giovedì 22 settembre 2016

La parodia buonista della carità cristiana

Secondo gli ideologi ultra moderni, angelici sono i suggeritori delle paure associate all'incremento della popolazione mondiale e i trombettieri degli appelli angosciosi finalizzati al rovesciamento dell'etica cristiana nei paradossali e fallimentari progetti onusiani.
Vito Emilio Centanaro


Venerata e incensata dai promotori onusiani della perfetta e assoluta democrazia, in pia circolazione nelle algide, stecchite e ultime trincee della modernità, ecco la mostruosa confusione di maschile e femminile, ossia una incandescente/delirante soluzione, esposta in lingua svedese, del problema posto agli europei dal temuto (ma immaginario) sviluppo demografico.
Risultati della flessione demografica, in atto nel paese guida dell'Occidente malthusiano e pederastico, è un continuo calo delle nascite, un deficit compensato dall'applaudito sbarco di masse migratorie, attirate dal vuoto in continua espansione e oscuro progresso.
Ora i pensatori flesciati dalla cultura denatalista sono apprendisti stregoni, incapaci di riconoscere il profilo selvaggio e la teologica aggressività, che caratterizzano quell'ingente frazione dei migranti, che è mossa dall'avversione della natura al vuoto demografico e attirata dal vuoto spirituale e dallo stordimento mentale, stati d'animo che sollecitano i governi dell'Europa a propiziare ed attirare i protagonisti di un conflittuale e rissoso meticciato.
All'inarrestabile massa dei migranti è associata, in larga misura, una inquietante e allarmante presenza di islamici, quasi eredi degli antichi invasori, che, in altri tempi, gli eroi cristiani hanno combattuto e vinto, dopo averne accertato l'irriducibilità e la strutturale empietà.
Incauti buonisti di scuola laica e/o clericale, dimentichi della chiara lezione impartita dalla storia medievale e dai suoi esiti ora felici (gli islamici respinti) ora drammatici (gli islamici invincibili e inamovibili), diffondono, imperterriti, l'illusione intorno alla possibilità di addomesticare, gettare ponti e integrare felicemente la quota giornaliera degli islamici sbarcanti.
Il buonismo di conio pseudo ecumenico – visibile nell'affrettato e incauto viaggio di Jorge Mario Bergoglio a Lampedusa  esercita una pressione talmente forte da indurre le soavi (e distratte) autorità religiose (e al seguito le istituzioni laiche), al rispetto e/o alla baciante venerazione del libro del falso profeta Maometto.
Di qui il rovesciamento della teologia nell'avventizio, ecumenico altruismo, che predica il capovolgimento o l'archiviazione del principio prima caritas incipit a seipso.
L'abbaglio buonista è azzerante a tal punto da esercitare una attrazione capace di persuadere l'autorità cattolica a invitare esponenti islamici alle celebrazioni di Assisi, programmate per onorare la memoria di Francesco, un santo missionario, che ha rischiato la propria vita tentando di ottenere la conversione degli infedeli.
Intanto un'incauta autorità politica, assordata dallo scoppio dei mortaretti buonisti e incoraggiata dall'assenza di un destra decente, comanda alla marina militare di prestare ai migranti un'assistenza assidua, intesa a far risparmiare agli islamici la spesa necessaria all'acquisto di natanti sicuri.


E' in tal modo attinta la conclusione della farsa ideologica e (purtroppo) teologica (bergogliana) finalizzata all'importazione e alla venerante/ubriacante delibazione del delirio islamico, esportato dalle patrie dell'arretratezza spirituale e mentale.

Piero Vassallo

SI VOGLIONO REGGERE SULLA FALSITÀ (di Piero Nicola)

Per negare che si fallisca adoprando il falso, bisognerebbe negare la civile decadenza che progressivamente attanaglia almeno l'Occidente, bisognerebbe disconoscere l'evidenza e che l'Occidente si fondi sulla falsità. La storica rovina dei costumi, quella famosa dissoluzione delle civiltà, quella parabola discendente che nella Storia vide le sconfitte dei popoli rammolliti e il sorgere sopra di essi di nuove ere e di nuove parabole, è cosa innegabile. E quanta parte vi abbia avuto l'illusione e la menzogna è pure dimostrabile. Il vigore nasce e cresce nel coraggio del vero, nell'uso dell'autentico.
  Dopo la Seconda Guerra Mondiale - che per vincerla obbligò i vincitori a raddrizzare la spina dorsale democratica - il seguito delle mistificazioni costituì un andamento costante, un crescendo incredibile. L'abuso della libertà-oppio dei popoli ebbe un ruolo preminente.
  Da noi, si cominciò con artifici ideologici, comunisti, socialisti, liberali: l'uguaglianza umana impossibile, il negato valore del sacrificio. Seguirono il libero mercato, l'autodeterminazione individuale e l'efficienza delle coscienze, l'innocuità delle seduzioni, ecc. Parallelamente si falsificò la storia e la realtà.
  Si è creduto che detenere i mezzi della propaganda mantenesse un potere valevole, che governare un mondo corrotto, un vasto mondo, eliminasse i barbari alle porte e garantisse un equilibrio, esteso nell'ottenimento delle società multietniche e della globalizzazione. Il futuro dirà la fine del disegno. Ma la tendenza della corruzione dice che si finirà di male in peggio, senza un'inversione di rotta.
  Certo è che l'oppio americano ha funzionato. La dissoluzione procede senza intoppi. Si credono le cose più inverosimili. È forse da presumere che un capo di stato ormai sperimentato, impegnato in una guerra nazionale sanguinosa, dalla quale dipendono le proprie sorti e quelle della patria, sia uno stupido che si dà la zappa sui piedi screditandosi, attirandosi la condanna per crimini umanitari, quando il commetterli non è affatto necessario? Nossignori! Simile comportamento è pazzesco, ed è certo che quel capo di stato dai pieni poteri sia sano di mente.
  Eppure da lungo tempo i mezzi d'informazione e presidenti di grandi paesi, alti esponenti delle Nazioni Unite, organizzazioni umanitarie, e chi più me ha più ne metta, denunciano criminali, ripetuti bombardamenti sui civili inermi, sugli ospedali, sui convogli che portano cibo e medicine a una popolazione ferita, stremata dalle privazioni e in procinto di morire di inedia. Il tutto: opera di Assad.
  Oh, si badi, i telegiornali riferiscono che i russi (la difesa del governo siriano vale ormai meno di un fico secco) hanno contestato e protestato. Ma la notizia è presentata in modo tale - priva d'un minimo resoconto degli argomenti e dei fatti addotti da Mosca - che serve a screditare ancor più la sottintesa malintenzionata Grande potenza e il suo protetto.
  Durerà? Non durerà? Un Trump porterà la correzione? In ogni caso, se continua così, è soltanto autodistruzione.


