale che lo ha preceduto al governo.
  A coloro che, attaccando Putin con l'accusa d'aver commesso delitti di guerra hanno anche attaccato lui per la sua apertura a un'intesa con Mosca, Trump ha ritorto l'imputazione contro l'America ipocrita, che non è stata da meno con le sue ingiustificabili azioni belliche. Si prenda ad esempio lo sterminio di civili perpetrato a Falluja (Irak).
  La drastica rottura con l'opposizione interna - che gli ha scatenato contro una distruttiva campagna mediatica e popolare, altresì inaudita - culminata con questo evitabile discredito gettato in faccia ai poteri forti statunitensi, con abbandono della più elementare diplomazia, dicono tutto sul personaggio, nuovo Presidente USA. Egli vuole attuare un'inversione di rotta, riformare radicalmente un sistema che ha oltrepassato ogni limite di legalità e di decenza. Egli dice: "O io, o voi, qualunque siano le conseguenze".
  Il effetti, non esiste compromesso con chi dimostra di volerti eliminare e non accetta il risanamento.
  Il caso costituisce un indubbio segno dei tempi. Il disegno di dominio mondiale messo in atto da poteri plutocratici, intesi ad asservire le nazioni mediante il mondialismo, ha coinvolto l'America sottomettendola a interessi sovranazionali che non le appartengono, siano economici, siano di ordine sociale, morale e spirituale. Trump ha impersonato una rivolta di popolo - e ben poco intellettuale - a siffatta sottomissione, la cui ideologia democratica snerva e corrompe nondimeno la potenza su cui si basano i padroni del vapore. Essi sono oggi soggetti a subire una spallata che li metta a terra. Perciò fanno ricorso ad ogni espediente, senza rendersi conto, o forse rendendosi conto, che i loro slogan, i loro cavalli di battaglia, la loro manovre, i loro ricatti ormai hanno mostrato la corda, non fanno più presa su almeno su metà della nazione americana. Comunque vada a finire, questa controrivoluzione del Tycoon ha seminato un germe inestirpabile, che sta attecchendo anche in Europa.


Piero Nicola    

giovedì 2 febbraio 2017

Rinoceronti di bar e di sacrestia

 Nel dramma Rinoceronti, la accesa immaginazione del geniale autore rumeno Eugène Ionesco ha narrato l'angoscia del refrattario, che contempla, in una scena opaca e desolante, la metamorfosi animalesca (rinocerontesca) dell'uomo posseduto dalla frenesia laica, democratica e progressiva.
 Il dramma inizia, infatti, dalla scena umoristica, di cui sono protagonisti gli osservatori benpensanti, figure dei borghesi, che la frivola chiacchiera del bar democratico, rende incapace di vedere l'orrore, in corsa animalesca, nel branco maggioritario, radunato e comandato a bacchetta dai filosofi natanti nelle acque dei capovolti pensieri, dagli agitatori progressisti e dai sovrastanti usurai.
 La verità, che corre nel testo del non credente Ionesco, rivela la vociante ma desolata sopraffazione esercitata dal rinoceronte, possente figura dello sfrenato, imperioso conformismo, di conio laico e democratico, lanciato in corsa feroce contro la ragione e il sentimento dell'uomo refrattario alla suggestione democratica.
 Nella opinione degli umbratili domatori, i c.poteri forti, agisce, infatti, la capovolta verità, intravista e purtroppo non condivisa da Ionesco: l'apostasia quale fonte del rabbioso delirio in atto nella torrida mente degli ideologisti, che gestiscono il potere trionfante e galoppante nell'ateismo di stampo bancario, in circolazione nel vicolo cieco frequentato dal radical chic.
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 Infine è più che mai evidente l'insanabile conflitto, che oppone la screditata e dissanguata ideologia moderna alla verità della dottrina cattolica – vincente quantunque vilipesa e combattuta dal potere mediatico e impoverita dalla timidezza e dal conformismo dei pastori ciangottanti nel deserto, in crescita sfrenata nelle loro parrocchie.
 Il clero si piega davanti all'urlante ma estenuata, crepuscolare e perdente figura del mondo moderno, massa di perdizione, dipinta dai colori grigi, giacenti nella tavolozza disperata, cui attinge il drammaturgo romeno.
 La scena contemporanea, contemplata da Ionesco e rovesciata in una satira feroce e implacabile, in-segna che il destino delle rivoluzioni ateiste e neopagane si risolve in un umiliante e ridicolo paradosso, la vittoria perdente, rappresentata dal capovolgimento del trionfante e gongolante errore sovietico nella contraria, sconcia e rovinosa corsa dell'omosessualismo euro-americano.
 Fra le righe laiche e democratiche, scritte a caratteri cubitali e squillanti dagli immaginari vincitori, infatti, irrompe lo splendore della verità cristiana, trionfante sui rinoceronti, grazie alle imprese di minoranze eroiche, frenate invano dall'ufficiale, servile debolezza di pastori, che il modernismo strisciante nei loro pensieri, rende incapaci di vedere la intrinseca debolezza e lo sfacelo del progressismo progressismo gongolante invano.
 Al clero non vedente e non udente, Ionesco narra, a voce alta, la metamorfosi animalesca dell'uomo in corsa nella direzione del divorzio dalla ragione, ultimo, invincibile ostacolo alla discesa nella foresta dei rinoceronti.


