sabato 10 giugno 2017

Le ragioni dell'utopia forzanovista

Nella selva delle ombre politiche, proiettate sullo schermo del malessere dall'abbassamento della teologia vaticana, dalla corruzione liberale della borghesia e dalla fumosità culturale a destra del nulla, un'interessante (benché minoritaria e calunniata) eccezione è rappresentata dal movimento patriottico Forza Nuova, la vivace e disciplinata organizzazione anticonformista, costituita in Roma da Roberto Fiore e dal compianto Massimo Morsello.
La finalità del movimento, figura esemplare della destra oscurata dalla convergenza contro di essa dell'economia forcaiola e della politica di servizio, è la ragionevole e inflessibile difesa dei princìpi della tradizione cristiana, vivente in Italia, nonostante l'afflusso di denaro mitteleuropeo (massonico) nelle pingui casse delle scuole truffaldine, intitolate al cosmopolitismo, al nichilismo, all'usura e alla pederastia, astro luminoso dell'avvenire mondialista.
Fiore osa sfidare apertamente i guru e gli attori della cultura strozzina, oggi in devastante circolazione nelle società avvelenate dal denaro dei corruttori e agitate dal canonico, irriducibile entusiasmo degli utili idioti (laici e clericali).
La politica e l'economia degli italiani, infatti, sono appiattite sotto l'impellente e ruvido schiaffo dalle associazioni finanziarie costituite per opprimere e delinquere.
Si tratta di camarille (massonerie) costituite per impoverire e devastare i popoli refrattari alla superstizione neopagana, affidando il loro malessere a uomini politici aderenti alla figura che il comico Gilberto Govi definiva indossatori di braghe molle.
Al proposito si rammenta che il 16 settembre 1992, un sommo speculatore, il miliardario Georges Soros, attaccò la Banca della nostra economia, vendendo lire italiane allo scoperto, un'operazione acrobatica e spregiudicata, che costò alla Banca d'Italia (in ultima analisi agli italiani) la vertiginosa perdita di quarantotto miliardi di dollari.
Allarmato dalle continue aggressioni alla stabilità dell'economia nazionale, l'animoso movimento di Roberto Fiore ha costituito un intrepido argine a difesa dei princìpi dell'economia e della politica nazionale.
Forza Nuova, pertanto, dichiara l'adesione ai princìpi indeclinabili della trazione italiana: rifiuto della criminosa logica abortista, blocco dell'importazione di alieni, refrattari alla nostra tradizione e alla nostra storia, messa al bando delle società segrete, superamento dell'economia liberista, sradicamento del cancro usuriero, ripristino del Concordato dal 1929.
Le proposte di Forza Nuova indicano la soluzione dei problemi generati dalla suggestione festante nel sottosuolo, in cui hanno origine progressiva gli incubi, che comandano l'economia strozzina, impropriamente e sfacciatamente intitolata alla libertà.

Si spera pertanto che la critica forzanovista al pensiero impropriamente detto liberale diventi oggetto di riflessione e di aperto dibattito da parte della maggioranza degli italiani, che sono impoveriti e tormentati dall'economia strozzina, prima di essere assordati e tacitati dal vano fracasso sollevato dai partiti politici e dai quotidiani di servizio.

Piero Vassallo
  

venerdì 26 maggio 2017

Lo stato contro natura: Sodomia democratica e progressiva

Due persone dello stesso sesso costituiscono un'unione civile mediante dichiarazione di fronte all'ufficiale di stato civile”
Monica Cirinnà


Esaltato e incensato dal pensiero esclusivo, in circolazione tenace nel raffinato, profumato e sontuoso salotto radical chic, il vizio contro natura (e antifascista, ovviamente) irrompe nella società gongolando e squillando in forza della legge che ha il nome, venerato dagli urologi e incensato dagli uromani, di Monica Cirinnà.
La legale promozione dei vizi del basso ventre ha recente, virtuosa e gloriosa origine dalla resistenza all'etica tradizionale e dal rifiuto della normalità, giudicata quale bieca espressione di un oscuro passato medievale, ultimamente compromesso con la sotterranea, vergognosa criminalità clerico - fascista.
Debilitato (dalla defezione degli impauriti benpensanti) nella minoranza impavida, ostinatamente refrattaria all'estrema pratica democratica e progressiva, il silenziato e ghettizzata popolo della resistenza alla sodomia, non può far altro che indossare mutande di robusta, deprecata e quasi reazionaria latta. E tentare di sottrarre i bambini a una scuola inquinata dal viscido delirio dei sodomiti docenti.
Uscito dal ghetto il capovolto piacere, è incensato e onorato dagli esponenti di una democrazia vaselinosa, delirante e truffaldina.
La legislazione viziosa ha lontano e classico principio nella rassegnazione greca, dichiarata da un personaggio del teatro aristofaneo, il quale, atterrito e sconvolto dall'estensione incontenibile e minacciosa della folla pederastica, gridò: “tenete il mio mantello, gente di culo aperto, che io fra voi diserto”.
Il disperato delirio di un personaggio narrato dal grande commediografo greco, diventa la parola d'ordine del partito regressista, in corsa festosa tra le righe crepuscolari di una democrazia vaselinosa, che il compianto, preveggente professore Gianni Collu definiva aperta in tutte le direzioni del vizio.
L'Europa neopagana è percossa da crisi e tormentata da sciagure variamente colorate. Naturalmente nessuno osa parlare di castighi di Dio. La modernità ha censurato e capovolto la religione. Ultimamente la democrazia è una macchina che giustifica le minoranze festanti nel salotto dei pervertiti.
D'altra parte la lingua del santo clero è impastata dal perdonismo e dal buonismo. In altre parole: la teologia è sotto lo schiaffo dei viziosi. Le accorate lettere di Santa Caterina al papa sono aggiornate dagli applauditi e quasi venerati appelli indirizzata dall'abortista Emma Bonino all'ecumenico papa argentino.
La memoria degli insulti piovuti sull'intrepido cardinale Giuseppe Siri, che aveva osato affermarne l'esistenza dei castighi di Dio, d'altra parte, suggerisce al (non) santo clero un cauto e pavido silenzio. Di conseguenza la funzione di scongiurare i castighi di Dio è sottratta alla preghiera dei fedeli e affidata alle esercitazioni della protezione civile.


Se non che si diffonde l'ostinato, invincibile sospetto che la sciagure che affliggono la gongolante allegria nazionale (ed europea) siano conseguenze del disordine promosso da poteri scesi in guerra contro il pudore del pensiero e contro l'onestà della vita.

Piero Vassallo

sabato 13 maggio 2017

Il progetto di Tommaso Romano: Una destra d'ispirazione cristiana

Il presente testo è l'esito di una lunga e avvincente conversazione con Tommaso Romano, uno fra i più autorevoli e geniali interpreti della destra felicemente non compromessa con l'azzoppante/incapacitante disordine finiano, ossia testimone di un pensiero non devastato e non depistato dal delirio al galoppo nel vuoto mentale.
L'ingente opera di Tommaso Romano contiene, oltre la esatta misurazione del malessere gongolante nell'area destra, assordata dai megafoni del nulla, la ragione dell'obbligo di restaurare la fedeltà della politica ai princìpi del diritto naturale. Obbligo scioccamente disatteso dal disordine mentale al potere nella destra, durante l'infelice, sgangherata e sconquassante segreteria di Gianfranco Fini.
Alla cultura della destra nazionale (ridotta al lumicino da una gestione incoerente e dispersiva, quasi al limite della flatulenza urlante) incombe l'obbligo di affermare e diffondere la tradizione cattolica, la sola atta a contrastare il desolante malessere di stampo laicista e massonico.
La destra – secondo la cultura fedele alla indeclinabile tradizione – è l'antidoto al sistema della menzogna, che avvilisce e avvelena gli italiani e abbassa la politica nazionale al livello di un umiliante sedile offerto alle incubose, dirompenti natiche della cancelliera di Germania.
Il fondamento spirituale della vera destra è, infatti, la fedeltà a quella sapienza cristiana, irriducibile ai teutonici furori, sapienza che ha attribuito alla nazione italiana, luce del Medioevo e intralcio alla rivoluzione, un indeclinabile primato spirituale e civile.
Ora la cultura della destra italiana è strutturalmente cattolica, ossia, giusta la definizione di Francisco Elias de Tejada, fedele a una tradizione spirituale, refrattaria alle chimere modernizzanti, che volano – indisturbate – nei circoli (o pii circhi) disorientati e paralizzati dalla strutturale fragilità, ultimamente al potere nel Vaticano.
Il compito di una destra fedele al primato, che compete alla nobile tradizione nazionale, è dunque la netta separazione della strenua conformità ai princìpi cattolici dalla sterile e vana tentazione di imitare le teologiche, modernizzanti acrobazie, messe in scena dalla volubilità del clero affarista e politicante.
L'orizzonte della destra è la risoluta confutazione degli errori generati dalla fantasticheria contemplante una nebbiogena confusione tra progresso temporale e progresso intellettuale.
Di qui la tenace e intelligente fedeltà di Tommaso Romano, in questo degno erede e continuatore dell'opera di De Tejada, oltre che testimone di un cattolicesimo immune dalle tentazioni al compromesso, voglie circolanti e scivolanti nei nudi e talora osceni corridoi del potere clericale.
L'attività culturale e politica svolta fedelmente da Tommaso Romano, infatti, percorre, con acuta e disciplinata intelligenza, una via divergente dal conformismo, fanfara che avvilisce e tormenta i margini e le cupole della Chiesa post-conciliare.