Piero Nicola

venerdì 16 settembre 2016

Ciampi cordoglio umano, non politico

Il puntuale giudizio dell'onorevole Matteo Salvini su Carlo Azeglio Ciampi - “fu un traditore, ha svenduto la moneta e il futuro dell'Italia” - ha turbato, commosso e sdegnato i politicanti, gli storici, i giornalisti democratici e i loro lettori, che – in altra sede – hanno approvato e applaudito la diffamazione dei defunti, che militarono nel partito dei cattolici e/o nei movimenti della destra moderata. Ferdinando Tambroni e Arturo Michelini, ad esempio.
 Ora il rispetto cristiano che si deve alla laica e bancaria salma di Ciampi non è sufficiente a risolvere le contraddizioni, che incombono sulla storia del presidente non credente di una repubblica nobilitata dalla religione cattolica. E obbliga a prendere le distanze dallo sdegno laico e democratico, suscitato dal duro ma non falso giudizio di Salvini.
 (Non si capisce peraltro l'indignazione per l'offesa ai defunti, passione fiammante nel cuore di politicanti attivi in una repubblica profetizzata dai calci democratici e progressivi, sferrati, a piazzale Loreto, contro le salme di Benito Mussolini e di Claretta Petacci).
 Al proposito di democrazia non si può dimenticare che, nel 1993, la autorevole rivista Famiglia cristiana pubblicò un articolo, in cui si affermava e dimostrava l'appartenenza di Azeglio Ciampi all'infame (e anti-italiana) setta massonica.
 Militante nel disgraziato partito d'azione, Ciampi fu, infatti, discepolo di Guido Calogero, il magister laicista, ostinatamente impegnato nella avversione culturale alla fede cattolica, professata dalla maggioranza degli italiani.
 Il doveroso cordoglio non è sufficiente a nascondere l'infelice profilo politico e culturale di Azeglio Ciampi, profilo che è disegnato in alcuni atti della sua trionfale carriera politica: nell'accettazione della tessera di socio onorario del Pci, che gli fu offerta dall'ossequioso Massimo D'Alema, dal voto di fiducia al disastroso governo di Romano Prodi, dall'entusiastica adesione al progetto di rovesciare la lira nell'infernale macchina dell'euro. La moneta che ha prodotto la povertà degli italiani non protetti dagli scudi della politica politicante.


Piero Vassallo

sabato 10 settembre 2016

Il californiano vento del vizio contro natura

Durante il secolo sterminato, i due sommi protagonisti della rivolta europea contro la fede cattolica e la ragione naturale, il filo nazista Martin Heidegger e il paracomunista Jean Paul Sartre, furono (almeno...) indenni da cedimenti fisici e teoretici al vizio contro natura. 
 Il filo nazista Heidegger intrattenne un rapporto rovente e tempestoso con una giovane allieva ebrea, Hanna Ahrendt, che lo tenne lontano dal problema sodomitico, in allegra circolazione nella Germania, intontita ma non preservata dal suono delle maschie e magiche trombe hitlero-wagneriane.
 Instancabile seduttore, Sartre manifestò, in alcune squillanti pagine dei suoi romanzi e dei suoi racconti brevi, un rovente disprezzo nei confronti dei sodomiti, identificati – addirittura - con i reazionari e i complici degli invasori nazisti. 
 (Per inciso: è lecito immaginare lo sconcerto e la pena procurati alle appassionate lettrici demo-esistenziali, ad esempio all'onorevole Monica Cirinnà, dalla furia antisodomitica in corsa beffarda – quasi fascista en travesti – nelle venerate pagine dal magister della sinistra perpetua, Sartre. Pagine nelle quali l'autorevole e incensato maestro della sinistra eterna e irriducibile, rovescia e schizza l'ombra di un dileggio velenoso su quelle idee libertine, che saranno accolte trionfalmente nel pantheon della setta progressista).
 Autore della tagliente e quasi volgare definizione delle comunelle pederastiche - “massonerie da pisciatoio” - Sartre, nella romanzata trilogia auto incensatoria, Il cammino della libertà, attribuì ai circoli sodomitici la colpevole approvazione e l'aperto sostegno alle idee professate dagli invasori nazisti.
  Quasi obliando la persecuzione e il feroce concentramento nazista degli omosessuali, Sartre spinge la sua avversione al vizio contro natura fino al punto di accostarlo alla morale dell'odiato nemico tedesco.
 Nel racconto Infanzia di un capo, Sartre tenta addirittura di dimostrare che l'atto contro natura è il rito di iniziazione alla cultura della destra. 
 In una squillante pagina della trilogia Il cammino della libertà Sartre sostiene che l'iniziazione dei   francesi alla setta filo nazista avviene in un vespasiano consacrato.
 L'esistenzialismo ateo di Sartre rifiuta e capovolge i princìpi della filosofia perenne e della morale tradizionale, ammette l'aborto e l'eliminazione del nemico fascista (nell'ultimo capitolo della trilogia Le chemin de la liberté, rappresenta se stesso in figura di fuciliere/giustiziere) e tuttavia scende di malavoglia (forse per un taciuto pudore) in quel perfetto odio contro la vita, che l'arcobaleno ateista attinge nella ripugnante notte dei sodomiti.
 Il fatto è che la sinistra disprezzava la sodomia, giudicato (non senza ragione) vizio della borghesia smidollata. Nel settembre del 1949, fu esemplare l'espulsione dal Pci di Pier Paolo Pasolini, accusato di infami atti pederastici.
 La giustificazione filosofica della sodomia è invece entrata in scena nel fatico 1968, promossa da un noto e illustre praticante, l'incensato filosofo francofortese/californiano Herbert Marcuse.
 A monte dei sodomiti filosofanti oltre e perfino contro Sartre, regna l'invincibile delirio marcusiano, secondo cui il principio di non  contraddizione è il fondamento dell'orrido fascismo. Sentenza in cui il fascismo è associato alla calunniata, censurata  e proibita resistenza alla corruzione avanzante sotto l'usbergo della illogicità e della follia propriamente detta.
 Il motore della corsa in direzione di un'anarchia morale sapientemente progettata dai poteri forti ed attuata dai politicanti deboli (ad esempio gli iscritti alla obbediente classe Cirinnà) è l'avversione furente alla religione cristiana.
 Al proposito è doveroso rammentare il giudizio di Sartre, nel quale palpita il cuore dell'Occidente anticristiano: “L'assenza di Dio è più grande e più divina di Dio”.
 Ora è evidente che l'attacco sartriano alla religione cattolica incoraggia e quasi giustifica il disprezzo, che gli islamici nutrono contro la declinante civiltà europea.
 Un delirio scaccia l'altro. Di conseguenza è lecito sostenere che il vizio californiano, figura ultima dell'Occidente laico e progressivo, è lo strumento di un masochismo umanitario, che invoca - provoca –  l'immigrazione islamica, incursione selvaggia di giustizieri tenebrosi e di terroristi implacabili. 