Piero Vassallo

giovedì 26 gennaio 2017

Tutti, tutti, migrammo un giorno nero (di Pucci Cipriani)

Nella mia famiglia - finché famiglia c'è stata, prima ancora dell'ultimo doloroso evento, per cui posso ben dire, parafrasando il Pascoli: "Tutti, tutti, migrammo un giorno nero" - usava annunziare qualche importante ricorrenza con il ricordare un altro evento, o festa, antecedente e così la nonna diceva : "Siamo ai morti, tra poco arriva Ceppo", ovvero il S. Natale e poi, il mercoledì delle Ceneri - al mio paese, nella piazza antistante alla chiesa, fanno una "polentata antigiacobina" che distribuiscono a tutti, condita con i porri e il baccalà, per ricordare la liberazione di Borgo dalle truppe rivoluzionarie, quando fu bruciato l'albero delle false libertà in mezzo alla piazza e innalzata, al suo posto, la colonna con sopra la Madonna del Conforto - si diceva : "Ci vuole un fiat ad arrivare a Pasqua".... e così via...
Da oltre quarant'anni io mi reco a Civitella del Tronto e da una trentina organizzo, insieme agli amici storici, il Convegno della Tradizione della "Fedelissima" Civitella del Tronto che si tiene nella seconda settimana di marzo, dal venerdì alla domenica...e così, arrivati a febbraio in casa si diceva :"Vai..tra poco c'è Civitella..." e, infatti, già a fine febbraio, si preparavano borse e scatoloni con libri "alternativi", calendarietti, bandiere....e, poi, via, in partenza...e per arrivare ci voleva una giornata...allora...
Già, ma io nel Settanta, nulla sapevo della "Fedelissima" Civitella del Tronto, nonostante avessi iniziato a leggere alcuni libri di Carlo Alianello tra cui "La Conquista del Sud" - Ricordo la copertina tricolorata della Rusconi libro con in mezzo una litografia di un plotone di bersaglieri che fucila un "brigante", ovvero un patriota, combattente per Re Francesco (Dio guardi!) e poi , sempre di Alianello, una vecchia edizione de "L'Eredità della Priora" delle edizioni Feltrinelli - me la regalò il mio amico Paolo Caucci - e, infine "L'Alfiere" che ti fa un quadro di quella infame guerra coloniale contro il popolo del Sud con le parole del Capitano Franco, morente, dopo aver eroicamente combattuto sugli spalti di Gaeta:

"Altri combattono e muoiono per una conquista, una terra, un'idea di gloria, per un convincimento magari o un ideale, ma noi moriamo per una cosa di cuore: la bellezza. 

Qui non c'è vanità , non c'è successo, non c'è ambizione. Noi moriamo per essere uomini ancora. Uomini che la violenza e l'illusione non li piega e che servono la fedeltà, l'onore, la bandiera e la Monarchia, perché son padroni di sé e servitori di Dio.
Ieri forse poteva sembrar più nobile, più alta la parte di là, ma oggi con noi c'è la sventura, e questa è la parte più bella. Perché sopra noi ci possano scrivere senza speranza"