Da tale azione discende l'autorità, che ha fatto avanzare il pensatore ed editore Tommaso Romano nella prima e prestigiosa fila del cattolicesimo immune e refrattario ai suoni sgradevoli, prodotti delle trombe squillanti nei teatri occupati dalla disgustosa cagnara prodotta dai modernisti.

Piero Vassallo
 

mercoledì 10 maggio 2017

Il cammino bancario della democrazia: dalla pallacorda alla corda strozzina

Allons enfants. Le borse gongolano. Gli speculatori esultano. La insanguinata corda della rivoluzione giacobina è ripulita e nobilitata dall'uso bancario.
Il salotto buono squittisce. I giornalisti di servizio al gettone applaudono a scena aperta. Maurizio Ferrara sostiene invece che stiamo contemplando (si spera senza rimpianti) le “macerie del novecento”. Si è tentati di sostenere che assistiamo al tramonto della illuminata modernità.
Nella nazione madre della chimera democratica e progressiva, il candidato europeista alla presidenza della repubblica, Emmanuel Macron, rappresenta, senza il ritegno del pudore, il progetto post rivoluzionario e ultra moderno, ossia la conferma della rovinosa chimera, che fa oscillare la politica occidentale tra la fortuna degli usurai e il celebrato paradosso formulato dal cantante di Poggio Bustone, Lucio Battisti: guidare a fari spenti nella notte.
In fondo alla notte totale già si profila l'alba tragica, che illumina il rovesciamento del permissivismo e del buonismo nella sventura islamica.
Ectoplasma della ideologia finanziaria, propriamente detta rivoluzione dello strozzo francese, il gongolante Macron gode dell'approvazione e del sostegno dei poteri anticristiani e anti popolari, insediati nelle fumose officine degli speculatori, nelle logge degli iniziati ai misteri del sottosuolo e nelle banche, luoghi sacri al delirio e tempietti, nei quali si produce la depressione dell'economia, lo scialo dell'onesto benessere delle famiglie, l'avvilimento e il capovolgimento delle virtù civiche, la depravazione della letteratura e l'eclissi del pensiero filosofico .
In vista del decisivo ballottaggio la vela laica e democratica di Macron, è gonfiata dai sospiri e dalle irose flatulenze dei conformisti, offesi e allarmati dal senso comune interpretato da Marion Le Pen, ostinata navigatrice nella controcorrente, che si oppone al nichilismo.
I filosofi al seguito di Cacasenno sono in allarme. L'inno dei marsigliesi squillanti si rovescia e si capovolge, infatti, nei gridolini dei pederasti in giustificata apprensione e nei gargarismi dei giornalisti a libro paga degli insaziabili usurai.
I miliardi di George Soros pesano sul giornalismo e sulla teologia debole, tuttavia non conquistano il cuore dei cristiani, rattristati e avviliti, non domati e non trascinati dall'alta e pia pusillanimità dei loro pastori.
Incalzata e stordita dalle grida dei giornalisti progressivi, una stretta maggioranza di elettori è, infine, persuasa e conquistata dalle autorevoli flatulenze, che squillano nelle cancellerie europee – specie in quella occupata dalla rumorosa domatrice germanica - e nelle piste del radical chic.
L'Europa ufficiale vorrebbe calpestare, avvelenare il diritto naturale e silenziare la fede cristiana, le radici che mantengono in vita le patrie irreali. Se non che la ribellione della destra francese costituisce un imprevisto ostacolo, detestato non abbattuto dai furenti sacerdoti del libertinismo.
Il voto francese rivela l'insofferenza e la refrattarietà della vasta parte del popolo, che è ancora fedele all'idea della nazione primogenita della Cristianità. Il totalitarismo della dissoluzione incontro un ostacolo imprevisto nella patria della moderna rivoluzione. L'avanzata della cultura postribolare patisce il morso casalingo della refrattarietà. Diminuisce la lontananza dal giorno propizio al capovolgimento dell'allucinazione giacobina.


Piero Vassallo

venerdì 5 maggio 2017

LA GRAVE INSUFFICIENZA DEI 4 CARDINALI DUBBIOSI (di Piero Nicola)

Il dovere dei cardinali e, in loro difetto, di ogni altro membro della Chiesa, è quello di difendere la Verità contro errori ed eresie. Anche ammettendo che un documento importante (Amoris Laetitia) avente la pretesa d'appartenere al magistero universale (sottoscritto da Bergoglio), fosse soltanto ambiguo, ovvero potesse essere interpretabile in senso ortodosso, la voluta mancanza di una debita risposta da parte dell'autore pone ipso facto quest'ultimo nell'eresia, nella perdita dell'autorità, nell'usurpazione. Infatti si tratta di aver leso gravemente alcuni dogmi (il vigore della Legge di Dio, ammettendo la coscienza quale giudice della colpa o dell'innocenza individuale, la relativizzazione del Sacramento del Matrimonio, del peccato di sodomia, della condanna del pubblico peccatore e dello scandalo). Dunque i quattro porporati, che avevano richiesto la spiegazione, non potevano esimersi dall'andare sino in fondo.
  Sicché la questione finisce qui.
  Ma occorre considerare l'opera di presunti tutori della Verità, i quali approvano e condividono l'operato di quei cardinali che hanno domandato chiarimenti a Bergoglio in merito ad Amoris Laetitia, senza aver tratto le ineludibili conseguenze dal mancato responso.
  In Fidesetratio - Sito ufficiale dell'associazione Fides et Ratio di Mons. Antonio Livi -  compare un'intervista fatta il 18 nov. 2916 al monsignore da Benedetta Frigerio per La nuova Bussola Quotidiana..
  In una prima risposta, l'effetto del sinodo che ha fatto capo all'esortazione conclusiva "è stato quello di un tremendo 'disorientamento pastorale'", con l'episcopato "irrimediabilmente diviso sulle questioni più importanti riguardanti il dogma e la morale della Chiesa, e anche sull'autorità del Papa". Però "il disorientamento  [...] non è prodotto direttamente dai lavori del Sinodo né dalla Amoris Laetitia, ma dal modo con cui l'opinione pubblica cattolica è stata informata [...] Lo scopo, il valore e i risultati dei lavori sinodali - ivi compresa l'esortazione post-sinodale scritta dal Papa - non sono stati apprezzati sufficientemente dai fedeli, frastornati [...] purtroppo anche dalle interpretazioni faziose che ne hanno dato vescovi, sia progressisti sia conservatori".
  Piacerebbe sapere quali vescovi conservatori abbiano dato "interpretazione faziose", ossia eccessive.
  "Per questo motivo mi rallegro assai e benedico Iddio per l'intervento pubblico dei quattro cardinali, i quali si collocano al di sopra delle diatribe ideologiche e mirano soltanto a ri-orientare i fedeli cattolici e a salvaguardare l'unità della Chiesa".
  Quest'ultimo passo conferma come quelle eminenze non si siano veramente opposte all'errore e intendano mantenere l'unità di quella che non è più la Chiesa, ma una pseudo-chiesa che propaga l'eresia.
  È mai possibile lodare la richiesta (disattesa) di lumi su cruciali punti di dottrina, ritenendo che i quesiti avanzati siano suscettibili di "ri-orientare" i fedeli e di mantenere "l'unità della Chiesa"? No di certo. L'errore va rimosso da colui al quale spetta di rimuoverlo, altrimenti dev'essere condannato.
  Il teologo Livi, interrogato, affronta l'oggetto della "diatriba": oziosa, in quanto si tratta di un oggetto improponibile perché, di per sé, contravviene al dettato divino, che in proposito fu per sempre chiaro e definitivo.
  Egli dice che i problemi gravi contenuti nel capitolo ottavo del documento incriminato "sono la fedeltà alla Tradizione della Chiesa in materie davvero fondamentali, come sono i sacramenti della Nuova legge: il Battesimo, il Matrimonio, la Penitenza [Confessione], l'Eucaristia [...] Il Papa parla della dottrina come di qualcosa di statico e di formalistico che, all'atto pratico, deve essere messo da parte. Il documento tradisce una mentalità erroneamente 'pastorale', che in realtà è la sudditanza psicologica alla falsa teologia del progressismo storicistico, per cui la Chiesa dovrebbe cambiare la verità rivelata da Dio per assecondare le presunte esigenze del cosiddetto 'mondo moderno'".
  Egregio teologo, possiamo toglierci da ogni incertezza! Gli provvedimenti eretici a tale riguardo, gli ultimi sedicenti papi li hanno pressi a iosa. Giovanni XXIII col pelagianesimo di encicliche e atti che ponevano la vasta possibilità per non cattolici di fare il bene salvifico, quanto meno il bene sociale sufficiente. I suoi successori, con il laicismo del diritto alla libertà religiosa e della separazione dello Stato dalla Chiesa nondimeno negli Stati cattolici, che è la detronizzazione del Signore, ecc. ecc.
  L'autore passa al "discorso sulla coscienza, svolto in contraddizione con la dottrina della Chiesa". "La coscienza del singolo fedele, secondo l'esortazione apostolica, può legittimamente ritenere non vincolante un comandamento di Dio se non lo 'sente' come applicabile al suo caso concreto".
   Stando così le cose, ce n'è abbastanza per accusare la violenza usata al Vecchio e al Nuovo Testamento.
  Ma il Livi osserva che "la coscienza non è un cieco strumento soggettivo: è un atto dell'intelligenza che 'legge' nella realtà concreta l'ordine o il disordine oggettivo rispetto alla volontà salvifica di Dio". E aggiunge: "La coscienza di ogni fedele cristiano percepisce sempre benissimo il bene e il male in relazione ai comandamenti di Dio [...] Ogni cristiano sa, nel suo intimo, che la disobbedienza ai comandamenti di Dio è la propria rovina".
  Fa specie che questo studioso ignori i vari generi di coscienza di chiunque, cristiano o non cristiano. Si ricorda l'importanza della coscienza assistita, retta, verace? Non basta conoscere i Comandamenti per rispettarli in coscienza. Esiste quella vera e quella falsa "a seconda che il giudizio pronunciato concorda o no con la norma oggettiva (legge). La falsità del giudizio può essere imputabile o no al soggetto; nel primo caso la coscienza è detta vincibilmente erronea [...] nel primo caso è quindi imputabile [...] La coscienza falsa (erronea) è detta lassa se esagera la illiceità [...] Cauteriata è la coscienza che in modo abituale ha raggiunto il massimo lassismo; farisaica è la coscienza di chi giudica dei propri doveri con falso criterio comparativo, dando soverchia importanza a cose di poco conto e trascurando obbligazioni gravi. A seconda della fermezza del giudizio in cui essa consiste, la coscienza è certa o dubbia [...] La norma della nostra condotta deve essere la coscienza certa" (Dizionario di teologia morale, Ed. Studium, 1954). In conclusione, la coscienza erronea fa giudicare lecito l'illecito, e il fatto che sia colpevole non muta il giudizio, che fa commettere il peccato. Perciò il cristiano può giustificare l'errata interpretazione del comandamento con una coscienza pervertita. "Nel suo intimo" (coscienza), non riconosce di disobbedire al Signore.
  Dopo aver sostenuto di non aver mai riscontrato nelle confessioni chi non si accusi sinceramente circa trasgressioni in materia grave alla legge di Dio, il nostro teologo ci stupisce dicendo che "è un gran danno alle coscienze dei fedeli un discorso come quello della Amoris Laetitia che sembra incoraggiare i fedeli a mentire a se stessi e alla Chiesa ritenendosi 'senza peccato' per una presunta mancanza di consapevolezza o condivisione della legge morale".
 L'osservazione è contraddittoria e non regge. Se ai fedeli si dicesse che la propria ignoranza serve per assolversi, essi cesserebbero d'essere ignoranti innocenti e non potrebbero assolversi. Viceversa si dice senz'altro che la loro coscienza (ritenuta buona) può assolverli.
  Infatti il discorso prosegue con un ripensamento, tuttavia di nuovo errato: "I casi che vengono presi in esame - quelli relativi a fedeli regolarmente coniugati che si separano dal legittimo coniuge e convivono more uxorio con un'altra persona - non ammettono in realtà l'ipotesi astratta di una mancanza di consapevolezza o di piena condivisione della legge morale: tali persone sanno benissimo di essere in stato di peccato mortale e di non poter ricevere l'assoluzione sacramentale".
  Ciò spesso non è vero. Se fosse vero, "tali persone" sarebbero bensì immuni dal cattivo ammaestramento. Esse possono giudicare (coscienza) colpevolmente di essere giustificati e di meritare i Sacramenti. Naturalmente a questo peccato contribuisce assai l'attuale pseudo-chiesa.
  L'affermazione secondo cui "Pastori della Chiesa" sono assistiti da Cristo mediante lo Spirito Santo con "le grazie necessarie, a cominciare dal carisma dell'infallibilità nell'insegnamento ufficiale della dottrina rivelata" ci sorprende, in quanto coloro che riconoscono Bergoglio come papa, negano l'infallibilità del suo "insegnamento ufficiale", che dovrebbe valere al massimo grado, al di sopra di quello degli altri "Pastori". Tale negazione è indispensabile per conservare a Bergoglio l'indispensabile prerogativa dell'infallibilità pontificia, nonostante il suo magistero riconosciuto erroneo. Si badi che esso implica la fede e i costumi.
 Del resto, questo papa riconosciuto da Antonio Livi , "ha deciso di fare sue alcune proposte ["durante i lavori del sinodo"] e di respingerne altre, ma lo ha fatto con quella 'voluta ambiguità' che io ho deprecato più volte [...] E l'ambiguità è inaccettabile in un documento che pretende di essere magistero ecclesiastico".
  Si dichiara che Bergoglio esercita un "magistero ecclesiastico", cioè universale, "inaccettabile", che quindi non può essere infallibile, mentre dovrebbe esserlo per poter sostenere che Bergoglio è papa.