Piero Vassallo

venerdì 9 settembre 2016

SULLA DEFINIZIONE DEL “NEMICO”, NEL RAPPORTO “AMICO-NEMICO” – CRITICA DELLA “DISCUSSIONE” (DEL “DIALOGO”) QUALE UNICA FORMA VALIDA DI AZIONE POLITICA (E RELIGIOSA). Carl Schmitt, Donoso Cortés e il Vaticano II. (di Paolo Pasqualucci)

Riprendo un passo da Il concetto del Politico, del 1932, un’opera fondamentale della filosofia politica contemporanea.  Ciò va detto anche se, allo stesso modo del sottoscritto, non si condivide il concetto (solo) decisionista  della sovranità elaborato dallo Schmitt (“Sovrano è chi decide dello stato d’eccezione”), delucidando questo concetto solo un aspetto del potere sovrano.  Ma Schmitt ha indubbiamente colto un elemento essenziale della realtà politica nel rapporto di “amico-nemico”, ricco di complesse articolazioni nonostante la sua struttura dualistica, e comunque concetto che libera il campo da molte ambiguità.

“I concetti di amico e nemico devono essere presi nel loro significato concreto, esistenziale, non come metafore o simboli; essi non devono essere mescolati e affievoliti da concezioni economiche, morali e di altro tipo, e meno che mai vanno intesi in senso individualistico-privato, come espressione psicologica di sentimenti e tendenze private.  Non sono contrapposizioni normative o “puramente spirituali”.  Il liberalismo ha cercato di risolvere, in un dilemma per esso tipico […] di spirito ed economia, il nemico in concorrente, dal punto di vista commerciale, e in un avversario di discussione, dal punto di vista spirituale.  In campo economico non vi sono nemici, ma solo concorrenti; in un mondo completamente moralizzato ed eticizzato solo avversari di discussione. 
Qui non viene assolutamente in questione il problema se si ritenga riprovevole oppure no o se si consideri un retaggio atavico di tempi barbarici il fatto che i popoli continuano a raggrupparsi in base al criterio di amico e nemico, né rileva che si speri che tale distinzione possa un giorno essere abolita dalla terra, oppure che si pensi che sia buono e giusto fingere, per scopi pedagogici, che non vi sono più nemici.  Qui non si tratta di finzioni e di normatività ma solo della plausibilità e della possibilità reale della nostra distinzione.  Si può condividere o meno quelle speranze e quelle tendenze pedagogiche; non si può comunque ragionevolmente negare che i popoli si raggruppano in base alla contrapposizione di amico e nemico e che quest’ultima ancor oggi sussiste realmente come possibilità concreta per ogni popolo dotato di esistenza politica”[1].
Va messa in rilievo la critica a quest’aspetto del liberalismo.  Forte della sua concezione ottimistica dell’uomo, il liberalismo non vuol vedere nemici nell’ambito commerciale ma solo concorrenti, anche se talvolta “i concorrenti” si comportano come nemici spietati tra di loro.  E crede il liberalismo classico nella possibilità di limitare l’ostilità derivante dallo scontro delle idee e degli interessi mediante il rispetto dell’avversario e la discussione razionale dalla quale la verità dovrebbe sempre emergere (come se fossimo in un dialogo platonico, con Socrate sempre maieuta del vero metafisico).
Osservo che non si deve accusare tale concezione di ipocrisia quanto piuttosto di utopismo, derivante dall’errata convinzione che nell’essere umano non vi siano tendenze al male, passioni e istinti indomabili, che troppo spesso prevaricano sulle pur esistenti sue tendenze al bene (il dogma del peccato originale postula un indebolimento grave della natura umana non una sua totale corruzione).  La convinzione che i “nemici” si debba tentare di trasformarli in “concorrenti” sul piano economico o in “controparte di una più ampia discussione” su quello spirituale (e quindi sia politico che religioso), corrisponde indubbiamente ad una nobile esigenza, quella di civilizzare al massimo i rapporti tra gli uomini, cercando di disciplinarne gli istinti in primo luogo mediante una elaborazione razionale e condivisa dei principi che devono regolare i loro contrasti, sì da sottrarli per quanto possibile all’uso della forza.      
Tuttavia, se l’eliminazione della categoria del “nemico” è entro ristretti limiti possibile in campo economico e culturale, non lo è più quando si viene alla politica e alla stessa economia in senso stretto e, vorrei dire, forte. E tantomeno lo è quando si viene alla religione.