Andavamo dunque i primi anni il sabato ad Ascoli ed eravamo ospiti, per la cena, nella casa di campagna di Caucci e, poi, la mattina, a Civitella, sulla Rocca, che ancora non era sistemata e, mi ricordo, accedevamo alla fortezza mediante una scala a pioli (mah...e mi sembra impossibile, ora) che due ragazzi, i quali si erano inerpicati precedentemente, tenevano avevano gettato e tenevano ferma...ma prima ancora del discorso commemorativo sulla Rocca (non siamo mai stati, allora, più di una quindicina) presso la chiesetta di San Giuseppe c'era la S. Messa, quella in rito romano antico, la Messa di sempre... e di tutti. E siccome allora in Italia non c'era il Priorato della FSSPX, e trovare un sacerdote che celebrasse la Messa cattolica( si diceva la Messa in latino) era non dico difficile ma perfino impossibile, Paolo Caucci era ricorso a un Canonico del Duomo di Ascoli buona persona ma che poco sapeva della Tradizione (che probabilmente confondeva con il Ventennio) che riassumeva così la sua posizione "Mah! Saprei io che fare alli giacubine: arza o' cappello e dacce 'o manganello"... Ma questo Canonico coraggioso celebrava la Messa di San Pio V..la Messa dei Santi e dei Martiri.
Ed è stata una "grazia", una grande grazia, quella di aver potuto  assistere alla Messa cattolica prima celebrata da questo canonico e,dopo qualche anno, dai sacerdoti della Fraternità San Pio X; quindi, per venti, anni grazie al nostro "eroico" cappellano don Giorgio Maffei che era sacerdote diocesano a Ferrara, Cappellano della Certosa e che, in seguito, anche lui entrò, con il consenso del suo vescovo, nella Fraternità San Pio X.
Ma io li ricordo tutti i sacerdoti che, in anni, si sono succeduti a guidare la Via Crucis del venerdì e a celebrare la S. Messa della domenica nella chiesa di Sant'Iacopo alla Rocca e, nonostante alcuni abbiano scelto strade diverse dalla nostra, io non posso fare a meno di ricordare la loro grande sollecitudine pastorale, una grande spiritualità e umanità : don Francesco Ricossa, don Ugo Carandino (ora è, oltre che un caro amico, uno dei miei preziosi fornitori di libri), don Piero Cantoni ,rigido difensore di Mons. Lefebvre, e duro demolitore del Concilio vaticano II, il caro don Emanuele du Chalard - lo conobbi, e sembrava un ragazzino, quando - primo prete in Italia ad Albano - accompagnò Mons. Lefebvre dalla Principessa Pallavicini in un'epica conferenza che scombussolò il Vaticano - e poi anche i sacerdoti dell'ICRSS, don Mauro Tranquillo, don Pierpaolo Petrucci, p. Wodzach che ci illuminava con le sue lezioni di storia, infine i due penultimi Superiori della Fraternità Sacerdotale San Pio X, persone eccezionali, don Michele Simoulin e don Marco Nelly, che, oltre a celebrare la S. Messa, furono tra i relatori e le loro belle conferenze sono poi state pubblicate su Controrivoluzione (www.controrivoluzione.it) e don Stefano Carusi,grande Docente e conferenziere e, ahimè, anche polemista di classe, l'amico fraterno che con Manlio Tonfoni mi invito' - dopo che mi aveva invitato il caro Fabrizio Di Stefano nel 1999 nel bicentenario delle Insorgenze antigiacobine... e che, da allora, è sempre stato al nostro fianco -, all'Università di Camerino per una serie di conferenze tra cui quella insieme ai figli di Guareschi Alberto e Carlotta -  e i cui scritti il buon don Stefano, nonostante le mie ripetute richieste per la pubblicazione, preferisce tenerseli nel cassetto....
Ma perché questa scelta di Civitella del Tronto, questa Roccaforte che non si arrese nonostante gli ordini del Re e, poi, addirittura contro gli ordini del Re, continuando a combattere per il partito della Regina Sofia, che aveva inviato ai difensori, dopo la caduta di Gaeta, una bandiera Biancogliata, ricamata con le sue mani con la scritta "Non mi arrendo" ? 
Già, erano gli anni grigi della contestazione sessantottarda che ha forgiato queste nuove generazioni venute su - l'eccezione conferma la regola - a televisione, nutella e scuola "a tempo pieno", frasi fatte e supponenza; erano i tempi in cui per la strada si gridava "a morte" e "l'utero è mio e lo gestisco io" e "Padroni porci, domani prosciutti"; era l'epoca in cui anche la Destra che, pur con i suoi limiti, si era ispirata, prima, al trinomio Dio - Patria e Famiglia, verrà aggredita dalla sifilide della "Nuova Destra Francese" animalista, abortista, filonazista, ambientalista (prima ancora che venisse fuori quella sublime enciclica di Bergoglio su "La raccolta differenziata della spazzatura"); erano i tempi delle pulci, delle zecche e dei pidocchi, ritornati alla ribalta, insieme ai capelluti arruffapopoli della contestazione pilifera contro l'acqua e il sapone;ma erano anche i tempi che precorsero e ispirarono gli "Anni di Piombo" e delle "Liste di Proscrizione", gli agguati, le sprangate, i colpi della P38 e chi militava nella Destra, o comunque nelle file della Tradizione - ricordo la battaglia del 1974 contro il divorzio e le prime conferenze a Firenze, con padre Centi contro don Milani e la marmaglia cattocomunista, contro il Comunismo,nel 1976, al Centro "Branzi", con il Prof. Roberto de Mattei - additato come un "provocatore fascista" o addirittura un "terrorista"...e poi la difesa del Commissario Calabresi e i manifesti appesi sui muri del mio paese con la foto del Commissario Calabresi e sotto la scritta "Dopo Calabresi, Puccio fascista sei il primo della lista"...e non era tanta la paura per se stessi (ma c'era anche quella) quanto la tristezza di aver lasciato sole, a casa, nell'angoscia, le persone che ti volevano bene e che avevano smesso perfino di comprare il giornale perché avevano paura di trovarci il tuo nome....non eravamo, grazie a Dio, tutti come quel mio ex amico fiorentino E.N.(che per paura giunse anche a boicottare un suo libro, fatto con altri, in cui c'erano cinque righe di critica al risorgimento italiano) che si nascondeva da mane a sera e che quando andò a parlare all'Università, per il FUAN, fu ritrovato nascosto nel cesso...
Insomma a Civitella in quei giorni si respirava (e si respira tuttavia) un'altra aria...lontani dalla contestazione, ai piedi del Gran Sasso, in qull'atmosfera, in quel silenzio, facevi i conti - dopo la confessione - con te stesso; e poi la Via Crucis della sera, per le vie del paese, commuovente e suggestiva, guidata dal nostro cappellano don Giorgio Maffei che, a fine, ci benediva, sulla scalinata davanti alla chiesa; le conferenze - ormai a Civietlla si riunisce il Gotha della Tradizione - avvincenti per tutto il giorno del sabato...e i ragazzi che hanno studiato il prof. de Leonardis e, dall'espressione del suo volto, capiscono quanto valga l'oratore che sta parlando...poi l'alzabandiera, dopo la S. Messa per i nostri defunti e per i Martiri della Tradizione, per quegli eroi che si batterono contro quella :

"Unita' d'Italia (che si inquadrava per sempre in un'ottica nazionalista che rappresentava la negazione dell'antico e sacro concetto di Cristianità e preparava i grandi conflitti del XX Secolo . Inoltre con il pretesto di una liberazione astratta e menzognera da presunte tirannidi straniere, il progetto restava in ogni caso quello di spogliare i villaggi e le città delle loro millenarie libertà e autonomie accentrando tutti i poteri, in nome di una pretesa razionalizzazione, nelle mani di una burocrazia manovrata dall'alto"

(Cfr. Carlo Alberto Agnoli in "Atti del XXI Convegno della "Fedelissima" Civitella del Tronto "Dalla Malaunità alla Rovina attuale" 8 - 9 - 10 marzo 1991)
E dagli spalti di Civitella dai quali, quando c'è sereno, vedi il mare, in quella atmosfera di intenso cameratismo, in mezzo a quelle guarnigioni sbrecciate, tu rivedi i soldati che "spes contra spem" resistettero, pur senza umana speranza, alle forze preponderanti della Rivoluzione italiana.