Piero Nicola

Il buonismo quale flagello dell'economia

Prima di ragionare intorno ai problemi sollevati dall'immigrazione dei terzomondiali, può essere utile riflettere su due cifre estratte dal vasto e inquietante catalogo, in cui sono elencati i problemi, che assillano e tormentano gli italiani: 3.100.000 disoccupati e 3.931.133 extracomunitari presenti sul nostro territorio.
Le due cifre dell'angosciante malessere italiano (e francese, per inciso) costituiscono il risultato di un delirio politico, lanciato al galoppo sulle piste dell'immigrazione da iniziati e da politici coatti, che imitano la trapassata utopia americana e importano le sue ingenti e macroscopiche contraddizioni.
Ora è difficile e forse impossibile capire e sottoscrivere – senza condividere il sodomitico proverbio, che declina il sadismo viaggiante nei piaceri attivi nell'alta finanza – i motivi che inducono il sommo miliardario ineconomico Georges Soros ad apprezzare un fenomeno oscuro e desolante, quale è la crisi economica in atto in Italia.
Il pensiero anticattolico e la attività del noto miliardario danneggiano una nazione ingegnosa e laboriosa, opponendosi alla forte attrazione, che la nostra civiltà e il nostro onesto benessere esercitano sui terzomondiali.
Di qui il sospetto che l'immigrazione sia approvata, incoraggiata e facilitata dai banditori del capitalismo selvaggio, stregoni impegnati a inquinare e devastare il resto dell'Europa cristiana, in vista della sua decadenza e del suo affondamento in quel paludoso e fetido assolutismo, che è propriamente detto civiltà bancaria.
Corre anche l'obbligo urgente di riscattare le ragioni dell'opposizione al capitalismo, che furono abusare dalle criminogene impresa dei comunisti e dei nazisti e con loro squalificate e liquidate dalla trionfante guerra di liberazione americana.
Al proposito è necessario rammentare che il terrifico spettro dell'opposizione comunista e nazista al capitalismo giustifica (surrettiziamente e arbitrariamente) l'attività di quell'ideologia liberalista, che sta avvelenando e impestando (salve poche e nobili eccezioni, la Russia di Putin, ad esempio) l'umanità postmoderna.
Di qui l'inutilità dei partiti oggidì vanamente e storditamente collocati a destra del capitale, quindi l'urgente necessità di aggiornare e riabilitare le tradizionali ragioni della resistenza al potere degli usurai, ragioni che furono avvelenate e vanificate dagli utopisti sovietici, prima di essere rapite, abusate e screditate in via definitiva dal nazionalsocialismo.
La correzione dello scenario politico, attualmente alterato dall'utopia neo liberale, dipende dalla entrata in scena di una cultura politica atta a coniugare l'irriducibilità al capitalismo e la emancipazione dell'economia dalle soffocanti ipoteche accese dagli usurai.
Il compito della cultura d'ispirazione cristiana, finalmente in uscita dal labirinto in cui si aggirano i fantasmi delle paradossali rivolte gregarie, è la riabilitazione del sano ottimismo, antitesi allo stordimento buonista e unica alternativa a quella tetra mitologia denatalista, che ha esposto la civiltà occidentale al rischio di oscillare tra le pessimistiche, funeree suggestioni intorno al regresso demografico e l'ottimismo, in corsa demenziale e cimiteriale in direzione del lupanare cosmico, alternativa allegramente e fruttuosamente promossa dai post comunisti e dai radical chic.
E' dunque evidente la necessità di far uscire la cultura della destra dal labirinto americano, in cui circolano i fumosi prodotti della obbedienza alle leggende intorno al primato dell'economia. Fu tale la linea tracciata dagli studiosi radunati intorno alla Fondazione Volpe, linea purtroppo non condivisa dai militanti di una destra conformista, che inseguiva e insegue le cieche e rovinose chimere del liberalismo.


Piero Vassallo

mercoledì 3 maggio 2017

Per un Appello per la pubblicazione di Divinitas, Nuova Serie

Carissimi Amici, 

come certamente sapete, è da qualche mese, precisamente dall’inizio dell’anno in corso, che si attende tutti con trepidazione l’uscita del n. 1 della Nuova Serie di Divinitas, sotto la nuova direzione di Mons. Antonio Livi. Ma il Signore ci chiama tutti a contribuire con coraggio e generosità al parto della Nuova Serie, che, come ci si poteva aspettare, è, prima ancora di nascere, molto osteggiata. 

Infatti, Mons. Antonio Livi, che nel 1989 era stato cooptato come socio ordinario della Pontificia Accademia di San Tommaso da Mons. Antonio Piolanti, era stato designato da  Mons. Brunero Gherardini, proprietario e direttore della testata, come suo successore nella direzione di Divinitas, fondata dallo stesso Mons. Piolanti. A tale scopo Mons. Gherardini aveva trasmesso a  Mons. Livi, con una scrittura privata del gennaio 2016, la proprietà letteraria della testata.