L’astrattezza dell’impostazione liberale in relazione all’effettiva realtà politica, Schmitt la coglie utilizzando una penetrante affermazione di Donoso Cortés sui limiti della classe borghese.
Lodando la capacità di intuizione di Donoso “nelle materie spirituali”, Schmitt ricorda “la sua [di Donoso] definizione della borghesia come “clasa discutidora” e la consapevolezza che la sua religione consiste nella libertà di parola e di stampa.  Non voglio prendere ciò come l’ultima parola sull’intera questione, ma solo l’aperçu piú incisivo sul liberalismo occidentale.  Davanti al sistema di un Condorcet, ad esempio […] si può ancora realmente credere che l’ideale della vita politica consista nel fatto che non solo la corporazione legislativa ma l’intera popolazione discuta, che la società umana si trasforma in un immenso club e che in tal modo la verità sorga da sé sola, attraverso la votazione.  Per Donoso ciò rappresenta solo un metodo per sottrarsi alla responsabilità e attribuire alla libertà di parola e di stampa un’importanza gonfiata al di là di ogni misura, per modo che, alla fine, non vi sia più bisogno di decidere.  Come il liberalismo, in ogni occasione politica, discute e transige, così esso potrebbe risolvere in una discussione anche la verità metafisica.  La sua essenza consiste nel trattare, cioè in una irresolutezza fondata sull’attesa, con la speranza che la contrapposizione definitiva, la sanguinosa battaglia decisiva possa essere trasformata in un dibattito parlamentare e possa cosí venir sospesa per mezzo di una discussione eterna”[2].
I diplomatici sogliono dire, empiricamente: “finché si negozia, non ci si spara addosso”.  Giusto.  La guerra dovrebbe essere sempre l’ultima ratio.  Ma quando ti sparano addosso e non vogliono discutere con te, che fai?  Continui a “discutere”, a “dialogare”, come se i proiettili fossero confetti?  I terroristi musulmani ci minacciano di continuo e ci ammazzano appena possono, vogliono piegarci con il terrore e noi gli rispondiamo invitandoli a discutere, negoziare, a praticare il (supposto) “vero islam”, che sarebbe una “religione di pace”?  E quando popoli interi ti invadono in modo sempre più massiccio, sbattendoti in faccia che è un loro diritto [?] venir qui a stabilirsi, e a spese nostre [!], anche qui ci mettiamo a discutere e a negoziare?  Veramente, le nostre autorità non discutono affatto, senza fiatare se li prendono in carico e li traghettano a migliaia la settimana nel nostro disgraziato Paese.  Qui siamo oltre l’utopia liberale del “dialogo”, siamo alla pura e semplice resa senza condizioni.

Tornando a Schmitt e alla critica della borghesia “classe che discute” e altro non fa, apparentemente.  Non si limitava certamente a discutere, la borghesia di un tempo, picchiava pure e duramente.  Però è vero che in quell’ideologia di origine borghese che è il liberalismo c’è indubbiamente l’idealizzazione della discussione razionale, la convinzione utopica di riuscire ad addomesticare i rapporti di forza e le passioni mediante una “discussione”, un continuo e aperto dibattito che impedisca alla fine l’esplodere di conflitti sanguinosi. Anche in politica, come se una decisione parlamentare possedesse come tale questa capacità.  Sullo sfondo di questa convinzione alita una fede eccessiva nella ragione umana, l’idea che “la verità sorga da sé sola, attraverso la votazione” ovvero grazie al parere di una maggioranza (in teoria) colta e preparata, che ha sviscerato tutti i problemi in lunghe analisi e discussioni.
Non si tratta di abolire i parlamenti ma di ricondurli ad una dimensione più realistica, tenendo conto dei limiti effettivi della natura umana, dell’esistenza di nemici reali, individui e popoli che vogliono distruggerci o comunque sottometterci.  Nel liberalismo, c’era e c’è questo difetto di impostazione, ben individuato da Donoso e poi da Schmitt, difetto che favorisce un’errata nozione del  v e r o.  Come se per l’appunto la verità si potesse sempre ricavare dalla pubblica discussione su di essa, magari anche per ciò che riguarda le verità metafisiche.  Alla fine la verità verrebbe in tal modo consegnata alla decisione della maggioranza, il che è manifestamente assurdo, anche se non si può escludere a priori che la maggioranza possa arrivarci (per esempio nella politica o nei tribunali, decidendo in modo giusto od equo in relazione al caso concreto). 