Pucci Cipriani


mercoledì 25 gennaio 2017

TERREMOTI DI IERI E DI OGGI (di Piero Nicola)

Notizie da il Secolo d'Italia del 25 agosto 2016 (giorno successivo al terremoto con epicentro ad Amatrice).
  Il giornale lancia una sfida al presidente del consiglio Renzi, il quale "polemizza con la ricostruzione dell’Aquila anziché concentrarsi esclusivamente sul sisma che ha colpito la zona di Amatrice. Vedremo cosa saprà fare lui. Ed è bene, in questo momento, ricordare altri terremoti".
  Dopodiché si riportano i dati del terremoto che colpì il Vulture il 23 luglio 1930. Fu di magnitudo 6,7 (10 della scala Mercalli), dunque superiore a quello di Amatrice, e fece 1404 vittime, mentre quello del 24 agosto 2016 ne fece 300. Ma il sisma del Vulture interessò 50 comuni di 7 provincie di Basilicata, Campania e Puglia, con distruzioni molto più estese, e fece relativamente pochi morti perché avvenne durante la mietitura e trebbiatura del grano.
  I lavori di ricostruzione cominciarono subito (RDL del 3 agosto 1930) erigendo casette in muratura e cemento armato antisismiche, che ressero al terremoto dell'Irpinia avvenuto 50 anni dopo (1980). Contemporaneamente si ripararono gli edifici che potevano essere ricuperati. Le casette costruite furono 3.746, le case restaurate 5.190.
  La voce di Wikipedia sul terremoto del Vulture conferma i dati suddetti, e dice che il 28 ottobre 1930 (tre mesi dopo il disastro) furono consegnate 961 nuove abitazioni antisismiche.
  I commenti: ai lettori.


Piero Nicola

martedì 24 gennaio 2017

Ombre garibaldine: Il giallo della morte di Anita Garibaldi

 Studioso instancabile, scrittore di polso e demistificatore puntuale e implacabile, lo storico napoletano Luciano Salera è autore di un avvincente ed esauriente saggio revisionistico, La fuga di Garibaldi e il giallo della morte di Anita, edito in Chieti dall'anticonformista Marco Solfanelli.
 Il robusto saggio in questione fa scendere l'impertinente e impietosa luce della verità su uno dei più strombazzati e incensati episodi della rivoluzione massonica, la morte di Anita Garibaldi, avvenuta nell'agosto del 1849, durante l'ultima fase della fuga precipitosa, attuata degli eversori, dall'effimera, scellerata e iniziatica repubblica romana.
 Un monumento, in mostra squillante sul Gianicolo, rappresenta Anita nella veste inverosimile di una cavallerizza furente e implacabile, che ha sguainato l'eroica sciabola, scagliandosi contro i nemici clericali.
 In realtà la statuaria leggenda di Anita sciabolatrice a cavallo rovescia la verità, che contempla una donna stremata dalla febbre e dall'irragionevole sequela dell'avventuriero nizzardo, lo strombazzato Giuseppe Garibaldi.
 Al proposito Salera rammenta che gli storici di scuola risorgimentista, squillanti e veneranti autori della leggenda intorno alla monumentata cavallerizza, hanno nascosto e censurato le deprimenti notizie sull'inferma salute di Anita: “nessun accenno alle condizioni estreme di questa povera donna, che viene trascinata, morente, in stato di drammatico disagio e massima precarietà, in una fuga che lasciava pochissimo spazio alla speranza di riuscita; anzi ne lasciava talmente poca, stante la necessità di dover trasportare quel corpo in fin di vita, da rendere ancora più complesse le operazioni di fuga”.
 L'ufficiale, lacrimosa narrazione della morte di Anita, stremata dalle fatiche della fuga patriottica da Roma, fa parte delle pagine apologetiche intorno al c. d. risorgimento ed è usata per censurare e nascondere la verità, messa in luce dall'ispettore Giuseppe Radicchi, autore di una relazione sul ritrovamento del cadavere dell'infelice sposa di Garibaldi.
 Al proposito Salera scrive: “premesse le note circostante in cui il cadavere di Anita è stato rinvenuto, il Radicchi assicurava che questo appariva come quello di una donna strozzata … con la lingua fuori, con gli occhi tumefatti e stravolti e con i lividi in corrispondenza della trachea”.
 Salera cita una testimonianza inconfutabile sulla fine violenta di Anita, omicidio definito terribile misfatto, compiuto dai garibaldini nell'agosto del 1849. Per far sloggiare (scappare) Garibaldi dalla casa in cui si era nascosto, “si era tenuto un congresso in casa Moreschi e alla sera era seguito lo strangolamento dell'infelice donna e la sua sepoltura alle cosiddette motte”. La morte di Anita fu un caso di eutanasia, delicatamente taciuto dalla storiografia di stampo massonico e pseudo patriottico.
 Gli storici propriamente detti, quelli che non ignorano e sopra tutto non nascondono la spietatezza e il cinismo dell'eversore nizzardo, sono fermamente convinti dell'esistenza di un'ombra scellerata sull'avventura del Garibaldi.
 L'opera di Luciano Salera, storico erudito ed onesto e fervido patriota rinnova e accresce le ragioni della fondata diffidenza negli ideali dei garibaldesi, falsi italiani, attivi sul fronte massonico costituito dalla rabbiosa, laida avversione alla Cristianità e all'ordine civile.

 La memoria storica degli italiani dovrà, pertanto, superare e liquidare l'umiliante e intossicante dipendenza dalle pagine della storia, che sono infettate dalla lue massonica e dal furore anticristiano.

Piero Vassallo 

RITORNO IN A. O. (di Piero Nicola)