La Segreteria di Stato ha però disposto nel giugno del 2016 che la rivista continui a essere pubblicata in Vaticano, con un direttore che non è però quello designato da Mons. Gherardini, in onore del quale  Mons. Livi aveva già preparato un primo numero di Divinitas dedicato al tema dell’ermeneutica del Magistero, con un articolo di saluto redatto all’uopo dallo stesso Mons. Gherardini.

Per non rinunciare del tutto al progetto caldeggiato proprio da Mons. Gherardini, la decisione di Mons. Livi è stata allora, in accordo con detto Monsignore, quella di creare presso la sua casa editrice (la Leonardo da Vinci) una collana di monografie che avrà come nome “Divinitas Verbi  - Quaderni di epistemologia teologica” e che inizierà proprio con la monografia sull’ermeneutica del Magistero già approntata.

Per rendere possibile la pubblicazione di questo primo volume della collana e dei seguenti (previsti a scadenza semestrale) è necessario che quanti più sostenitori si affrettino a prenotare questo primo volume e i quattro successivi con un versamento di Euro 100,00 alla Casa Editrice Leonardo da Vinci, indicando come causale  “Acquisto anticipato del primo numero e dei 4 successivi della collana Divinitas”. Il versamento va effettuato sul ccp 36440048, intestato a Casa Editrice Leonardo da Vinci, conto corrente bancario presso BancoPosta (Roma), IBAN: IT45 B076 0103 2000 0003 6440 048. Per ricevere la collana di libri basterà scrivere l’indirizzo ove si vuole farsela recapitare, segnalando l’avvenuto versamento, a: acquisti@editriceleonardo.net
  
Con questa nuova collana della Leonardo da Vinci, Mons. Livi si propone la difesa delle ragioni dei “dubia” alla  Amoris Lætitia e la continuazione della linea di oculata e rigorosa critica tenuta da Mons. Gherardini intorno al magistero della Chiesa e dei suoi Pastori dal Vaticano II a oggi, dando una piattaforma editoriale di riconosciuta autorevolezza scientifica ad autori che hanno la competenza e la vocazone apostolica per contrastare autorevolmente le diverse forme della falsa teologia  neomodernista che hanno occupato alcuni gangli vitali della Chiesa e - citiamo Mons. Schneider in una recente sua conferenza - le Cattedre « anche ai livelli più alti ».
 
Mons. Antonio Livi potrà garantire, sia pure in questo diverso modo, la continuità del servizio alla fede svolto dall’antica testata, fondata nel 1954 dal lungimirante Mons. Prof. Antonio Piolanti, prima di tutto per il fatto di mantenere  la direzione attraverso personalità (prima due Professori e Presidi della Facoltà di Teologia, ora un Professore e Preside della Facoltà di Filosofia) formate tutte e sempre nella gloriosa Pontificia Università Lateranense (l’Università “del Papa”), i quali condividono seriamente la medesima  linea di rigorosa pratica della teologia sacra, intesa come elaborazione di ipotesi scientifiche di interpretazione razionale del dogma, sempre nel solco della Tradzione e sempre aperta a nuovi sviluppi secondo i principi suggeriti dal Lerinense: « In eodem scilicet dogmate, eodem sensu, eadem sententia », cioè “Nello stesso dogma, nello stesso senso, nella stessa interpretazione”, v. nota a Cost. dogm. De Fide catholica, 4, Denz 3020. Tale sensus Ecclesiæ promuoverà in mezzo al Popolo di Dio la percezione della bellezza delle verità rivelate, da comprendere alla luce della recta ratio naturale, che è pure partecipazione della Prima Veritas. Ciò consentirà finalmente una adeguata ermeneutica (scientifica, non ideologica o politica) dei documeti del Magistero ecclesiastico, contro la retorica dell'ideologica  imperante. Resistere ai sofismi dei falsi profeti e dei cattivi maestri è diritto e dovere di chi è in grado di smascherarli e di smentirli, avendone non solo la competenza ma anche quella libertà che deriva da non subire i condizionamenti del potere costituito e di interessi temporali, quali che siano.  
 
Mons. Prof. Antonio Livi, 

unitamente a Padre Serafino Lanzetta F.I. e al Prof. Enrico Maria Radaelli

martedì 2 maggio 2017

MUOIONO POTENTI MANCANDO AL LORO SCOPO (di Piero Nicola)

Complottismo? Dietrologia? Macché! I potenti e le sette che mirano assai copertamente alle trasformazioni delle società umane e del mondo intero ci sono stati e ci sono. Alcuni loro satelliti si rivelano alquanto e non sfuggono al comune destino. Prendiamo un Pannella, che per tutta la vita si è dato da fare perseguendo i suoi traguardi: distruzione del matrimonio, libero aborto, libertà di droga. Di certo ha ottenuto qualcosa, ma avrebbe voluto di più; è morto sulla breccia senza aver conseguito ciò per cui si stava adoperando: liberalizzazione dei narcotici, carceri come alberghi a tre stelle, un maggiore successo politico.
  Oggi leggiamo su alcuni giornali che il magnate George Soros finanzia le organizzazioni umanitarie, le quali incrementano l'immigrazione incontrollata in Europa, specie in Italia. Che il miliardario operi in sordina contro gli interessi di chi vuol difendere l'integrità nazionale (p.e. il primo ministro magiaro Orban) non è un mistero. Ma quanti nella UE (alla quale pare che Soros sia ricorso per difendere le Ong ungheresi da lui sostenute), in Italia (i presidenti delle Camere, Bergoglio, ecc. ecc.), in America e dappertutto propugnano il fine progressista del cosmopolitismo, dando pure a vedere d'essere paladini delle etniche realtà! Di sicuro le più numerose non sono meritevoli di disprezzo e d'essere danneggiate dalle minoranze straniere.
  Sul quotidiano La Verità, in un articolo di storia futura e di fantareligione: Il ritorno della fede segnerà la fine dei migranti forzati, Ettore Gotti Tedeschi adombra i fallimenti degli sforzi intesi ad attuare il sincretismo religioso: passaggio obbligato per giungere al mondialismo integrale, ed egli prefigura l'unica soluzione possibile: il ritorno ad una sola vera credenza per tutti.
  Non servì aver distrutto il cattolicesimo romano. "Questa strategia mal concepita e gestita aveva generato i presupposti del fallimento dello stesso progetto: la ribellione degli immigrati, la migrazione dei residenti, l'impoverimento de Paese". "Il processo di immigrazione politico e forzato  aveva imposto leggi e regole relativiste e innaturali, e aveva creato identità inconciliabili, ibride e artificiali". "I fondamentalisti poi cominciarono a opporsi alle leggi civili". Infine "lo stato di decadenza morale, sociale, politica ed economica impose al nuovo gran sacerdote (dell'orbe terracqueo) la decisione di avviare la sua strategia riconoscendo che la pace universale si fonda sul riconoscimento di un'unica fede, ma che questa unica fede non si poteva inventare". Nel racconto, il "gran sacerdote" dovette ricorrere agli antichi testi, per cui bisognava "far riconoscere una sola Verità e identificare la menzogna".
  L'impossibilità di portare a termine il piano è dunque di già esistente. Se è sacrosanto prendersela con i potenti pianificatori di ieri e di oggi per le loro azioni rovinose, dobbiamo comprendere come essi restino nel dubbio, e siano gente che naviga nell'incompiutezza, nelle contrarietà, gente che non può confidare nella propria vittoria risolutiva; la quale dimora allo stato illusorio. I fautori grandi e piccoli della democratica espansione devono bensì sacrificare sull'altare del loro mito i propri figli vittime della droga, d'altri vizi, delle licenze e dei delitti evitabili.
   Maggiore consolazione ci viene da personaggi del rilievo di un Gotti Tedeschi, convertiti almeno a un certo tradizionalismo. Per chi non ne abbia piena contezza, ricordo che egli ha pubblicato saggi con l'Editrice Fede & Cultura, dopo aver fondato per l'addietro un'importante banca d'affari, aver ricoperto alte cariche nel mondo bancario, essere stato consigliere d'amministrazione della Cassa Depositi e Prestiti, docente universitario, editorialista de L'Osservatore Romano, presidente dell'Istituto per le Opere di Religione (IOR), da cui è stato estromesso.