La cosa grave è che tale concezione della v e r i t à, accettabile solo per ciò che riguarda le verità parziali e limitate  dell’azione politica immediata o di una sentenza; tale concezione è stata in sostanza adottata dalla Gerarchia della Chiesa cattolica, con il Concilio Vaticano II, cosa impensabile al tempo nel quale Schmitt scriveva, per non parlare di Donoso, vissuto all’epoca di Pio IX. 
Infatti, in certi testi del Concilio la verità morale (il cui fondamento è sempre religioso) è presentata come ricerca della coscienza da effettuarsi in comune con tutti gli uomini di buona volontà, quale che sia la loro religione.  Come se, per il cattolico, non esistessero verità rivelate da Dio e insegnate per duemila anni dalla Chiesa, costituenti il fondamento assoluto della religione e della morale, le quali in nessun modo possono risultare da una ricerca “in comune” con tutti gli altri uomini, per quanto di buona volontà, tra l’altro come se i cattolici ancora non le possedessero!  Esse costituiscono l’immutabile Deposito della Fede, vanno messe in pratica nella propria vita e difese dalle credenze professate da tutti gli altri uomini, dai non cristiani, anzi dai non cattolici.  
In tal modo l’utopia liberale, anzi l’errore liberale è penetrato (con la mediazione dell’Esistenzialismo e del suo relativismo etico) nella pastorale della Chiesa, all’interno di un elogio della “coscienza morale” apparentemente ortodosso.  Questo il passo incriminato:  “Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità numerosi problemi morali, che sorgono tanto nella vita privata quanto in quella sociale” (costituzione pastorale Gaudium et Spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, art. 16).   Qui la verità è intesa come “ricerca della verità in comune con tutti gli altri uomini”, ovviamente nel “dialogo”, edizione ammodernata della “discussione” di cui all’ideale liberale criticato da Donoso e da Schmitt. 
Quest’idea della “verità come ricerca” appare anche nell’art. 8 della Dei Verbum, dove si afferma addirittura che “la Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio”, come se la Rivelazione, secondo quanto sempre professato nei secoli, non si fosse conclusa con la morte dell’ultimo Apostolo.  Mi chiedo se una frase del genere non possa ritenersi manifestamente eretica.
La Chiesa cattolica attuale, per bocca della sua Gerarchia, “dialoga” con tutti perché è evidentemente immersa nella ricerca della verità, la cui “pienezza” ancora non possederebbe [sic], allo stesso modo dei fedeli tutti, “i cristiani, che si uniscono agli altri uomini per cercare la verità al fine di risolvere secondo verità i problemi morali che si presentano nella prassi”.   Ma come sarà possibile arrivare ad una verità “comune” ed anzi ad una verità che sia veramente tale, servendosi di siffatta “ricerca”? 
Tranquilli, spiega il Vaticano II,  la verità si impone sempre per la sua forza interiore.  E questo è certamente esatto, osservo, dal momento che il v e r o si distingue per la sua intrinseca evidenza.  Però non si impone sempre, a causa di questa stessa evidenza.  L’autoevidenza che la verità pur di per sé possiede non basta affinché essa si imponga come tale a tutti:  si imporrà a qualcuno ma non a tutti ed anzi spesso non si impone affatto.  Se così non fosse, non si capirebbe perché molti fra gli ebrei che al tempo assistettero ai miracoli di Nostro Signore non abbiano voluto credere in Lui.
 Utopistico appare dunque il seguente concetto, espresso dal Concilio a proposito della forza persuasiva della verità:  “E tutti gli esseri umani sono tenuti a cercare la verità, specialmente in ciò che concerne Dio e la sua Chiesa, e sono tenuti ad aderire alla verità man mano che la conoscono e a rimanerle fedeli.  Il sacro Concilio professa pure che questi doveri attingono e vincolano la coscienza degli uomini, e che la verità non si impone che per la forza della verità stessa, la quale si diffonde nelle menti soavemente e insieme con vigore” (Dichiarazione Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa, art. 1).
Non dico che il concetto qui affermato sia falso.  Dico che è parziale, insufficiente e con tendenza a sfociare nell’utopia.  È vero che la verità si impone per la sua intrinseca forza ma non solo per questo motivo.  Le verità di fede, ad esempio, con i loro profondi misteri, possiamo crederle senza l’aiuto determinante della Grazia?  No.  E allora non possiamo dire che le verità rivelate si impongano a noi solo per la loro intrinseca evidenza.  Deve subentrare un elemento sovrannaturale, la cui effettiva dinamica necessariamente ci sfugge e cui crediamo  per fede , fede a sua volta basata sulla Rivelazione.     
E come sarà possibile far scaturire una verità che si imponga “soavemente e con vigore” a tutti grazie alla ricerca “in comune” di cui al citato articolo 16 GS?

L’applicazione stessa di questo criterio di ricerca “in comune” del vero, dimostra la falsità del criterio stesso (“Dai loro frutti li conoscerete”, Mt 7, 16).  La verità sul matrimonio, tanto per fare un esempio, “il cristiano” da quale ricerca in comune l’avrà ricavata: da una ricerca con chi ammette le “unioni civili”, il matrimonio solo civile, il divorzio, e adesso anche il “matrimonio” omosessuale; o il ripudio, la poligamia, il matrimonio temporaneo?  E a cosa sono approdati, clero e fedeli, in questa “ricerca della verità” nel “dialogo” con tutto il resto del mondo sui problemi morali (religiosi, filosofici, politici) se non alla dissoluzione della loro stessa verità e fede, come si evince dagli ultimi documenti episcopali e papali sull’istituto del matrimonio, pieni di eresie ed errori nella fede?
Parafrasando Donoso possiamo dire che la Chiesa attuale è afflitta da una “Jerarquía discutidora”, il cui continuo, nefasto, sconnesso “dialogare” sta portando all’ autoannientamento del Cattolicesimo.