  La guerra è il dramma che è. Al fronte e nelle retrovie avvengono le uccisioni, alcune assai penose. Le prove da sopportare sono spesso gravi, a volte estreme a causa d'un nemico criminale. I civili soffrono e talvolta muoiono a causa del conflitto. La guerra può essere necessaria e giustificata oppure no. Il soldato degno del suo servizio non la giudica, non giudica la Patria, che essa abbia dichiarato guerra oppure no, che abbia fatto bene o meno. Egli potrà dire la sua, a torto o a ragione, tornando civile, sperando che sia capace di sagge valutazioni e che sia in buona fede.
  Così ci sono due specie di militari. Quelli che vivono male la guerra e in fondo non sono soldati, perché la ritengono intollerabile, e quelli che l'accettano e possono trarne profitto morale e spirituale. Ai numerosi casi di personaggi stimati nel mondo ma ingiusti, come un Heminway (che si permise di giustificare la diserzione), un Remarque, un Barbusse, fa felice risconto una schiera di combattenti e di eroi indiscutibili, che testimoniarono il valore e l'accettazione del sacrificio proprio e altrui (D'annunzio, Giosuè  Borsi,  Arturo Marpicati, Filippo Corridoni, Paolo Caccia Dominioni e tanti altri, tra i quali Nino Badano).
  Di quest'ultimo, di cui ho parlato in questa rubrica a proposito della sua attiva fedeltà al Deposito della Fede e contro il Concilio Vaticano II, sono riuscito a leggere le sue memorie Ritorno in A.O. pubblicate nel 1938, in una edizione del 1994. Si tratta di un ritorno nella memoria, che ripercorre le tappe dell'esperienza di tenente nella Campagna di Abissinia del 1935-36.
  Qualcuno avrà da criticarmi per aver impostato un articolo con delle conclusioni apodittiche, che avrebbero dovuto figurare alla fine. Ma ho voluto premettere tali affermazioni, purtroppo oggetto di contestazione o di dubbi, in quanto superiori ad una individuale, per quanto eccellente, loro conferma.
  Il giornalista Nino Badano era stato incarcerato e inviato al confino per aver mosso una severa critica al Duce. Giova riportare un suo breve curriculum da lui stesso redatto: "Avevo 23 anni quando ho cominciato. Dirigevo il settimanale della Gioventù Cattolica delle diciassette diocesi piemontesi. La prova direttoriale non è durata molto perché una mia telefonata da casa ad un amico, telefonata nella quale commentavo troppo vivacemente un'esortazione di Mussolini a 'odiare', mi ha portato prima in carcere; poi, dopo una traversata in manette dell'Italia tra due carabinieri, al confino in Calabria. Ero da poco tornato a casa dal confino quando sono stato richiamato, con tutta la mia classe, come ufficiale per la guerra di Etiopia. Al ritorno, radiato dall'albo dei giornalisti, non potevo scrivere che nelle terze pagine di qualche giornale coraggioso, come l'Avvenire d'Italia di Manzini, e sulle riviste letterarie più tolleranti, a cominciare dal glorioso Frontespizio, dove ho incontrato amici indimenticabili. come Bargellini, Lisi, Betocchi, Giordani, Fallacara, Bugiani, La Pira, Occhini, dell'Era, Soffici e altri, a Vita e Pensiero, a Maestrale di Adriano Grande, a Incontro di Vallecchi, a Meridiano di Roma, a Gioventù italica, a Pro-Familia, ecc. Poi è venuta l'altra guerra, che ho cominciato da richiamato sul fronte greco e ho finito nelle baracche di prigionia dei lager tedeschi. Il giornalismo vero e proprio ho potuto riprenderlo soltanto dopo: prima a Torino al Popolo Nuovo, poi a Roma al Quotidiano, che ho diretto per 14 anni, al Giornale d'Italia che ho diretto per tre e poi sul Tempo dove sono stato per oltre venti anni fondista".
   In una sua prefazione a Ritorno in A.O., Giano Accame osserva che "il ventisettenne Badano (1911-1990)" era stato "fondatore e direttore di un fortunato settimanale cattolico per bambini, Il Vittorioso, e nel 1935 aveva pubblicato già un libro su Giosué Borsi nella collana dell'A.V.E. dedicata a figure di cattolici segnalatisi per meriti patriottici: scritto in Eritrea sotto la tenda, uscì mentre lui entrava ad Adua con il suo reparto di esploratori". "Scopo della collana era rivendicare i titoli nazionali dei cattolici in un periodo di rapporti difficili tra la Giac e il regine. Titoli a cui Badano [...] contribuì di persona guadagnandosi in Africa Orientale una proposta di medaglia di bronzo al valor militare".
  Il diario di soste, esplorazioni, battaglie, attraverso traversie d'ogni sorta e pause quasi idilliache dall'Eritrea al cuore dell'Etiopia, ha un'intonazione nostalgica da capo a fondo, c'è un rimpianto d'una vita felice,  mai venata di amarezze e recriminazioni. Per giunta egli usa sovente il "noi", accennando all'armonia che regnava nel reparto, specie tra gli ufficiali; né degli altri corpi dell'esercito risultano colpe e deficienze, anzi troviamo diversi apprezzamenti. Soltanto verso i traffici mercantili incontrati durante le operazioni belliche si nota un certo distacco del narratore.
  "Giornate di marcia faticosa, di avanguardia rischiosa, di combattimento, non sembrano più nostre tanto sono lontane, e paiono impossibili tanto sono belle!" (pag.25-26). "Prima notte solenne della nostra avventura; ancora non sapevamo quanto fosse bella: bisognava vederla finita, passata, come oggi. Allora non avevamo che gioia e impazienza di vedere, di consumare il tempo" (pag. 32). "Banchetto di Pasqua! Primo giorno d'Africa e di marcia, indimenticabile giorno della nostra giocondità!" (pag. 40). I commilitoni: "Sono una folla: una grande folla, di anonimi, di cari compagni, senza difetti, senza scortesie. Ce me sono in tutti i paesi visti, in tutti gli ambienti toccati, in tutte le circostanze vissute" (pag. 42). "Ma ciò che si è dimenticato non importa; è bello anche così. Bello anzi aver smarrito qualcosa: anche tanto, anche il più. È ciò che è rimasto soltanto nostro, e sempre per noi!" (pag. 44). "Bastava un cenno per intendersi, un'occhiata per spiegarsi, perché la nostra vita era una sola, comune, ed era bella proprio per quella unità" (pag. 55). "Dopo averla spiata per mesi dalle alture della vecchia Eritrea, dietro il baluardo pauroso di queste montagne valicate; dopo averla nominata per mezz'anno con il desiderio nel cuore e con un'ansia lieve nella voce, ecco ora in tre giorni l'avevamo raggiunta; potevamo uscire dalla tenda a contemplarla. Adua era nostra e l'avevamo presa noi" (pag, 81). "Non pareva vero di tornare al fronte. E s'arrivava col volto mascherato di polvere, e cogli abiti coperti di terra: non si riconosceva né grado, né reggimento. Presentarsi al colonnello così, per dirgli 'tutto bene' era una soddisfazione; poi a vederlo contento e compassionevole, si filava via allegri" (pag. 89). "Che cosa importa aver lo zaino pesante, se la terra che si marcia è tutta conquistata, se le valli che si percorrono mai nessuno le ha finora vedute, e le bellezze che i nostri occhi godono, sono vergini e incontaminate dal giorno che il pensiero di Dio le ha formate?" (pag. 129). "Verso sera quelli del genio captavano il giornale radio e le lo portavano su a mensa; alla nostra mensa di pietre, sotto l'acacia grande delle mitraglie nemiche [...] Dall'altra parte andavano avanti, avanti e nessuno li poteva fermare: noi sempre fermi; si era metà contenti e metà invidiosi: ma non c'era nulla da fare" (pag. 141). Il ritorno a guerra finita: "Ripassavamo in un giorno le tappe fatte in lunghe settimane di marcia. Era la nostra prima delusione, sentire meno vasta quella terra conquistata" (pag. 151). "Si tornava ad essere soldati con le giberne vuote, con la canna del fucile da tener lucida, con le scarpe da tener pulite, con il posto da mantenere in ordine. Eravamo di nuovo soldati del tempo di pace. Ecco ciò che avevamo perduto in quel furioso ritorno, tutto d'un colpo, precipitosamente: la nostra bella vita di guerra" (pag. 153).