Piero Nicola   

lunedì 1 maggio 2017

A CENTO ANNI DAL PRIMO CONFLITTO MONDIALE (di Lino Di Stefano)

Nello splendido scenario dell’Aula Magna di Palazzo Sora – sede del Sindacato Libero Scrittori Italiani - si è svolto nella Capitale, nei giorni 27-28-29 aprile 2017, un intenso quanto considerevole Convegno avente come tema: ‘Ottobre 1917, Caporetto’. Sotto la sapiente direzione del Presidente del Sindacato, Prof. Francesco Mercadante, qualificati relatori si sono alternati con interventi che hanno sviscerando tutti gli aspetti di un fatto storico rimasto memorabile: la disfatta, appunto, di Caporetto (1917).
 Nell’occasione il generale Cadorna diramò il seguente ordine del giorno: “Noi siamo inflessibilmente decisi: sulle nuove posizioni raggiunte, dal Piave allo Stelvio, si difende l’onore e la vita d’Italia. Sappia ogni combattente qual è il grido e il comando che viene dalla coscienza di tutto il popolo italiano: morire, non ripiegare”. Dopo i saluti del Presidente Marcadante, di Natale Rossi e di Giuseppe Acocella, ha aperto i lavori il Prof. Gaetano Calabrò il quale ha affrontato le riflessioni dello storico Adolfo Omodeo relative alla prima guerra mondiale.
 Lo studioso palermitano partecipò alla guerra nelle vesti di artigliere e, a detta dell’oratore, espresse diverse considerazioni non solo sullo scontro in generale, come, ad esempio, quando si augurò che gli Italiani imparassero dalla guerra a comportarsi come cittadini disciplinati, ma anche allorché - così in una lettera a Giovanni Gentile (zona di guerra, 24 dicembre 1917) - rilevò che da “questo malaugurato 1917” giungesse “a tutti noi la pace nella vittoria d’Italia col nuovo anno”. E così, di seguito, dopo aver partecipato alla controffensiva nel Trentino e ai fatti di Gorizia.
 Dopo i resoconti, tutti interessanti, di Pierfranco Bruni che ha posto l’accento su Cesare Giulio Viola e sulla vena drammatica del suo patriottismo, di Rocco Pizzimenti - dilungatosi sui punti di vista di Hemingway e di Faulkner con l’affermazione di una migliore comprensione della guerra in Italia del secondo rispetto al primo – di Luigi Tallarico, intrattenutosi sulle implicazioni inerenti al militarismo futurista a seguito della resa di Caporetto e di Plinio Perilli su Carlo Emilio Gadda, prigioniero in Austria, hanno preso la parola Ettore Cànepa e Sergio Sotgiu con due discorsi di particolare livello.
 Il primo, si è soffermato non solo su sulla figura di Alfredo Panzini, ma con un ampio ‘excursus’ storico-filosofico, ha pure affrontato la problematica del conflitto visto dal versante della Germania con puntuali riferimenti alla cultura e alla filosofia tedesche, segnatamente l’idealismo classico e il suo maggiore inteprete, Hegel; mentre il secondo ha tratteggiato la personalità di Gioacchino Volpe non solo come insigne studioso del Medio Evo, ma soprattutto come non meno illustre cultore di storia Moderna e Contemporanea.
 Il relatore ha, inoltre, messo in evidenza sia il fatto che quest’ultimo, arruolatosi volontario, vide la guerra con i propri occhi, diciamo così, sia l’osservazione che egli seppe, descrivere da par suo, le vicende del grande conflitto - segnatamente la rotta di Caporetto - decifrata nei suoi nessi più occulti. L’illustre docente ha, opportunamente, concluso il proprio intervento asserendo che – nonostante l’ autorevolezza di uomo e di storico – Gioacchino Volpe fu epurato, dopo la seconda guerra mondiale, pur non avendo commesso colpe di cui vergognarsi.

 Naturalmente, interessanti sono risultate tutte le rimanenti relazioni come, per fare un altro esempio, quella di Pietro Giubilo, ex sindaco Roma, che ha parlato del luogo comune, ‘Gli Italiani non si battono’ e, infine, di Giovanni Franchi il quale ha illustrato la figura di Karl Kraus e commentato la celebre espressione relativa alla ‘Finis Austriae’. Dopo l’espletamento delle incombenze burocratiche, ha chiuso i lavori, con un puntuale discorso, il Prof. Mercadante riconfermato, all’unanimità, alla Presidenza dell’Associazione.

Lino Di Stefano 

venerdì 28 aprile 2017

LA MALEDIZIONE DI DON MILANI (di Roberto Dal Bosco)


Sono giorni in cui il Male emerge in maniera piuttosto visibile.
Si sapeva che prima o poi doveva arrivare, solo non era immaginabile irrompesse in modo tanto organizzato, sincrono, concertato. Né che il letargo del catto-tradizionalismo fosse a tal punto permanente da mancare anche questa occasione.
Il mondo tutto giace sotto l’abracadabra donmilaniano. La Maledizione di Barbiana non è però un affare da baciapile. Riguarda i nostri figli, riguarda il destino di questo Paese. E non solo.

Il prete pedofilo difeso in prima pagina

Don Milani pedofilo?
Sì, lo strano prete addivenuto massimo idolo della pedagogia nazionale, accusato e insieme celebrato sulle prime pagine dei giornali che contano.
La dissonanza cognitiva per cui l’ispiratore della scuola dove ora mandiamo i nostri bimbi, verso quei bimbi potesse nutrire desiderio sessuale, dovrebbe essere tanta da far esplodere le teste.
Il bubbone è finito sulle prime pagine di tutta la grande stampa, con seguito di lenzuolate doppie nelle pagine di cultura.
Non è una novità, ma la cosa ha fatto comunque impressione: Corriere e Repubblica uniti a fare il medesimo lavoro - che non è, vedremo poi, solo quello di pompieri.
Don Milani raccontato come pedofilo da un libro, Bruciare tutto, in uscita per un grande editore che ora sta sotto l’ombrellone di Marina Berlusconi.
In realtà, il romanzo lo accenna appena, nella dedica: «All'ombra ferita e forte di don Lorenzo Milani».
Narra di tale Don Leo, prete pedofilo, e delle sue simpatiche avventure.
L’autore è Walter Siti, un critico letterario divenuto romanziere, un trascurabile intellettuale d’apparato (Normale di Pisa, docenze di letteratura in giro per le Università dello Stivale, saggi su Nuovi Argomenti, studio di Pasolini e Montale: mamma che originalità) che ha forse vinto qualche premio di quelli che finiscono fugacemente in TV con l’autistico mondo letterario italiota a masturbarsi di applausi per mezza serata; mai avremmo immaginato di doverci occupare di Siti, che - va detto - quest’anno compirà appena 70 anni. Una giovane promessa, che infatti si prende molto sul serio.
Il Siti però ha lanciato il sasso: sì, «Ho creduto che don Milani somigliasse al mio prete pedofilo». Così titola La Repubblica, che lo intervista per poi, nel finale, insinuare cose brutte sul povero intervistato. Qualche giorno prima, aveva cercato di attaccarlo Michela Marzano, deputata scrittrice ultra-abortista confezionata dal Gruppo Espresso per gli scranni del PD (dal quale è ora però disgustata, dimostrando profonda gratitudine per il partitone che la lanciò con paracadute porcellum a Sesto San Giovanni, un tempo gloriosa «Stalingrado d’Italia»).
La Marzano («La pedofilia come salvezza. L’inaccettabile romanzo di Siti») rilevava la mostruosità del tema pederastia, per cui anche la foto di Aylan, bambino profugo morto sulla spiaggia nella nota iconica foto, è materiale per usi erotici.
A causa forse di alcuni limiti culturali, l’on. Marzano appena accennava alla bomba: quella dedica che faceva sì che il prete pedofilo si potesse identificare con Don Milani.
Il riferimento, poi riemerso carsicamente su tutti i giornali (che parlano di «linguaggio forte e provocatorio», «sboccato» «paradossale», «da interpretare» etc.) è una lettera di Don Milani a Giorgio Pecorini. Tale lettera, contenuta nel libro di quest’ultimo Don Milani! Chi era Costui? (Baldini&Castoldi, 1996, pp.386-391) fu per anni brandita dall’unico che negli anni ha combattuto di petto il donmilanismo, Pucci Cipriani.
Scrive il Don Milani: «… Come facevo a spiegare che amo i miei parrocchiani piú che la Chiesa e il Papa? E che se un rischio corro per l’anima mia non è certo quello di aver poco amato, ma piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!). E chi non farà scuola cosí non farà mai vera scuola e è inutile che disquisisca tra scuola confessionale e non confessionale e inutile che si preoccupi di riempire la sua scuola di immaginette sacre e di discorsi edificanti perché la gente non crede a chi non ama e è inutile che tenti di allontanare dalla scuola i professori atei … E chi potrà mai amare i ragazzi fino all’osso senza finire col metterglielo anche in culo se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno e desideri il Paradiso?».
Di recente la sconvolgente epistola è stata ripubblicata dal meritorio foglio fiorentino Il Covile, all’interno di un numero speciale dedicato alla catastrofe del Forteto.
Ho la sensazione che il Siti abbia piluccato proprio da qui, da Pucci e dagli altri eroici fiorentini che hanno tentato di resistere al nero incantesimo che ha fatto di Don Milani un maestro, e fors’anche, lo farà Beato.