Paolo  Pasqualucci




[1] Carl Schmitt, Il concetto di ‘Politico’, in ID.,  Le categorie del ‘Politico’, tr. it. di saggi di teoria politica a cura di G. Miglio e P. Schiera, Il Mulino, Bologna, 1972, pp. 87-183; pp. 110-111.
[2] Op. cit., pp. 82-3.  Si tratta del saggio:  La filosofia dello Stato della Controrivoluzione (De Maistre, Bonald, Donoso Cortés), in ID., Teologia politica, in Le categorie del ‘Politico’, cit., pp. 75-86.

giovedì 8 settembre 2016

Moderno e antimoderno nella tragedia tedesca

“Il tomismo può e deve dimostrare come, dalla priorità fondamentale che compete all'essere sul pensiero,   la ragione è sempre in grado di muoversi nel reale     secondo l'apertura delle sue possibilità, così da riportare al fondamento della vita dello spirito le vie inesauribili che l'uomo tenta senza posa.
                                                                                                                       Cornelio Fabro

 E' arduo e forse impossibile risalire alla vera causa della spaventosa tragedia, che si è consumata nella Germania del xx secolo, senza prestare attenzione al furore ateista, soggiacente al criminoso e tenebroso antisemitismo professato dai nazionalsocialisti. 
 L'antisemitismo tedesco, infatti, era segnato da una invincibile avversione al Dio dell'Antico e del Nuovo Testamento, un odio che ispirava il folle progetto di stravolgere la fede cristiana, riducendola a cieco strumento della incubosa  egemonia tedesca in Europa.
 Al fine di confutare il c. d. cristianesimo tedesco, Pio XI, il 14 marzo del 1937, pubblicò l'enciclica Mit brennender Sorge, un documento che accusava i nazionalsocialisti “di intraprendere il folle tentativo di imprigionare nei limiti di un solo popolo, nella ristrettezza etnica, di una sola nazione, Dio, Creatore del mondo, Re e Legislatore dei popoli, davanti alla grandezza del quale le nazioni sono piccole come gocce in un catino d'acqua”. 
 L'antisemitismo, in definitiva, era una “pia” maschera dell'ateismo strisciante (più o meno occultamente) nella Germania, teatro del calamitoso pensiero moderno, circolante da Lutero a Heidegger e da Hegel a Goebbels.
 Vero è che l'avversione agli ebrei contemplava alcune curiose e oscure eccezioni, ad esempio l'impunità e la tranquillità garantita ai filosofi ebrei, al lavoro in continuità con l'ateismo filosofante professato dagli eredi tedeschi di Kant e di Hegel.
 Esemplare, al proposito, è la vicenda di Edmund Husserl (1859-1938) un famoso filosofo ateo, la cui fedeltà alla recente tradizione tedesca (ovvero alla mitologia ateista, strisciante nella fenomenologia) fu apprezzata e apertamente lodata dai redattori del giornale delle Schutz-Staffeln.
 Ora la puntuale confutazione della filosofia di Husserl è opera di una sua geniale e dissenziente allieva, Santa Edith Stein (1891-1942), la filosofa che,  convertitasi alla vera fede, si fece  monaca carmelitana, prima di essere deportata e assassinata nel campo di concentramento di Auschwitz.
 All'opera della geniale Santa e Martire è dedicata la puntuale opera di Cornelio Fabro, “Edith Stein tra Husserl e Tommaso d'Aquino”, edita a cura di Giovanni Covino e Antonio Livi e distribuita nel corrente anno, dalla Casa editrice Leonardo da Vinci, attiva in Roma.
 A proposito della conversione della filosofa e santa martire Edith Stein, Cornelio Fabro ha scritto: “la Stein, per salvare la sua fede e i suoi fondamenti religiosi e filosofici ha compiuto il suo parricidio di denunziare l'ateismo di fondo del metodo moderno d'immanenza e in particolare dell'idealismo del suo maestro Husserl, con un esempio insigne – si dica pure eroico – di fedeltà alla propria scelta cristiana”.    
 Di seguito, Fabro ha rammentato il puntuale argomento in forza del quale Santa Edith avviò la confutazione dell'ateismo di Martin Heidegger: “mediante l'unica accentuazione della caducità dell'esistenza, dell'oscurità che la precede e la segue, della preoccupazione, si esige  [Heidegger esige] una concezione pessimistica, anzi nichilistica e così l'orientamene dell'Essere assoluto col quale la nostra fede sta, è sepolto”.
 La Stein, tuttavia, non riuscì ad attuare l'onesta intenzione di superare, in via definitiva il soggettivismo, che che ha origine nella radice del pensiero moderno, da Cartesio a Husserl fino a Heidegger.
 Al proposito l'autorevole Antonio Livi sostiene che “il metodo fenomenologico non può prescindere dalla centralità assoluta del soggetto, mentre il realismo conferisce centralità assoluta all'esistenza delle cose: quelle cose che il soggetto pensante può intenzionare e quindi rendere oggetto, divenendo così capace di prendere coscienza di sé come soggetto”.
 Per i pensatori di scuola fenomenologica, Santa Edith inclusa, “il soggetto funge da fondamento epistemologico, senza il quale non avrebbe senso parlare di oggetti (fenomeni) e, conseguentemente, non avrebbe senso parlare di verità/falsità come valore intrinseco del pensiero”.
 Di seguito Fabro ha affermato che le conseguenza dell'approccio imperfetto alla realtà “di chi, come la Stein, è rimasto sostanzialmente fedele alle premesse metodologiche di Husserl, sono certamente apprezzabili per le intenzioni sinceramente costruttive che le motivano, ma non reggono all'esame della coerenza aletica: la loro giustificazione epistemica è debolissima, in quanto compromessa in partenza dalla scelta metodologica di mettere tra parentesi l'esistenza del mondo”.
 In ultima analisi è da respingere la tentazione di rammentare la santità dell'autrice per  sostenere la verità delle deboli tesi filosofiche che ella ha formulato allontanandosi insufficientemente dalla lezione di Husserl.
 Hanno dunque la ragione il grande Fabro e al suo seguito il sagace Livi, quando affermano il parziale fallimento del tentativo, compiuto dalla Stein, di accordare le verità del tomismo con concetti desunti dall'opera di Husserl.
 D'altra parte è doveroso riconoscere che Edith Stein – a differenza di disinvolto  Karl Rahner – non ha permesso che l'ombra degli errori (peraltro correggibili facilmente) alterasse la santità vissuta fino al supremo sacrificio.
 In conclusione è lecito affermare che, confutando le sottili suggestioni della filosofia husserliana, Fabro ha portato a termine l'opera di Santa Edith, attuando il progetto inteso ad elevare un argine idoneo ad impedire o almeno a contrastare impavidamente l'accesso, nella teologia post conciliare, degli errori, che sono diffusi dalle furenti scorrerie dei seminatori di decrepite superstizioni e fatue modernizzazioni nelle menti deboli  dei novatori e dei loro sfortunati allievi.   