Piero Nicola

domenica 22 gennaio 2017

A CHI GIOVA IL COMUNISMO? (di Emilio Biagini)

La rivista di propaganda alleata del tempo di guerra Il Mese (n. 21, settembre 1945, pp. 310-319) riportava, condensato da The Saturday Evening Post di Filadelfia, un importante articolo delleconomista americano P.F. Drucker, dal titolo Stipendi e paghe nellURSS, che contiene informazioni interessanti e attendibili, dato che lindirizzo della rivista era ovviamente quello di elevare peana ai paesi vincitori, oltre che di insultare quelli sconfitti e imbottirli di menzogne.
Nel paradiso dei lavoratori il divario di paghe e stipendi fra dirigenti e operai era molto più forte che negli USA, e addirittura ancora più forte di quanto non fosse nella Russia zarista. Negli anni antecedenti alla seconda guerra mondiale un operaio sovietico lavorante a catena [di montaggio, si spera] era pagato 125 rubli al mese (circa 50 dollari), ossia 1500 rubli allanno, ma i dirigenti sovietici dellazienda (direttore, ingegnere capo, amministratore generale, direttore di produzione) ricevevano fra i 24.000 e i 36.000 rubli annui se la produzione dellofficina era buona.
[Ossia se aveva raggiunto o superato le quote stabilite dal piano; se poi la merce prodotta serviva davvero, quella era unaltra questione. Una barzelletta corrente era che unazienda era stata premiata per aver superato di gran lunga le quote di produzione ma, andando a vedere cosa produceva, veniva fuori che fabbricava cartelli con la scritta Non funziona.]
Nello stesso periodo di tempo un operaio americano non qualificato riceveva in media 1200 dollari lanno e il suo direttore dofficina o ingegnere capo era pagato fra i 10.000 e i 15.000 dollari. Ciò significa che i tecnici dirigenti nelle industrie guadagnavano nellURSS da quindici a venti volte quanto era pagato a un lavoratore non qualificato e negli Stati Uniti da otto a dieci volte tanto. La differenza di salario tra un dirigente tecnico e un operaio era il doppio nellURSS rispetto agli USA. In tale paese le imposte sul reddito gravavano assai sul bilancio di un dirigente industriale: su un introito di 15.000 dollari limposta poteva essere del 30%.
NellURSS i dirigenti di officine o erano esenti da tasse o ne erano colpiti assai leggermente: laliquota più alta era del 10% e la maggior parte dei direttori e degli ingegneri industriali non la pagava; infatti era raro che un cittadino sovietico potesse occupare un incarico direttivo se non aveva meritato almeno una delle molte decorazioni e onorificenze esistenti, ognuna delle quali comportava esenzione parziale o totale dalle tasse.
Si aggiunga che, più ancora dello stipendio, contava il fatto che i proventi di un dirigente industriale sovietico consisteva in premi in denaro e ricompense in beni e servizi, spesso di tale valore che nessuna somma in denaro avrebbe potuto procurarli in un paese di così scarse disponibilità; poteva ad esempio ricevere una casa appositamente costruita, e i sui figli godevano di un monopolio pressoché totale dellaccesso allistruzione superiore.
Privilegi analoghi e talora ancora maggiori potevano toccare ai dirigenti statali, ai più eminenti professionisti e agli artisti. Già nel 1938 oltre metà degli studenti universitari era composta da figli di dirigenti industriali o statali e meno del 10% proveniva da aziende agricole, benché gli agricoltori costituissero ancora oltre il 50% della popolazione sovietica. Nel 1940 erano state introdotte tasse scolastiche per le università, allo scopo dichiarato di sbarrare la strada ai ceti operai perché i loro figli non accedano a professioni da colletti bianchi.
Dopo lattacco tedesco allURSS il divario si accrebbe ulteriormente: un dirigente industriale che nel 1938 guadagnava 1.500 rubli al mese, nel 1945 ne guadagnava 10.000 o più, e riceveva premi in denaro ancora più sostanziosi, i Premi Stalin di 50.000, 100.000, 150.000 rubli. Al contrario, i divari salariali negli USA si erano ridotti per i forti aumenti agli operai. Sebbene il denaro in URSS contasse poco, essendovi poco o nulla da comprare, questi confronti sono altamente significativi.
Essi infatti svelano la vera natura dellideologia comunista. Ecco perché la cosiddetta rivoluzione di ottobre non fu affatto un movimento operaio, ma un colpo di stato militare; ecco perché, durante la guerra civile, come testimonia anche Boris Pasternak ne Il dottor Zivago, gli operai parteggiarono per i bianchi o addirittura si arruolarono negli eserciti bianchi, mentre i proprietari di aziende sostennero i rossi: per loro si prospettava infatti la possibilità di scambiare il rischio imprenditoriale con la più tranquilla posizione di funzionari statali aventi lunica preoccupazione di consegnare le quantità di prodotto richieste dai piani.
I privilegi della Nomenklatura, così efficacemente descritti da M.S. Voslensky (1984, Nomenklatura: la classe dominante in Unione Sovietica, Milano, Longanesi, 2ª ed., trad. d. tedesco) nei paesi afflitti dal comunismo iniziano dunque fin dai primordi del dominio degli sciagurati rivoluzionari di professione. Questo dunque è sempre stato il comunismo: un comodo sistema di occupazione di posti privilegiati e di sfruttamento ai danni dei più deboli da parte di una scaltra e spietata banda di parassiti di regime.
A questo precisamente aspiravano anche i rivoluzionari nostrani, gli striscianti blateratori dei salotti buoni e delle televisioni okkupate e avvelenate, i kani da guardia delle kase editrici blindate, i mirakolati improvvisamente konvertiti dal fascismo al verbo komunista, i kapò della kontestazione sessantottarda, tutti quelli che hanno intossikato lItalia e continuano a intossikarla. È sempre la stessa identica storia, perché il diavolo è monotono.