Overton per pedofili

Vale la pena di spendere due parole sulla novella di Siti, Bruciare tutto.
La cui trama è: prete pedofilo si astiene dal consumare un rapporto sessuale con un bambino, il quale però vorrebbe essere sodomizzato dal sacerdote. Il bambino ci rimane male e si suicida.
Di qui il dilemma: meglio pedofili o assassini? La risposta è semplice: meglio pedofili.
Fin qui ci siamo: mica è una novità, la normalizzazione della pedofilia. Forse chi legge non ricorda che nell’estate del 2014 vi fu a Cambridge un convegno che indicava come l’attrazione per i bambini fosse «naturale e normale per i maschi adulti».
Nel 1998 furono i radicali ad organizzare una conferenza sul tema «Pedofilia e internet».
Vi sono indicazioni dell’Unione Europea sull’argomento, come la Risoluzione del Comitato dei Ministri agli Stati membri dell'UE 5/2010 [CM/Rec(2010)5], intitolata «Sulle misure volte a combattere la discriminazione fondata sull'orientamento sessuale o sulla identità di genere», che contiene al numero 18 un chiaro invito alla legalizzazione della pedofilia:
«Gli Stati membri dovrebbero assicurare l’abrogazione di qualsiasi legislazione discriminatoria ai sensi della quale sia considerato reato penale il rapporto sessuale tra adulti consenzienti dello stesso sesso, ivi comprese le disposizioni che stabiliscono una distinzione tra l’età del consenso per gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso e tra eterosessuali; dovrebbero inoltre adottare misure appropriate al fine di abrogare, emendare o applicare in modo compatibile con il principio di non discriminazione qualsiasi disposizione di diritto penale che possa, nella sua formulazione, dare luogo a un’applicazione discriminatoria».
Il candidato all’Eliseo Emmanuel Macron, che liceale si accoppiò con la professoressa di un quarto di secolo più anziana (già sposata con tre figli) pare la plastica incarnazione di quanto stiamo dicendo.
Che la finestra di Overton sulla pedofilia sia aperta non è un segreto per nessuno.
Si tratta della fase detta «radicale»: certo che il cannibalismo è mostruoso, ma se ti trovassi in pericolo di vita? Se ti trovassi tra quegli sventurati precipitati sulle Ande?
In fondo, pare dire Siti, il suo personaggio - e Don Milani - sono pedofili solo nel pensiero, nella pulsione, in interiore homine.
Il foro interiore è insindacabile, e tali voglie mai più si possono catalogare come deviazioni (il pensiero corre a Giovanardi che confessa in TV sogni zoogamici, ma rimaniamo sul tema).
Il lettore saprà che il DSM V (2013), l’ultima edizione del manuale diagnostico in uso dalla psichiatria planetaria, inizialmente conteneva la derubricazione della pedofilia come disturbo psichico. La modifica fu poi parzialmente ritirata, ma il passo in avanti venne fatto.
Il Walter Siti, da buon servo del sistema che lo mantiene e che lo premia, ha già recepito il ritornello. E dichiara a Repubblica: «Penso che fin che un desiderio non danneggia gli altri, la legge non ha niente a che farci; ma se la realizzazione di questo desiderio fa danni, la legge è obbligata a intervenire. La pedofilia, in quanto "filia", cioè desiderio, non è reato; molestare i bambini lo è».
Tutto vero: la legge non punisce il pensiero. Tuttavia qui l'obiettivo è un altro, ovvero: nessuno deve essere sfiorato dall’idea che tale pensiero sia malato. O malvagio.
Niente di nuovo sotto il sole. Nell’ottobre 2014, il New York Times - il timone giornalistico della Terra - pubblicava un editoriale chiarissimo: «Pedofilia: un disordine, non un crimine». (Notate: «disordine», non «malattia», e giammai «Male»).
Si ebbe quello che nel mondo giornalistico si chiama New York Times Effect, l’eco tematico sul resto dei media: ecco l’Huffington Post: «"Sono un pedofilo, ma non sono un mostro"» è il titolo di un articolo del 2015. Occhiello: «in una lettera online la confessione di un designer americano. "Non tutti facciamo del male"».
Pedofili bonari ne abbiamo?
Sì.
Dopo aver letto tutta questa sbobba, il bravo cittadino democratico non può aver dubbi: meglio pedofilo che assassino.
Dicevamo, fin qui nulla di nuovo.
Quello che colpisce è come questa nuova torsione della «teologia» del Male minore si innesti stupendamente nella neochiesa gesuita di Bergoglio.

Contraccezione del semen christianorum

Il pensiero corre a Silence, il kolossal hollywoodiano-gesuita firmato dal cocainomane divorziato (e prete mancato) Martin Scorsese.
La pellicola, tratta dal romanzo di Shusaku Endo, narra dei misfatti dei gesuiti nel Giappone del XVII secolo; in particolare, si esalta l’apostasia dei religiosi davanti alla minaccia di strage di cristiani promessa dallo shogunato.
Meglio apostati che assassini. Messaggio chiaro.
Il film, riportano le cronache, è stato proiettato in anteprima a Roma davanti a 300 gesuiti in solluchero: che si ricordi che il Giappone fu da loro perso per sempre (tranne Nagasaki, ma a quella pensò il massone Truman) non li disturba. Anzi, parrebbe proprio la ritirata della cristianità a mandarli in estasi.
Scorsese poco dopo è ricevuto in udienza dal Papa. La benedizione a questa immane apologia dell’apostasia è del massimo grado.
Meglio traditori (dall’etimo vero, quello degli apostati del IV secolo che consegnavano - tradivano - i testi all’Imperatore) che martiri.
Senza martiri, è noto, non vi può essere cristianità, perché sanguis martyrum, semen christianorum.
La negazione del martirio è la contraccezione applicata al seme di Dio; così come è contraccettiva la sodomia (pedofila o no che sia).
Non è la prima avvisaglia di contraccezione del martirio durante il papato argentino: pochi accenni alla funzione divina del martirio quando ammazzano i cristiani a Ninive, in Libia, in Egitto, a Rouen (a morire è un sacerdote, e davvero in odium fidei).
In particolare vanno riportate le parole papali esatte quando nel settembre 2014 tre suore missionarie vennero decapitate in Burundi: «il loro sangue sia seme di fraternità». In pratica, l’esatto opposto del semen christianorum, con tanto di uso di parola in odore di massoneria (...fraternité).
Viviamo il tempo della grande contraccezione del seme di Dio, e pure di quello della sua immagine.
La neochiesa come grande preservativo della Fede. E quindi, in quanto atto contraccettivo par excellence, la sodomia come atto supremo del postconcilio - così come indicato durante il Sinodo 2014, che trasformò gli omosessuali in depositari di grandi poteri spirituali.
Vedasi la Relatio post disceptationem, n. 50: «Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana».
Ebbene, non poteva che essere questa la Chiesa che ora non solo difende, ma celebra don Milani.

«Non celata omosessualità»

Dell’omosessualità patente di Don Milani oramai paiono esservi testimonianze certe.
Giuseppe Fornari, filosofo vicino al Forteto collaboratore del grande teorico del sacrificio Réné Girard (del quale ha organizzato una videoconferenza proprio al Forteto: sappiamo come i temi girardiani siano tenuti in palmo di mano dagli Adelphi con le loro brame di sangue) lo ammise già nel 2008 in un saggio («I doppi vincoli d’amore di don Lorenzo Milani») contenuti nel volume collettaneo La contraddizione virtuosa. Il problema educativo, don Milani e il Forteto, edito nel 2008 dall’editore prodiano Il Mulino:
«Alla luce di quanto ho accennato sulla sua storia famigliare, è verosimile che Milani avesse sviluppato una propensione di tipo omosessuale, favorita dall’ammirazione verso il modello fraterno e dalla sfiducia di poterlo eguagliare nel campo particolarmente minato delle conquiste sentimentali».
Silvia Ronchey lo ha ripetuto il 21 aprile scorso nella sua difesa su La RepubblicaLe vere parole di Don Milani»): «calamitato dalla letteratura, dalla poesia, dalla pittura fin da adolescente, artista bohémien dalla non celata omosessualità nella Firenze di fine anni Trenta, è quasi dandistico il suo primo incontro con il messale romano: "Ho letto la Messa. Ma sai che è più interessante dei Sei personaggi in cerca d'autore? ", scrive diciottenne all'amico Oreste del Buono»
Non conta tanto qui l’insulto alla Messa, che scalda il cuore alla Ronchey. Del resto ella è eccitata anche davanti alle metamorfosi della fede, nulla o difforme, del Nostro: «è un ebreo non praticante che fa "indigestione di Cristo", come scrive al suo mentore e direttore spirituale Raffaele Bensi. Ma la sua conversione non è certo dall'ebraismo al cristianesimo, bensì da un battesimo di convenienza, ricevuto per sfuggire alle leggi razziali, a un abito scomodo, indossato per vocazione di riscatto».
(Per inciso: sì, Don Milani era ebreo per parte di madre, Alice Weiss; il padre, poco presente nella sua vita, è anticlericale o peggio. La parabola di Don Milani ricalca con esattezza impressionante un pattern già visto in Ludwig Wittgenstein: famiglia di origine ebraica, spleen borghese giovanile che lo porta ad insegnare ai bambini in un paesino di montagna, bambini che prende regolarmente a cinghiate e infine, certo, l’omosessualità come cifra).
La Ronchey insomma se lo lascia scappare: «la non celata omosessualità nella Firenze degli anni Trenta».
Non abbiamo dubbi sul fatto che la giornalista sia ben informata: è figlia del boiardo repubblicano (con il PRI e poi con il «livornese» Ciampi) Alberto Ronchey, nonché cognata della collaboratrice dell’Osservatore Romano Lucetta Scaraffia in Galli della Loggia; insomma gode di ampie entrature sia in Loggia che in Vaticano.
Ma quindi, se tutti sapevano, come è possibile che Don Milani sia stato fatto prete?
Questo il primo grande mistero.
Perché vi è stato un tempo, prima dell’abominio del Concilio Vaticano II, in cui agli omosessuali era materialmente impedito di avvicinarsi all’ordinazione.
Don Bensi, il suo direttore spirituale, ha mancato di segnalare?
Don Raffaele Bensi, nume tutelare della chiesa «resistenziale» della Firenze del dopoguerra, non si è accorto delle pulsioni di quel giovane che studiava arte e non nascondeva le proprie inclinazioni?
C’è da dire che il Bensi, a Firenze, è a sua volta chiacchierato. È noto pure che, a differenza di altri recipienti delle scabrose lettere pedo-erotiche di Don Milani, egli abbia bruciato tutta la privata corrispondenza. Secondo Neera Fallaci, nella corrispondenza si trattava molto anche di Papa Paolo VI.
Il Bensi fu apostrofato con la classica espressione di ortaggio dallo stesso Milani in una lettera in cui quest’ultimo si lamentava delle pressioni cui il confessore lo aveva sottoposto per scrivere il libro: «può darsi che lei abbia in vista una felice sintesi delle due cose, di cui io invece non intravedo la compatibilità p. es. passare a un tempo da finocchio e da maestro, da eretico e da padre della Chiesa, da murato vivo nel chiostro e da pubblicatore del più polemico dei libri».
Bensi il confessore non può non sapere cosa covi il cuore del seminarista, che arriverà a scrivere ad un amico: «Vita spirituale? Ma sai in che consiste oggi per me? Nel tenere le mani a posto».
Insomma, questo è un primo mistero maggiore: nel mondo del pre-Concilio, il ragazzo don Milani mai sarebbe potuto divenire sacerdote.
Eppure egli fu ordinato.