Il libro che è qui presentato si raccomanda ai lettori che aspirano a una conoscenza atta a dissolvere i fumi emanati dalla nuova teologia. L'opera può essere richiesta alla segreteria della Casa editrice Leonardo da Vinci www.editriceleonardo.it. Il prezzo del volume è 20 euro.

Piero Vassallo 

mercoledì 7 settembre 2016

AGLI ESTIMATORI DEL GOVERNO

Considerate la vostra scemenza:
vi riduceste a viver come bruchi
per servir Renzi e la sua pestilenza.

Dante 2016

lunedì 15 agosto 2016

Metamorfosi del femminismo, dal nudismo sessantottino all'incappucciamento islamico

Il Signore, come giusto giudice, se punisce spesso i peccati dei privati soltanto dopo la morte, tuttavia colpisce talora i governanti e le nazioni stesse in questa vita per le loro ingiustizie, come la storia ci insegna.
 Pio XII

 Le erinni protestatarie, che sfilavano impettite (ma eterodirette) intorno al torrido sessantotto, le mani disgiunte e alzate a significare il democratico diritto all'aborto, hanno ultimamente fatto propria la apparente antitesi del collaudato/attempato furore uterino: la passione islamica in rivolta fanatica contro la Tradizione cattolica e contro la civiltà occidentale.
 Delirio squisitamente maschilista, la superstizione maomettana, purtroppo, non ha risparmiato le discendenti e le eredi del femminismo urlante (in dialetto californiano e/o in lingua modernista e quasi neo papista) nella coda della consunta escandescenza rivoluzionaria.
 Il lato inquietante/allarmante della evoluzione femminista è visibile quando si pone mente alla convergenza dell'ideologia libertaria di stampo californiano, in corsa inarrestabile negli anni agitati dal tardo e anacronistico furore delle ribelli sessantottine, e la triste e incubosa superstizione islamica, finanziata dalle nazioni petrolifere del Medio Oriente e indirizzata al trionfo di una morale in cui la tetra severità è associata alla sfrenata poligamia.
 La violenta impennata di una tenera cultura sentimentale (si è tentati di dire uterina) parodia della solidarietà, concepita in alto loco per debilitare e corrompere l'Occidente ecumenico, incoraggia e quasi giustifica i fedeli della sgangherata/furente teologia, elucubrata dall'impostore Maometto per adeptare gli occidentali avviliti dal radical-capitalismo e alterati/fulminati dal solipsismo progressista.
 Esempio luminoso e autorevole del transito delle reliquie sessantottine nella condivisione (si spera inconsapevole) dei progetti egemonici migranti, è il rovente pensiero solidale della presidenta Laura Boldrini.
 Boldrini a parte, la mentalità e la tradizione dei popoli europei sono (sarebbero) strutturalmente incompatibili e refrattarie alla rozza teologia di Maometto.
 Purtroppo irresponsabili alleati degli islamici sono i promotori della rivoluzione laicista, i posseduti dal delirio ecumenico e gli attori dell'inversione sessuale, i tre scandalosi fattori della decadenza occidentale, in cui l'immaginazione islamica contempla un provvidenziale incentivo alla (non) santa guerra.
 Si scatena una selvaggia aggressione, che trova casuali alleati negli occidentali ben pensanti, scandalizzati e offesi dal potere esercitato dalle cosche pornografiche e dalle amicizie sodomitiche.
 La fragilità mentale e la corruzione della maggioranza si rovescia, invece, nella femminea parodia della misericordia e nella piagnucolosa tendenza ad accogliere una folla di presunte vittime ovvero supplici intesi a devastare e a capovolgere la civiltà cristiana.
 Inquinata dall'emozione delle mutanti femministe (e dei maschi effeminati), la misericordia si capovolge in un sentimento rugiadoso e bi-sex, che attribuisce agli invasori islamici lo statuto competente alle vittime incolpevoli di autentiche tragedie.

 Il tenace, categorico rifiuto opposto alla maternità dalle femministe estreme perfeziona il malinconico quadro delle facilitazioni concesse ai devastatori della Cristianità.