EMILIO BIAGINI

Lo stato contro natura: Sodomia democratica e progressiva

Due persone dello stesso sesso costituiscono un'unione civile mediante dichiarazione di fronte all'ufficiale di stato civile.
 Monica Cirinnà


 Esaltato e incensato dal pensiero esclusivo, in circolazione instancabile nel raffinato, profumato e sontuoso salotto radical chic, il vizio contro natura irrompe nella società gongolando e squillando in forza della legge che ha il nome, venerato dagli urologi, di Monica Cirinnà.
 La legale promozione dei vizi del basso ventre ha recente, virtuosa e gloriosa origine dalla resistenza all'etica tradizionale e dal rifiuto della normalità, giudicata quale bieca espressione di un oscuro passato medievale, ultimamente compromesso con la sotterranea, vergognosa criminalità clerico - fascista.
 Rovesciata (dalla defezione degli impauriti benpensanti) nella minoranza impavida, ostinatamente refrattaria all'estrema pratica democratica e progressiva, il silenziato e ghettizzata popolo della resistenza alla sodomia, non può far altro che indossare mutande di robusta, sospetta e quasi reazionaria latta. E tentare di sottrarre i bambini a una scuola inquinata dal viscido delirio dei sodomiti politicanti.
 Uscito dal ghetto il capovolto piacere, è incensato e onorato da una democrazia delirante e truffaldina. La legislazione viziosa ha lontano principio dalla rassegnazione di un personaggio del teatro aristofaneo, il quale, atterrito dall'estensione minacciosa della folla pederastica gridò - “tenete il mio mantello, gente di culo rotto, che io fra voi diserto”.
 Il disperato delirio di un antico commediografo greco diventa la parola d'ordine del partito regressista, in corsa festosa tra le righe crepuscolari di una democrazia vaselinosa, che il compianto, preveggente professore Gianni Collu definiva aperta in tutte le direzioni del vizio.
 L'Europa neopagana è percossa da crisi e tormentata da sciagure variamente colorate. Naturalmente nessuno osa parlare di castighi di Dio. La modernità ha censurato la religione. La democrazia è una macchina che premia le minoranze festanti nel salotto dei pervertiti.
 D'altra parte la lingua del santo clero è impastata dal perdonismo e dal buonismo. In altre parole: la teologia è sotto lo schiaffo dei nichilisti filosofanti. Le lettere di Santa Caterina al papa sono aggiornate dagli applauditi appelli di Emma Bonino all'ecumenico papa argentino.
 La memoria degli insulti piovuti sul cardinale Giuseppe Siri, che aveva osato affermarne l'esistenza dei castighi di Dio, d'altra parte, impone al santo clero un cauto e pavido silenzio. Di conseguenza la funzione di prevenire le sciagure è sottratta alla preghiera dei fedeli e affidata alle esercitazioni della protezione civile.
 Se non che si diffonde l'ostinato, invincibile sospetto che la sciagure che affliggono la gongolante allegria nazionale (ed europea) siano conseguenze del disordine promosso da poteri scesi in guerra contro il pudore del pensiero e contro l'onestà della vita.


Piero Vassallo

venerdì 20 gennaio 2017

Il pianeta sull’orlo di una crisi di nervi (recensione di Francesco Maj)