Il problema del padre


Era davvero patente il problema famigliare del Milani. Il classico schema freudiano dell’omosessualità: padre assente, enorme attaccamento alla madre. Una verità nota a tutti qualche decade fa - pensate al film Psycho di Alfred Hitchcock, dove l’ambiguo assassino Anthony Perkins vive con la mummia della madre in casa -  ora divenuta indicibile (al punto che proprio la settimana scorsa il film è stato censurato perché, essendo l’assassino malato al punto da uccidere vestito come sua madre, discriminerebbe i transessuali).
Ammette il sito della Fondazione Don Lorenzo Milani: «negli scritti pubblici di don Lorenzo, appare poco la figura del padre», mentre «la figura della mamma, per don Lorenzo è molto importante. Anche quando è uomo conosciuto e padre dei suoi ragazzi, lui è sempre un figlio che si sente generato. Di fronte alla mamma si trasforma, diventa figlio amoroso e rispettoso, con la quale si consiglia e parla a lungo. Più volte alla settimana scendeva da Barbiana a Vicchio solo per telefonare alla mamma oppure mandava qualcuno del popolo a imbucare la lettera che le scriveva».
«Ricordo la prima volta che sua mamma venne a Barbiana, chiamò l’Eda e i sei ragazzi della scuola e ci disse pressappoco così: “Domani viene qui la mamma e si fermerà due giorni. Lei non è cristiana e bisogna essere con lei attenti e premurosi anche se non capiremo il suo modo di porsi di fronte a questi luoghi e le sue difficoltà a vivere con noi. Cerchiamo di aiutarla in tutto e di attenuare i suoi disagi, perché noi cristiani dobbiamo dimostrare di essere migliori”.»
«Per noi quando veniva la mamma lassù era una festa perché don Lorenzo si trasformava, era meno esigente, più tollerante. Quando non condivideva qualche nostro atteggiamento non faceva nessun urlaccio ma ci diceva sottovoce: “ne approfitti perché c’è la mamma, ma quando va via faremo i conti”. Un figlio esemplare e rispettoso e forse un potere straordinario che essa ha avuto su di lui… »
Sull’assenza del padre come cifra della nostra epoca qualcosa è stato scritto; sul valore teologico della questione - il parricidio come atto satanico, nel senso proprio di lucifero - non c’è da sforzare molto la ragione.
L’assenza del padre genera mostri.
O forse peggio: l’assenza del padre genera pedofili?
Si tratta di un’altra cosa ora indicibile.
Riguardo a Don Milani, ne accennò sempre su Il Covile Armando Ermini: «la scomparsa o l’assenza del padre ha effetti sul piano sociale ma anche su quello individuale, compresa la distorsione del senso dell’amore nutrito da un adulto verso un ragazzo e dell’attrazione sessuale che di quella distorsione è conseguenza».
Ora il lettore capisca che sto per fare il passo che non uno ha osato fare in questi giorni.
Il passo da Barbiana al Mugello.
Il passo da Don Milani al Forteto.
Chi non conosce la storia del Forteto, questa sorta di pedo-gulag gnostico sostenuto dal contribuente e rifornito di carne fresca dal tribunale dei minori, può informarsi.

Don Forteto

Il Forteto è, ha scritto Sandro Magister, «quella catastrofe che si è consumata in quel di Firenze, tra i circoli cattolici che fanno riferimento a don Lorenzo Milani e alla sua scuola di Barbiana. Una catastrofe che opinionisti e media hanno a lungo negato o passato sotto silenzio, per ragioni che si intuiscono dalla semplice ricostruzione dei fatti».
Come in un incubo cataro, nella comunità del Forteto i bambini mandati dal tribunale devono accoppiarsi con il genitore adottivo dello stesso sesso.
«Al Forteto - scrive la Relazione della Commissione regionale d’inchiesta -  l’omosessualità era non solo permessa ma addirittura incentivata, un percorso obbligato verso quella che Fiesoli definiva “liberazione dalla materialità” (…) l’amore riconosciuto e accettato, l’amore vero, alto e nobile era solo quello con lo stesso sesso (…) Il bene e l’amore vero erano quelli di tipo omosessuale, perché lì non c’è materia». Lo ha sentenziato tronfio anche un altro guru dei nostri tempi malati, Umberto Veronesi.
Non vi sono prove del coinvolgimento di Fiesoli e Goffredi («il profeta» e l’ideologo fortetani) con il Milani - la comunità nacque dopo la morte di Don Lorenzo.
Tuttavia che l’ispirazione del Forteto fosse il donmilanismo è universalmente accettato.
È più concreto forse il rapporto tra Don Milani e Giampaolo Meucci, il presidente del tribunale dei minori, che spedisce i minori al Forteto a frotte: a sei mesi dal primo arresto di Fiesoli  e con il processo in corso, il tribunale affida al Forteto un bambino down di 3 anni. Goffredi, l’ideologo del gruppo, riuscirà persino ad avere due bimbi in adozione dopo la propria condanna.
A Meucci Don Milani confessa proprio il desiderio di una énclave separata dal resto del mondo, oramai contaminato e compromesso. Nulla si salva. La DC, la Chiesa, la società tutta.
La lettera è del giugno 1952.
«Caro Gianni, ieri m’hai fatto un po’ patire perché noialtri campagnoli quelle poche notizie che ci vengono dalla città le beviamo per vere. Sul mio popolo (...) Fino a ieri p. es. usavo consolare i miei ragazzi colla promessa d’una redimibilità della parte migliore della DC. Dicevo loro che colle preferenze potremo ricostruire un partito cristiano fatto tutto di sindacalisti e di massaie. Della CISL m’hai insinuato invece il sospetto d'infiltrazioni dell’area del dollaro. Dell’Acli massa di manovra ecclesiastica. Di Fanfani conformismo. Di La Pira paternalismo. Dell’ACI merda. Di Pio XII merda. Di De Gasperi merda. Di Adesso merda. Di Dossetti disperazione. Oppure no forse qualcosa di peggio. Di Dossetti stima illimitata. Ma in questa stima per l’uomo, che s’è trovato solo nel deserto quasi un invito anche a me a dire siamo soli. Sentirci due o tre dalla parte di Dio e tutto il resto nel più sporco tradimento».
Don Milani avvertiva con chiarezza questo bisogno di palingenesi comunitaria: ritirarsi dal mondo per creare una società nuova.
Va ricordato come tale pulsione sia comune a tutte le personalità disturbate che danno origine alle sette apocalittiche - lo ha dimostrato lo psichiatra americano Robert Jay Lifton che ha esaminato tale fenomenologia da vicino per il suo libro (Destroy the World to Save It) su Aum Shinrikyo, la setta che nel 1994 mise il sarin nella metropolitana di Tokyo.
Don Milani ebbe appena il tempo di gettarne i semi, rifugiandosi in campagna con l’idea di possedere totalmente le vite dei suoi «fedeli», così come riportato nell’altra lettera a Pecorini.
Tuttavia, di recente la magistratura ha fatto salire in superficie alcune perle illuminanti.
Nel febbraio 2014 Edoardo Martinelli, allievo di don Lorenzo Milani, sindacalista e soprattutto tra i fondatori del Forteto depose al processo contro Fiesoli e i 22 soci per abusi e maltrattamenti. Martinelli fuggì dal Forteto già nel 1978, ai tempi della prima inchiesta del magistrato Carlo Casini sui crimini fortetani.
«Lo scontro con Rodolfo fu sulla sua idea di comunità rigida e sulla terapia selvaggia basata sulle confessioni pubbliche - dice al magistrato Martinelli - attuarono quella terapia selvaggia con una mia amica, disperata perché da bambina suo padre aveva abusato di lei. Cercarono di applicarla anche a me».
«Rodolfo mi guardava negli occhi, mi voleva far dire che ero un abusato, addirittura che anche don Milani era un abusante».
Emerge insomma come Fiesoli detto il «profeta», il condannato guru indiscusso del Forteto, ritenesse che Don Milani abusasse dei suoi ragazzi.
Don Milani «abusante». Lo dice il pregiudicato Fiesoli: possiamo pensare che la contiguità territoriale ed umana tra Barbiana e il Mugello possa aver dato al «profeta» informazioni precise.
Oppure possiamo pensare che ben due volte al giorno un orologio rotto dice l’ora esatta.
Martinelli aggiunge un oscuro aneddoto che riporta a galla anche il mistero di Don Bensi, il direttore spirituale di Don Milani e di tanto catto-comunismo fiorentino: «era come se mi volesse ipnotizzare. Erano pressioni disumane. Tutto un gruppo faceva coercizione. Siccome credo di non aver mai perso del tutto la lucidità, dissi a Rodolfo [Fiesoli]: "Si va io e te da don Bensi, il mio confessore" (...) Non si fa a tempo a entrare che Rodolfo gli fa il suo sorriso e gli mette la mano sui genitali (era un suo vezzo). Don Bensi gli sferrò uno sganassone e lo cacciò a calci nel sedere. Poi mi disse: "Questo è pazzo, è uno psicotico attivo". Quel giorno capii che ero finito in un bordello».
È più di un bordello. Tra botte, stupri, sfruttamento minorile, e pedo-«incesti» regolarizzati, il quadro che si potrebbe dipingere è assai scabroso.
Sul Forteto si spalanca la bocca dell’Inferno, e chi vi guarda dentro ne esce pazzo. Succede a magistrati e poliziotti, cioè persino a chi dovrebbe sentirsi al riparo dagli orrori che scoperchia.
È noto come transitano stranamente al Forteto decine di personalità politiche, da Di Pietro a Rosy Bindi, da Fassino a Pisapia, da Livia Turco a Susanna Camusso. Per non parlare delle connivenze con enti locali, la magistratura (in casa di Fiesoli vengono trovati gli incartamenti relativi all’inchiesta su di lui!), il mondo delle cooperative.
Perché?
Chiediamoci pure perché il sindaco Matteo Renzi nel 2011 offre il palco della Fortezza da Basso a Rodolfo Fiesoli per il TedX Firenze. Il sito ha cancellato la memoria dello spettacolo di Fiesoli, che fu invitato nonostante avesse condanne già nel 1985 per svariati reati di natura sessuale.
Rimane un video su YouTube a mostrare come i due quella sera abbiano materialmente calcato insieme il palco.
Parimenti, con Renzi divenuto primo ministro, il governo del PD nega sia il Commissariamento del Forteto sia la Commissione d’inchiesta sulle malefatte della Coop di Fiesoli.
Basta così. È di Don Milani che vogliamo parlare. Anche se, scrive Matteo 7 (15-16) «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete».