Piero Vassallo

giovedì 11 agosto 2016

La gaia guerra dei culocrati

Benedetti da acque laiche e pie, in uscita spurgante da intrepidi, autorevoli e alluvionali aspersori, i gay, un tempo detti sodomiti e/o viziosi contro natura, oggi sono venerati e incensati dalle autorità politiche e religiose.
 La persecuzione patita nei campi di concentramento eleva i sodomiti alla dignità dei martiri del nazismo e mette a tacere il qualunque critico del vizio contro natura.
 Tolta la maschera progressista e strappato l'ultimo indumento del pudore, i gay scendono in campo per combattere, squittendo e sculettando, la festosa/mistica guerra intitolata alla diade Eros e Tanatos.
 Finalmente democrazia fa rima con culocrazia. Affacciate ai balconi del castello politicante, intrepide femminucce sventolano fazzoletti e lanciano urletti d'approvazione progressiva. Il fascismo (per fortuna dei fascisti) non passerà sotto le loro vigilanti finestre.
 L'alto squillo di una canzone castrante accompagna in direzione del  vespasiano democratico il popolo indottrinato e iniziato dai sapienti californiani.
 Alleati dei sodomiti, i demo-malthusiani, comete volanti nell'universo mortifero e cinerario dell'Occidente laico e democratico, accelerano la corsa della popolazione italiana in direzione dello spopolamento.
 Se non che la natura odia il vuoto: gli italiani, castrati dall'antifascismo e fulminati dal cattoprogressismo, devono rassegnarsi a ripiegare mestamente  sulla fecondità diffusa dai rimpiazzi islamici, in continuo, inarrestabile arrivo dall'ex mare nostrum.
 L'Italia sta ricadendo in quel medioevo barbarico da cui è uscita a costo di guerre feroci contro gli invasori islamici. La memoria storica conferma (se fosse ancora necessario) la sua perfetta (popolare e gerarchica) inutilità. Onde la baldoria ecumenica, gli incauti/insensati baci papali/duali sul libro della falsa profezia maomettana e gli inviti agli imam ad assistere alla Messa cattolica. Inviti che si spera (almeno) dettati dall'ignoranza del truce disprezzo che gli islamici nutrono nel confronti di Nostro Signore Gesù Cristo.
 Lo sbarco degli immigrarti è l'alto e amaro prezzo che gli italiani, prolifici, sterili, abortisti o sodomiti, devono pagare ai devastanti effetti dei piaceri e dei costumi libertini diffusi dalla innaturale ideologia sessantottina.
 In teoria, rimane possibile compiere la scelta ragionevole del minore tra i mali inevitabili che sono diffusi dalle potenti agenzie del delirio atlantico.
 Il governo italiano, ove non fosse accecato e paralizzato dalla parodia argentina (buonista) dell'ecumenismo, potrebbe infatti fare propri i criteri di selezione suggeriti dagli antropologi che giudicano indesiderabili e ad ogni modo non assimilabili gli immigrati di fede islamica. Una lezione che gli europei stanno ricevendo a caro prezzo.
 Impassibili, i progressisti, la loro resistenza all'aggressione islamica la stabiliscono nel vespasiano umanitario, un edificio elevato dalla furia anti  cristiana.
 Ora l'ostacolo all'immigrazione islamica è costituito dall'universalismo pederastico, ovvero dalla comunità vivente sotto la spietata minaccia della pseudo teologia di Maometto.


Piero Vassallo

mercoledì 10 agosto 2016

La ragione del revisionismo: Demistificare la patria della cuccagna buonista

 Lo svolgimento grottesco della campagna elettorale americana – quasi un rovesciamento della politica nel film “Totò, Peppino e la Malafemmina” - espone gli europei ad un estremo e fatale rischio, il rassicurante/disarmante potenziamento della castrante convinzione intorno alla inoffensiva e amichevole stupidità americana.
 Purtroppo la deliziosa, immagine che la politica americana offre di sé, contiene il velenoso ingrediente della simulata dabbenaggine, un galoppante cavallo di Troia, che fa entrare nei libri di storia e nell'immaginario cinematografico dei popoli europei, la mitologia intorno alla bonarietà appartenente, in sommo e pio grado, alla nazione atlantica, liberatrice e giusta per antonomasia.
 Abbagliati dalla cinematografia hollywoodiana e flesciati dalla chiacchiera degli iniziati ai misteri massonici, gli opinionisti europei e i loro lettori credono fermamente nella storica, perpetua e invincibile giustizia dei liberatori d'Oltre Oceano.
 Censurata l'imbarazzante memoria dei campi di concentramento, pensati e organizzati dal generale Dwight Eisenhower per rieducare incolpevoli prigionieri tedeschi esponendoli alle atroci intemperie, l'America si offre all'ammirazione degli europei quale faro della Bontà democratica, vincitrice della guerra contro la feroce barbarie dei tedeschi e dei giapponesi.
 L'enormità dei crimini commessi dai tedeschi e dai giapponesi non giustifica la vendetta cieca e sadica dei vincitori, ad esempio il bombardamento al fosforo su Dresda e i devastanti bombardamenti atomici del 7 e 9 agosto 1945 su Hiroshima e Nagasaki, aggressioni sterminatrici, compiute dagli anglo-americani (a guerra da loro già vinta) senza altro motivo che l'intenzione di mostrare i loro formidabili muscoli
 Purtroppo i bombardamenti scientifici sui giapponesi sono interpretati, da storici democratici, ignari del rischio del ridicolo, quali bisturi di una illuminata, chirurgica strategia, intesa ad evitare le mostruosità della guerra convenzionale.
 Solamente alcuni marginali refrattari osano rammentare che nell'estate del 1945 l'esercito giapponese era stremato e che gli americani potevano concludere vittoriosamente la guerra senza ricorrere all'uso delle mostruose bombe atomiche.
 Al proposito non è lecito dimenticare che lo sterminio dei civili giapponesi fu compiuto dagli americani al seguito di una ragione non onorevole: evitare il rischio di affrontare la disperata difesa dei soldati giapponesi.
 La storiografia al potere in Occidente ha origine dall'impunita dottrina, che giustifica il massacro dei civili al fine di evitare che i militari corrano il rischio contemplato nelle dure leggi di guerra.
 Sostenuta dalla propaganda buonista, la fede europea nella indeclinabile dignità della cuccagna americana causa l'emergenza del politicamente esangue e il trionfo di una storiografia in oscillazione perpetua tra il culto della vittoria atlantica e la felicità dei presunti beneficiari.
 Emerge, infine, l'albero di una cuccagna concepita dalla volontà di umiliare i sudditi del sogno americano.


Piero Vassallo