La recente fatica letteraria della coppia Emilio e Maria Antonietta Biagini (Gaia. Il pianeta sull’orlo di una crisi di nervi, Tabula fati, Chieti, 2016) si aggiunge alle numerose pubblicazioni già prodotte controcorrente e che hanno come bersaglio evidentissimo tanti idoli del nostro tempo e i loro devotissimi adoratori.
Come non ricordare, per limitarci alle pubblicazioni più recenti, le gustosissime “Satire Clericali” con tante ombre vagamente ecclesiastiche che recitano “pezzi di giornali”, ripetono slogan molto buonisti… dove manca qualsiasi rispetto della verità e non v’è cenno della propria identità? Degni di molta attenzione restano anche libri come “Saccenti ed altri serpenti”, “La pioggia di fuoco”, “Labirinto oscuro”, ecc., che da vari anni  fanno la loro periodica comparsa, incuranti della reticenza e del silenzio di chi dovrebbe difendere i valori fondamentali e invece… lascia correre o, peggio, rema contro.
Sono testi in cui l’autore entra a spada tratta con grande libertà di denuncia, e senza sottintesi fa emergere vigliaccherie e chiari tradimenti…
Bisognerebbe proprio che venissero messi in scena!
Divertirebbero anche un largo pubblico di indifferenti, irriterebbero alcuni saccenti e forse farebbero riflettere… anche tante mosche cocchiere”!
L’ultimo prodotto di cui sono a conoscenza della dinamica coppia è GAIA… Il titolo promette un po’ tutto quello che la madre-terra può dire e soprattutto quanto ne dicono gli inquilini… chiamati sul palco ad accusare, a difendersi dai tentativi e dalle molte chiacchiere dell’“homo sapiens”. Si tratta di creature inanimate come il Vulcano, il Cielo stellato, gli Asteroidi, il Mare, le Nuvole che commentano le varie idiozie con cui l’uomo li accosta e li utilizza e talvolta li idolatra.
Soprattutto però il dialogo a più voci si fa contemporaneamente divertente, ironico e amaro quando parlano le ranocchie, i topi, i panda, gli aironi, le poiane, gli squali, le iene, gli avvoltoi, pinguini e zanzare…
Davanti al lettore si snodano quadretti più o meno lunghi, talora brevissimi, sovente accompagnati da un Io-vociante.
Troveranno un regista coraggioso che li presenta in qualche scena televisiva?
Se però si dovesse scegliere un “pezzo” da rappresentare veramente con tanto di apparato non si potrebbe assolutamente escludere le pagine dove sono di scena la Scimmie dai pittoreschi nome come Orango, Gibbone, De Gorillis… con vari altri animali chiamati in causa: il Picchio, la Bertuccia… Ci si trova nell’aula di un vero tribunale con tanto di apparato giudiziario dove le scene si succedono solennemente secondo le procedure canoniche… I vari personaggi si avvicendano con accuse e precisazioni, e le “dimostrazioni” dell’area evoluzionista vengono in definitiva vagliate e sottoposte a un duro esame da parte degli animali chiamati in causa…
“Indiscussi” venerati personaggi come Darwin e il suo mastino Huxley… sono sottoposti a domande imbarazzanti e all’implacabile logica del pubblico ministero Orango. Ne emerge una conclusione ben martellata dall’autore: ci possono essere state modifiche lentamente verificatesi, adattamenti dentro la stessa specie… ma la derivazione di una specie dall’altra resta indimostrata…
Soprattutto il “mistero umano” con la conoscenza del bene del male, con le doti artistiche che lo caratterizzano… non si lascia minimamente dedurre da una organizzazione sia pure complessa di molecole. Nel dibattito fa capolino anche una parola famosa: il caso… Nonostante i mirabolanti tentativi escogitati per farne il protagonista adatto a spiegare certe trasformazioni e il funzionamento dei vari organi… resta un puro vocabolo di origine molto chiara: non sapendo come un fatto sia avvenuto o avvenga, ci si abbandona a uno sbalorditivo atto di fede mascherato da una parola!
Interessanti spunti di ricerca storica sono offerti dagli accenni:
-                     alle relazioni fra Darwin e Huxley e i progetti del Club X (a cui lo scienziato non partecipava, anche perché non invitato!),
-                     al passaggio dal Darwin credente al suo finale agnosticismo,
-                     alla utilizzazione che vari atei hanno tentato di fare delle idee di Darwin, ecc.
Che dire in definitiva sulla questione dibattuta?
I vari colpi d scena che si succedono negli interventi portano lo spettatore non del tutto digiuno ad alcune conclusioni più volte e in molte forme proposte:
-                     lo scienziato si muove sul piano del dove, del quando, del quanto e del come e le sue conclusioni… non sono mai definitive. Quante “scoperte” che parevano definitive sono state smentite!
-                     lo scienziato nulla può dire sul perché di quanto avviene,
-                     lo scienziato non decide del bene e del male…
La tecnologia offre all’uomo mezzi, ma non gli insegna come usarli…
Sempre sulla questione calorosamente dibattuta nel tribunale… non sembra inutile precisare (e l’autore certamente lo sa!) che molti credenti pur seguendo Darwin lo correggono su un punto decisivo: parlano di Dio che guida l’evoluzione
Se si assiste, pensano, alla disposizione di varie lettere dell’alfabeto in parole, che a loro volta compongono una proposizione e questa si inserisce in un discorso, è troppo evidente che è all’opera un Autore! A questa conclusione si è avvicinato lo stesso Darwin…

Io confesso che mi pare il più alto assurdo possibile supporre che l’occhio sia stato formato, per mezzo di selezione naturale, con tutte le sue inimitabili disposizioni ad aggiustare il suo fuoco alle varie distanze, ad ammettere diverse quantità di luce e a correggere l’aberrazione sferica e cromatica.
(Prima edizione italiana de L’origine delle specie, 1864)
E la sua perplessità è del tutto ragionevole… Mentre sconcertante è quanto scrive in un secondo tempo…

L’occhio mi fa venire ancora oggi un brivido freddo ma… la ragione mi dice che dovrei superare questo brivido.
(in una lettera di qualche anno dopo…)

A quale tipo di “ragione” si appellava questo secondo Darwin?
Concludendo…
Non si sfugge al desiderio di augurare alla coppia che ci ha offerto GAIA di procedere perché il dibattito resta sempre aperto e il tentativo di ridurre tutto il reale a una organizzazione di particelle dai nomi sempre più strani… certamente continuerà finché dura l’uomo. E occorre chi smaschera camuffamenti e conclusioni ingiustificate anche se presentate in paludamenti scientifici e con cipiglio accademico e… ironizzando e calpestando la famosissima “ragione”!

FRANCESCO MAJ
Istituto Salesiano “Valsalice”, Torino