Roma Locuta: il sigillo papale sulla pedofilia?

Ebbene, in tutto questo strano processo è irrotto Bergoglio.
Ma andiamo con ordine: trovo singolare la sincronia degli eventi.
Esce il libro di Siti, con la dedica dello scandalo.
Al contempo, alla manifestazione milanese «Tempo di libri» (evento che vuole usurpare la Fiera del Libro del Lingotto) vi è il lancio del doppio Meridiano Mondadori dedicato a Don Milani, con tanto di ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli (quella del gender, sì) presente all’evento.
Il curatore del volume è Alberto Melloni, erede della scuola di Bologna, la fucina eruttiva del modernismo ecclesiastico.
Bergoglio manda un video alla manifestazione, un video in cui guarda in camera ed esalta proprio Don Milani. Potete vederlo sul sito di Repubblica, e notare come anche questo sia «a cura di Alberto Melloni».
I registi ingaggiati per lo spettacolo, alla fine, sono sempre i soliti.
Infatti Repubblica brucia il Corriere e manda in stampa il testo della difesa bergogliana di Don Milani.
«Mi piacerebbe che lo ricordassimo soprattutto come credente, innamorato della Chiesa anche se ferito, ed educatore appassionato con una visione della scuola che mi sembra risposta alla esigenza del cuore e dell’intelligenza dei nostri ragazzi e dei giovani».
Roma locuta, causa finita.
Bergoglio entra a gamba tesa e fornisce al popolo l’unica interpretazione della questione don Milani.
Un sacerdote «ferito» (cioè, per come lo intende anche Siti, «pedofilo») può essere un «educatore appassionato».
La parola è proprio la stessa. «Ferita». Un’ammissione. Un imprimatur.
Il lettore avrà capito che si tratta ad un nuovo fronte del «Chi sono io per giudicare».
La finestra di Overton, già spalancata per l’omoeresia, ora pare aprirsi, per mano del Papa, per la pederastia ecclesiastica.
Il cosiddetto «ritardo cattolico» martiniano è finito. La società secolare può metterci anni a normalizzare la pedofilia; la Chiesa ci può invece impiegare pochissimo. Con il golpe modernista è tutto chiaro: la dissoluzione aumenta esponenzialmente, e la foga satanica contro l’Ecclesia è ben maggiore di quella usata contro la società civile.
Dubbi bisogna averne pochi: basta ricordare chi è il direttore di Santa Marta. È Monsignor Ricca, l’uomo per cui Bergoglio rispose «Chi sono io per giudicare» (alla domanda aerea di Ilze Scamparini, che riguardava proprio l'ospite papale). L’uomo uscito intonso da tutto: da L’Espresso che gridava fin dalla copertina riguardo «Il prelato della lobby gay», dalle diecine di inchieste, spifferi, scandali sullo IOR dove Bergoglio lo ha subito sistemato.
Alcuni sostengono che la lobby gay, la cui esistenza fu ammessa dallo stesso Bergoglio, sia stata determinante all’ultimo conclave.
Che il Pontefice debba restituire il favore, magari - oltre che inzaccherare di gender i documenti papali come l’Amoris Laetitia - ponendo il sigillo su una figura come quella di Don Milani?
Il dubbio sale atroce quando si apprende dalla sala stampa del Vaticano che il 20 giugno Bergoglio effettuerà un «pellegrinaggio» (sic - proprio come per i viaggi presso santuari e luoghi sacri) a Barbiana, per onorare don Milani.
L’appoggio del Papa verso il prete «ferito», cioè pervaso di pulsioni omosessuali e financo pedofile, è totale.
Don Milani diviene un esempio a cui tutti i sacerdoti devono ispirarsi.
Quindi: scandalo di Siti, Meridiano, video-intervento del Papa, pellegrinaggio dello stesso.
Come pensare non si tratti di una significativa coincidenza.
Non che vi sia un disegno vaticano, abbozzato neanche tanto in profondità, per sdoganare le voglie dei preti moderni?
Non dico sdoganare del tutto, ma iniziare a legittimarle. Piano piano, sottovoce, tra Marzullo e Overton.
O forse neanche tanto lentamente.
Torna in mente la storia della «casita de Dios».
Qualcosa è trapelato anche presso i grandi media.
Chiamavano così la piccola cappella con il ritratto della Madonna, sul retro dell’istituto cattolico Antonio Provolo, nella provincia di Mendoza, in Argentina.
Alcuni sacerdoti vi stupravano ripetutamente, tra il 2006 e il 2007, bambini dai 6 ai 12 anni. Costoro non potevano urlare e chiedere aiuto, perché sordomuti.
La casita è uno scandalo transnazionale: anche l’Italia ha il suo tentacolo d’orrore. «Decine di studenti dell’Istituto Provolo di Verona, in Italia, erano stati abusati per anni e tra i loro aguzzini figurava uno dei religiosi arrestati in novembre in Argentina», scrisse il Corriere.
È il caso di ricordare che tra il 1998 e il 2013 l’arcivescovo di Buenos Aires era Jorge Mario Bergoglio».
La connivenza con il male pedofilo - vasto fenomeno psichiatrico, come viene detto nel film Spotlight - ha radici antiche, e diramazioni fitte nell’opera bergogliana.
«Il Vaticano sapeva almeno dal 2009, quando le vittime italiane raccontarono pubblicamente gli abusi subiti – ricorda l’agenzia AP -. Nel 2014, scrissero direttamente a Papa Francesco accusando per nome 14 preti e religiosi laici dell’istituto, tra cui il reverendo Nicola Corradi. E’ lo stesso sacerdote, trasferito nelle sedi argentine del Provolo, denunciato ora da 24 ex studenti argentini».
«Lo scandalo sfiora anche Papa Francesco che, tra il 1998 e il 2013, era vescovo di Buenos Aires e apparentemente ignorò le lettere inviate dalle vittime italiane».
La spinosa questione affligge il papato del Bergoglio, che chiede ripetutamente, quanto genericamente, scusa per la pedofilia nella Chiesa, forse in attesa di rivelazioni shock su antiche complicità.
Eppure il sigillo papale sul Male - no, non solo il silenzio - assume anche qui una forma attiva.
67 giovani ospiti dell’istituto denunciano l’orrore per quasi 30 anni. I sacerdoti coinvolti sarebbero 25.
Un ragazzo, Gianni Bisoli, fa un nome preciso, quello di Mons. Giuseppe Carraro. Si tratta dell’ex vescovo di Verona. Il Bisoli, scrive MicroMega, «nel 2012 era stato ritenuto inattendibile nonostante la minuziosa descrizione della stanza in cui era costretto a «masturbazioni, sodomizzazioni e rapporti orali».
Il 16 luglio 2015 Bergoglio autorizza la pubblicazione del decreto riguardante le «virtù eroiche» di  Mons. Carraro, ponendolo tra i venerabili, il primo passo, cioè, verso la beatificazione.
È inutile pensare che lo stesso processo non avverrà, a breve, per Don Milani. Dopo il «pelligrinaggio» di Bergoglio la strada per la canonizzazione sarà spianata, e quindi - ça va sans dire - metabolizzata nel profondo la sua «ferita».
Gli argini sono rotti.
La pedofilia lorda la Chiesa, distrugge la famiglia, minaccia la stessa incolumità dei nostri figli.
La maledizione di Don Milani è su tutti noi.

Roberto Dal Bosco